Felice Ramorino

filologo classico italiano (1852-1929)

Felice Ramorino (1852 – 1929), filologo, saggista, traduttore e accademico italiano.

Felice Ramorino fotografato da Mario Nunes Vais

Delle attinenze fra le scienze della natura e la filosofia

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  • [...] tanto è ragionevole che si disprezzi o si trascuri la filosofia, quanto[1] è possibile una scienza senza principio e senza ragioni ultime; e queglino stessi che della filosofia si mostrano odiatori, hanno necessità di ricorrervi, se vogliono e ben costruire la scienza di qualsiasi obbietto e darne l'ultima e soddisfacente spiegazione. Ma i filosofi dal canto loro hanno il dovere di tener stretto conto dei metodi, delle ricerche, dei risultati delle scienze naturali, e da questi pigliare le mosse per le loro ulteriori investigazioni. (cap. I, pp. 10-11)
  • Chi rivolga anche un rapido sguardo alla storia della filosofia, non tarda ad accorgersi, che una delle questioni, le quali più vivamente preoccuparono la mente dei pensatori antichi e moderni, è quella che concerne il linguaggio come sistema di segni significativi delle idee. E veramente è questione assai complicata e difficile: come mai il pensiero dell'uomo trova la sua espressione in un suono materiale che non ha con esso alcuna palese connessione? e non solo vi trova la sua espressione, ma quasi non è esso stesso possibile senza il linguaggio? conciossiaché sia noto ad ognuno, che ogni meditazione, quasi soliloquio interno, non può mai del tutto svincolarsi dai ceppi della parola articolata. (cap. II, pp. 12-13)
  • È antica quanto la filosofia l'opinione, che i nostri sensi non solo non possano farci conoscere il noumeno delle cose, che è proprio della intelligenza, come indica la stessa parola, ma neppure ci ritraggano i fenomeni della materia tali, quali in essa realmente succedono. Già Democrito presso i Greci aveva osservato, che noi attribuiamo ai corpi certe qualità, come il colore, il sapore, l'odore, ecc., le quali non esistono realmente se non per noi che le percepiamo; onde la distinzione delle qualità primarie e secondarie; quelle inerenti alla materia, queste attribuite ai corpi da noi, ma non appartenenti in realtà, se non ai nostri sensori. L'importanza di questa opinione si può rilevare da tutta la storia della moderna filosofia. (cap. III, p. 49)
  • Per noi la Teologia non solamente è scienza, ma è la più importante per l'uomo, inquanto che da un lato ci dà l'ultime ragioni delle cose, dall'altro forma come un anello di congiunzione tra la vita teorica e la pratica, come fondamento ch'essa è d'ogni religione e d'ogni moralità. Sicché distruggere la credenza in Dio vuol dire circoscriversi volontariamente ad una scienza monca ed imperfetta, e svisare il concetto del dovere e della virtù, in altre parole scalzare le basi d'ogni scientifica persuasione e d'ogni pratica bontà. (cap. IV, p. 89)

Letteratura romana

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  • [...] l'unica forma di verso comune a tutti i generi poetici della prisca età [romana] era il cosi detto saturnio o faunio, il verso delle canzoni campagnuole (Saturnus dio della seminagione) e dei vaticinii (Fauni divinità dei boschi, [...]). Era un rozzo metro basato in origine non già sulla quantità come l'esametro greco, ma su una più o men regolare successione di sillabe accentate e disaccentate, con frequente tendenza all'allitterazione. (Parte prima, sezione prima, cap. IV, pp. 27-28)
  • Alla prisca poesia saturnia appartengono anche parecchie iscrizioni, alcune delle quali essendosi conservate incise sulla terra cotta o sulla pietra, sono preziose reliquie dell'antico latino nella sua forma genuina. Tra queste la più antica e un'iscrizioncella graffita su una tazza di terra cotta che fu scoperta a Roma nel 1880, ed è nota col titolo: «l'iscrizion di Dueno», perché vi si accenna a un Dueno fabbricator della tazza. (Parte prima, sezione prima, cap. IV, pp. 31-32)
  • Erano pure in versi saturnii le iscrizioni, che secondo la testimonianza di alcuni grammatici, i generali trionfanti solevano apporre su una tabula che poi affiggevano in Campidoglio a ricordo di lor vittorie. Pur troppo una sola esiste di queste tabulae, ed e quella di Mummio[2], che non è di questi secoli, ma del settimo. (Parte prima, sezione prima, cap. IV, p. 33)
  • Pare che Pacuvio imitasse i suoi modelli greci non servilmente, ma con una carta libertà, e che specialmente si sia studiato di conseguire una certa grandiosità e magniloquenza veramente romana; ma pare anche che ei non abbia evitato una cotal asprezza e ricercatezza viziosa. Di fatti il suo capolavoro, l'Antiopa, era detta verrucosa da Persio, i suoi contorti esordi erano derisi da Lucilio, e Cicerone lo metteva fra quelli che parlavan male latino. Tuttavia tra i frammenti c'è qualche luogo graziosissimo e veramente pieno di poesia. (Parte prima, sezione seconda, cap. II, p. 59)
  • [...] la storia di Livio è opera piena di begli esempi, piena di patriottismo e d'idealità. Ma se è una grande opera dal lato morale, è essa grande pure dal lato scientifico? Applicò Livio scrivendo le esatte norme dell'arte critica per sceverare il vero dal falso? Che Livio fosse animato da un amore disinteressato della verità, e che dove conobbe il vero l'abbia senza reticenze significato, è indubitabile; ma che egli possedesse l'arte di investigare la verità storica, consultando documenti sottoponendo a severa disamina le fonti di cui si serviva, comparando le diverse testimonianze, questo non si può dire [...]. (Parte seconda, sezione prima, cap. III, p. 180)
  • Ultimi rappresentanti dell'eloquenza repubblicana furono i più volte nominati Asinio Pollione e Valerio Messala, che erano già di qualche valore al tempo di Cicerone e furono educati al modo antico. Dove l'ultimo seguiva la maniera ciceroniana, il primo fu uno dei suoi più accaniti avversari; il quale volendo conseguire un più corretto atticismo, finì col diventare arido e digiuno tanto da parere agli intelligenti più vecchio di un secolo. Fu lui che iniziò l'uso di declamare i propri discorsi davanti a persone invitate per ascoltarli; misero compenso al perduto ben più grande uditorio del Foro e della Curia. (Parte seconda, sezione prima, cap. III, p. 183)
  • Tacito s'era persuaso che la divinità non avesse alcun diretto rapporto coi fatti umani, che anche i prodigi avvenissero sine cura deum; spesso gli veniva il dubbio, non forse un certo fatale movimento affatichi gli esseri senza lasciar posa mai, oppure il caso li governi; ma questo con certezza sapeva, che la prima ragione degli atti umani sta nelle passioni dei singoli e nell'indole generale dell'umanità. Tale persuasione lo condusse a fare delle profonde osservazioni psicologiche, e di qui la sua abilità nel ritrarre i caratteri, di qui le belle e vere sentenze che egli opportunamente intrecciò al racconto, dandogli lume e varietà. (Parte seconda, sezione seconda, cap. III, pp. 226-227)
  1. Nel testo "quando".
  2. Mummio (in latino: Mummius), commediografo romano del I secolo.

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