Giuseppe Toffanin

critico letterario e scrittore italiano (1891-1980)

Giuseppe Toffanin (1891 – 1980), critico letterario e scrittore italiano.

La fine dell'umanesimo

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  • Ecco un'ultima pennellata alla figura del Daniello, primo rappresentante del rinascimento che si esaurisce in un amore della forma puramente retorico, mentre gli influssi della contro-riforma, anziché risanguarlo di ispirazioni più profonde, ne favoriscono il processo di decomposizione verso il secentismo. Il Daniello si duole che Dante abbia usata la parola «bordello», parola «disonesta», e loda invece come degne di molto uso le parole sonanti «tromba - splendore - onde». (cap. II, p. 21)
  • [...] colui che veramente intuì ed espresse lo spirito del suo tempo di transizione, e, in uno scritto teorico[1], osò indicare che cosa si preparasse ad essere la poesia, con evidenza che gli merita attenzione singolarissima, fu un umanista veronese [Girolamo Fracastoro], non massimo ingegno forse, ma genialissimo spirito, e tra gli estremi rappresentanti del rinascimento come sintesi di dottrina e d'arte e universalità di sapere [...]. (cap. II, p. 21)
  • Figuratevi un umanista del rinascimento davanti all'aspetto più profondo e più irrevocabile della poesia antica e capirete l'impaccio del Robertelli e il suo penoso arzigogolare. Tuttavia bisogna riconoscergli un merito che lo contraddistingue da tutti i suoi successori e lo pone più dappresso al genuino pensiero dell'antico. Il merito è questo: che egli, dopo essersi involto in ipotesi e fantasticherie ingenue, alla fine, davanti a uno dei corollari della catarsi, ebbe l'improvvisa intuizione dell'essenza religiosa di quella; capì che non la si poteva spiegare se non trasferendosi nel tempo in cui fu concepita, ed espose questo suo pensiero con una vaghezza tra il pagano e il cristiano che gli fa onore. (cap. III, p. 41)
  • Quanto poi a un giudizio complessivo sull'opera di lui [Francesco Robertelli] credo che possiamo anche dispensarcene dopo quel che s'è detto, tant'è chiaro il significato della sua modesta e simpatica figura. Egli, in una parola, è l'ultimo umanista autentico che si trova ad essere ad un tempo, senza saperlo, il primo critico letterario della controriforma; l'ultimo sincero edonista della poesia che mette per caso le basi del moralismo. (cap. III, p. 45)
  • Il Robertelli capì veramente a fondo il pensiero dell'antico? Più che non si creda, forse, e certo quanto lo spirito dei tempi gli consentiva. Ne capì di sicuro uno dei significati eterni, quasi domestico a noi, ma al quale non era giunto il rinascimento e oltre il quale non andrà alcuno dei suoi successori compreso il Tasso. Gli scrupoli condurranno anzi a un regresso. Capì insomma che la storia, per quanto «adnotata» e abbellita da immagini poetiche, non può diventar poesia se il poeta non se ne faccia una sintesi sua; che non v'è grandezza o bellezza di personaggio storico suscettibile di passare nella poesia così come sta; che, nella storia, quale si scriveva allora, c'era una parte sola di ispirazione poetica: le concioni poste in bocca agli uomini illustri dalla fantasia dello storico. (cap. IV, p. 47)
  • Or è vero che il Minturno non fa allusione alcuna alla genesi delle sue nuove idee letterarie, ma non c'è da aspettarsela. E però, al vederlo tam mutatus ab illo del «De poeta», come non pensare che qualche gran nube è passata sull'anima del pio vescovo? Ora il suo pensiero teorico si orienta tutto verso una poesia alleggerita dagli inevitabili residui del male, e il meno in conflitto possibile con l'Unico Vero. Il classicismo stesso, con il suo fondo di paganesimo, gli fa paura; e, vedete? dopo aver gettato uno sguardo di spregio alle favole romanzesche «che di sogni empion le carte» viene ad auspicare altre favole (il che vuol dire che non eran proprio esse come tali che gli davan fastidio). (cap. VIII, p. 112)
  • La meraviglia resta regina dell'arte; nel Petrarca noi lodiamo ed ammiriamo lei sola: ma, più che il Petrarca, il grande maestro della lirica è Pindaro. Inventare un mito e staccare con esso il lettore dalla realtà delle cose e dei sentimenti, ecco il segreto della poesia. (cap. VIII, p. 112)

Incipit di alcune opere

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Il romanticismo latino e I promessi sposi

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A noi che usciamo dall'ombra del seicento, il settecento sembra un secolo di risveglio.
Niccolò Machiavelli, Ludovico Ariosto, Pietro Aretino, segnano l'estremo limite cui il rinascimento poteva giungere nella sua prodigiosa possibilità di separare l'ideale dal reale, il sogno dalla verità, la religione dalla vita.
Ma, come, un passo più in la, c'era il baratro della dissoluzione e della follia, e la necessità di ricongiungere in qualche modo i due poli, si imponeva, avvenne la reazione.
Nei popoli non latini scoppiò la riforma che li gettò in una specie di nuovo medioevo nella cui penombra si temprarono per l'ultima emancipazione da Roma. Milton e Klopstok stanno a guardia dei tempi nuovi.

Ricordi di un uomo inutile

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Non crediate che in principio delle cose vere e delle cose belle stia sempre la verità.
Quando, tra i vortici della danza, Casimro Registieri e Serafina Sirenelli, cominciarono a confidarsi qualche fuggitiva impressione, con quell'intimità improvvisa e inesplicabile, che prelude, talora, a eventi molto maggiori, sarebbe stata una bella pretesa che essi, si fossero detta solo, e d'un fiato, la verità.

  1. Il dialogo Naugerius sive de Poetica.

Bibliografia

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