Gianni Celati

scrittore, traduttore e critico letterario italiano (1937-2022)

Gianni Celati (1937 – 2022), scrittore, traduttore e critico letterario italiano.

Gianni Celati nel 2001

Citazioni di Gianni CelatiModifica

  • Dicono che ognuno corre dietro a certe illusioni e nessuno può farne a meno, perché tutto fa parte d'uno stesso incantesimo. Dicono che alcuni miraggi sono mortali o procurano guai, altri danno l'impressione di soddisfare la fame o la sete, le voglie carnali o i sogni di gloria. E i miraggi del deserto sono particolari solo per questo: perché mostrano che inseguendo le illusioni ci si sbaglia sempre, e non c'è modo di non sbagliarsi, e la vita non è che un perdersi in mezzo ad allucinazioni varie.[1]
  • Nella vita d'un turista che va un po' lontano, credo che a un certo punto sorge per forza la domanda: "Ma cosa sono venuto qui a fare?" Domanda che mette in moto il gran cinema delle giustificazioni con se stessi, per non dirsi sul serio: "Sono qui a non far niente".[2]
  • Quando Calvino veniva in Italia da Parigi, per andare a lavorare da Einaudi, una settimana al mese, mi telefonava tutti i giorni e ci scambiavamo idee. Io avevo la borsa di studio a Londra e viaggiavo con una macchina scassata: un camion mi aveva tamponato e la portiera mi arrivava fino alla spalla. Ma con quella macchina andavo avanti e indietro una volta ogni tre o quattro mesi e, passando da Parigi, mi fermavo a dormire da Calvino».[3]
  • [Sulle fotografie di Luigi Ghirri] Tolgono di mezzo un luogo comune tra i più penosi, secondo cui il mondo si dividerebbe in aspetti interessanti e banali. Tutto diventa interessante, ossia tutto acquista la dignità dell'essere.[4]

Introduzione a Jonathan Swift, Favola della botte

traduzione e cura di Gianni Celati, Einaudi, Torino 1990

  • C'è qualcosa di speciale e unico in questo trattato: come il progetto di parlare assolutamente a vuoto, di mostrare fino in fondo la propria inconcludenza, con nugoli di discorsi che girano intorno a un buco, dove non si scorge il famoso Nulla, bensì il Caos. Si scorge l'informe trambusto di un'epoca che già si vanta d'essere moderna per partito preso.
  • Facendo un vaglio di tutto quello che Swift ha scritto, ci si accorge che quasi tutto è ricalcato su modelli di smercio dalla carta stampata ai suoi tempi; ad esempio: almanacchi popolari, predizioni astrologiche, lettere pubbliche sui giornali, proposte di riforme politiche, trattati sulle nuove scoperte, manuali di buone maniere, etc.
  • La Favola della botte è la serio-comica esaltazione d'una nuova epoca della vita sociale: l'epoca delle parole volatili, che non possono enunciare più nulla se non l'istantanea falsificazione che spandono.
  • Swift doveva essere un appassionato di manicomi, perché in quegli anni entra a far parte del comitato di gestione del manicomio di Londra, poi avrà un incarico nella workhouse di Dublino, con funzioni simili a quelle d'un manicomio; e infine lascerà una parte dei suoi beni per costruire il manicomio di Dublino.
  • Il modo swiftiano di accostarsi alle menzogne sociali non è quello della condanna pomposa, ma quello di chi ascolta le voci della piazza pubblica, e sente che tutte sono parole al vento, parole che tra un attimo non vorranno più dire niente, ma sono anche l'unico teatro del mondo – un mondo dove tutto, essendo volatile come le parole, è sempre sul punto di perdere significato e svanire all'orizzonte come le nubi in un giorno d'estate.
    In questo senso, tutto quello che Swift ha scritto compone la veduta d'un mondo di rovine, su cui trionfa la falce del Tempo.

Incipit di alcune opereModifica

ComicheModifica

C'era un ignoto nella notte dal giardino il quale senza tregua mi rivolgeva verbigerazione molesta e irritante dice: «schioppate il professore». E: «schioppatelo Otero Otero Alysio Aloysio».[5]

La banda dei sospiriModifica

Il mio disgraziato fratello ha sempre avuto tante pretese nella vita, e da piccolo non mi lasciava mai in pace a volermi raccontare tutte le sue storie e sogni di ragazzo.[5]

Verso la foceModifica

IncipitModifica

Giornata fresca al risveglio, un velo di nebbia appena percepibile nelle campagne, e passeggiando ho visto quelle ville del parmense con l'altana a torretta, più lontano cavalcavia dell'autostrada. Macchina rotta e frizione da cambiare, di ritorno dalla Maremma qui bloccato scrivo, nel pomeriggio c'è una corriera che parte per Parma.

CitazioniModifica

  • Per accorgersi di come questa zona sia una campagna tutta invasa da industrie, bisogna attraversare il Po e andare da Viadana a Pomponesco. Altre volte ho cercato di descriverla ma non ci sono riuscito, immensa zona industriale dove ci si perde, costellata da quei pilastrini con molti nomi di fabbriche, come essere alla periferia di una metropoli. Qui voglio parlare di Pomponesco. Dopo Viadana, lasciando lo stradone provinciale e inoltrandosi per una strada in direzione del Po, quando si arriva in paese parrebbe d'essere in un'epoca tutta diversa. (pp. 45-46)
  • Pomponesco è fatto di strade dritte a intersezione ortogonale, come Guastalla e Ferrara, stradario rinascimentale che riprende il modello del campo fortificato romano. Pochi abitanti, e certe volte alla domenica mattina, in quelle strade dritte e silenziose, viene l'idea di essere in uno lontano stanziamento di frontiera. (p. 46)
  • Il paese si stende attorno alla meravigliosa piazza rettangolare, non umiliata dal cemento e dal nuovo. La prospettiva delimitata in fondo da due colonne a ridosso dell'argine, imbuto d'una strada silenziosa con belle case antiche, porta l'occhio verso l'aperto. Là in fondo l'aperto si presenta dietro un orizzonte, facendo sentire l'indistinta lontananza che dà un senso alla nostra collocazione spaziale. Piazza quasi sempre vuota, dove il vuoto si riconosce come l'accogliente, e noi accolti potevamo accorgerci degli altri accolti di passaggio, senza la solita sensazione di fastidio. (p. 46)
  • A Mantova, scesi in un albergo davanti alla stazione. Sono andato a rivedere la chiesa di Sant'Andrea, disegnata da Leon Battista Alberti. Tutto quel sistema di volte a botte dove la luce è manovrata nei cassettoni del soffitto, scorre giù nelle arcate, si mitiga e disperde nelle penombre degli angoli. Spazio e fraseggi che smuovono l'occhio. La luce non è più quel mare abbagliante dove tutto si disperde, ma l'asse centrale d'un ordine di penombre dove i fedeli sostano (così la religione orienta noi dispersi). (p. 61)
  • [Su San Benedetto Po] Il corso è una prospettiva che culmina nella facciata d'una villa d'altri tempi, e su questo lato ci sono negozi di alimentari, bar senza stile, altri negozi di prima necessità, uomini col cappello in testa davanti ai bar e donne col fazzoletto che passano lentamente in bici. L'altra estremità del corso è chiusa da un argine, ed ha un aspetto molto più moderno. A sinistra un porticato con negozi moderni, di attrezzature fotografiche, vestiti per giovani, elttrodomestici. Sull'angolo una banca dai vetri bruniti, davanti a cui staziona un pistolero con fondina sulla coscia. (pp. 64-65)
  • La piazza di Tresigallo è uno slargo informe tra quattro strade, chiuso su un lato da costruzioni dell'epoca fascista con bassorilievi epici, e sull'altro da un parcheggio gremito di piccole vetture davanti alla palazzina del municipio. Palazzina moderna fatta a cubi scalati. Un viale d'uscita dal paese, con piccoli alberi appena potati e vecchie case basse, costeggia il cimitero da cui vedo uscire molte donne col fazzoletto in testa. (p. 88)
  • Nella piazza la gente circola con movimenti lenti da vita in vacanza, e anche qui si sente una pubblicità radiofonica diffusa nell'aria. Lo stesso atteggiamento da vita in vacanza hanno i giovanotti in calzoncini e ciabatte, radunati a discutere di sport sotto il loggiato d'un albergo. In fondo allo slargo una viuzza di palazzine geometrili a colori acrilici, e per lì mi avvio. (p. 88)
  • Sensazione d'essere tra popolazioni che vivono nelle riserve d'un continente, in una qualche provincia esterna, dove tutto arriva un po' attutito. Forse questo andavo cercando, ieri in corriera. La strada che da Tresigallo va a Jolanda di Savoia, un rettifilo costeggiato da platani. I campi di grano gialli, quelli di granoturco ancora verdi, i solchi d'altre colture, hanno tutti linee dritte che sembrano convergere in prospettiva verso lo stesso punto d'orizzonte, e quel punto si sposta mentre cammino. (pp. 88-89)
  • Passeggio della domenica sulla piazza centrale di Codigoro davanti a cartelli di film americani. La piazza è un quadrivio con vaghi contorni, porta il nome d'una celebre vittima del fascismo, e la gente passeggia lenta scambiando saluti e formando capannelli. C'è un monumento ai caduti, col milite ignoto dall'aria esaltata che sventola uno straccio di bandiera bronzea. Ci sono molti bar e a sinistra una caserma dei carabinieri in stile fascista, con facciata convessa in travertino. Le cadenze che sento in giro, le vocali ferraresi, le nenie delle nasali, somigliano a quelle dela famiglia di mia madre. (pp. 96-97)

NoteModifica

  1. Da Fata morgana, Feltrinelli, 2005.
  2. Da Avventure in Africa, Feltrinelli, Milano, 2000.
  3. Testimonianza raccolta in N. Palmieri, in Documentari imprevedibili come i sogni, Fandango, Roma, 2011.
  4. Ciato in Camillo Langone, Gianni Celati (1937 – 2022). La bellezza è qualcosa di nebbioso e pianeggiante, camminando con Ghirri, Il Foglio Quotidiano, 4 gennaio 2022.
  5. a b Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

BibliografiaModifica

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