Clive Barker

scrittore e regista britannico

Clive Barker (1952 – vivente), scrittore, fumettista, illustratore, saggista, sceneggiatore, produttore cinematografico e regista britannico.

Clive Barker nel 2007

Citazioni di Clive BarkerModifica

  • [Su Hellraiser] In generale [nei film dei mostri] i mostri non parlano della loro condizione - di essere dei mostri. Quello che io volevo che Frank fosse capace di fare era avere una scena di dialogo, persino scene romantiche che funzionassero tra lui e Julia. Volevo che Frank fosse in grado di stare lì e parlare delle sue ambizioni e dei suoi desideri perché penso che cosa i mostri abbiano da dire per se stessi è interessante tanto quanto ciò che gli esseri umani hanno da dire. Questo è il motivo per cui nei film slasher penso che metà della storia vada perduta. Queste creature diventano semplicemente, in un modo molto noioso, astrazioni del male. Il Male non è mai astratto. è sempre concreto, sempre particolare e sempre incarnato negli individui. Negare alle creature in quanto individui il diritto di parlare, di discutere davvero le loro ragioni, è perverso - perché io voglio ascoltare il Diavolo parlare. Io penso che sia un atteggiamento Inglese. Mi piace l'idea che un punto di vista possa essere reso dal lato oscuro. (da un'intervista di Crimson Celluloid, n. 1, 1988)[1]
  • [Su Hellraiser II: Prigionieri dell'inferno] Sentivo che il primo finale non era abbastanza perverso: ora abbiamo una fine spettacolarmente perversa, in termini visivi. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)[2]
  • Il British Board of Film Classification un tempo mi ha dato un ottimo consiglio: non fare mai film pensando ai censori. Se stai al loro gioco quando giri, fiacchi il tuo stesso materiale, e alla fin fine te lo taglieranno comunque, per giustificare la loro stupida esistenza. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)[2]
  • [Su Hellraiser II: Prigionieri dell'inferno] Il primo film era molto claustrofobico. Per via del budget lavoravamo in una piccola casa di Cricklewood e su un piccolo set a nord di Londra. Il seguito è un film meno perverso ma in un certo senso più grafico: quando il sangue inizia a schizzare, lo fa in modo grandioso. (da un'intervista di Fangoria, n. 78, ottobre 1988)[2]
  • La prima volta che ho sentito parlare di Hellraiser III era chiaro che la casa produttrice non mi voleva a bordo per ragioni economiche. Il capo Lawrence L. Kuppin voleva la sua firma sul progetto, non la mia, e non mi voleva in giro. Ero ragionevolmente costoso e, francamente, sapevo che voleva qualcuno a buon mercato. Ho avuto la sensazione che la filosofia di fondo fosse "Tenete Barker fuori". (da un'intervista di Shivers, n. 5, febbraio 1993)[3]
  • [Su Hellraiser III - Inferno sulla città] La Miramax venne da me con un film, disse che era un po' leggerino e mi chiese se potessi migliorarlo. Risposi che c'era un film molto buono, all'interno di quello, ma avevamo bisogno di spendere più soldi. Dissero che avrebbero messo a disposizione mezzo milione di dollari se riuscivamo a girare qualcosa in tre o quattro giorni. Così abbiamo girato tutta la roba bondage del finale, la pianta strana e gli effetti speciali "succhia-pelle", cose che tutti avrebbero sempre voluto fare. Tu non hai mai desiderato di succhiar via la pelle ad una donna? (da un'intervista di The Bloody Best of Fangoria, n. 12, luglio 1993)[3]
  • [Su Hellraiser 4: La stirpe maledetta] È un prodotto che avrebbe dovuto morire tempo fa. [...] Se qualcuno mi avesse detto "Ehi, Clive, non si faranno più Hellraiser", io non mi sarei di certo messo a piangere. Ma quando un regista vuole mettersi a fare un film basato sul mio lavoro, non posso dire "Be', io non voglio averci nulla a che fare". Al contrario, devo ficcarci il mio dito e cercare di aiutare a fare un prodotto migliore. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)[4]
  • Ad essere onesto credevo che Hellraiser III fosse l’ultimo capitolo, ma si sa che Hollywood è fondata sul puro profitto, quindi si va avanti anche se non c’è nulla da dire. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)[4]
  • Ciò che credo renda speciale Pinhead è che non esiste niente di simile in giro. (da un'intervista di Sci-Fi Entertainment, n. 5, febbraio 1995)[4]
  • Tutto quello che ho sempre voluto fare è oscurare il giorno e illuminare la notte.
All I've ever wanted to do is darken the day and brighten the night.[5]
  • Devi solo fidarti della tua follia.
You just have to trust in your own madness.[6]
  • Ciò che è immaginato non può essere mai perso.
That which is imagined can never be lost.[7]
  • Benvenuti nel peggior incubo di tutti, la realtà.
Welcome to the worst nightmare of all, reality.[8]
  • Siamo tutti libri di sangue; | in qualunque punto ci aprano, | siamo rossi.[9]
  • [Su Hellraiser] Il sesso è un grande livellatore. Mi ha fatto venire voglia di raccontare una storia sul bene e il male in cui la sessualità era il tessuto connettivo. La maggior parte dei film horror inglesi e americani non erano sessuali. O se lo erano, era un modo civettuolo: un gruppo di adolescenti che fa sesso e poi vengono uccisi. Hellraiser, è la storia di un uomo spinto a cercare l'esperienza sessuale definitiva. Ha un senso molto più contorto della sessualità. [...] Verso la metà degli anni '80, ci sono stati due abomini cinematografici tratti dalle mie storie. Mi sentivo come se Dio mi stesse dicendo che avrei dovuto reagire. In fondo, quanto peggio sarei potuto essere? (da in'intervista di The Guardian, 30 ottobre 2017)[10]

Da Barker, il filosofo dell'orrore

Intervista di Dario Formisano, L'Unità, 16 gennaio 1988

  • [Su Stephen King] Mi ha influenzato, certo, ma ciò che più conta è che con lui si è modificato il rapporto tra la gente e il mondo dell'orrore. I suoi libri hanno spezzato la barriera che faceva si che chi leggesse un horror lo nascondesse fra le pieghe di un giornale.
  • Si crede ancora che solo gli stupidi possano amare il genere horror. Io invece lo amo perché con esso posso raccontare i temi della sessualità, le ossessioni, la paura nei confronti della morte: molti film horror trattano questi temi ma senza nessun sottotesto di tipo filosofico o morale. Con Hellraiser volevo far venire fuori i significati più profondi, meno esteriori di questi stessi temi.
  • Il mio film ribalta molti cliché. Le donne non sono vittime ad esempio, anzi, Julia, il principale personaggio femminile, compie i delitti più efferati. E il mostro è vulnerabile, ha bisogno della donna che l'aiuta perché l'ama. Ecco, Hellraiser è soprattutto una storia d'amore. Ed anche il primo horror in cui un corpo si ricompone anziché decomporsi nel corso della storia.

Schiavi dell'infernoModifica

IncipitModifica

Frank era così preso a risolvere l'enigma della scatola di Lemarchand che non sentì i primi rintocchi della grande campana. Era stata costruita da un geniale artigiano, e l'enigma consisteva nel fatto che, sebbene gli avessero detto che conteneva meraviglie, non sembrava esserci modo di aprirla, nessun indizio su alcuna delle sei facce laccate di nero che indicasse la presenza di punti da premere per staccare un pezzo dall'altro di quel puzzle tridimensionale.

CitazioniModifica

  • La scatola di Lemarchand era aperta; l'ultimo meccanismo era scattato. Non c'era più tempo per tergiversare o pentirsi. E poi, non aveva scelto di rischiare sia la vita che la sanità mentale per rendere possibile quella scoperta? La porta si stava aprendo, proprio in quel momento, a piaceri della cui esistenza erano venuti a conoscenza non più di una manciata di esseri umani, e meno ancora li avevano provati; piaceri che avrebbero ridefinito i parametri delle sensazioni, e che l'avrebbero liberato dallo stolido circolo del desiderio, della seduzione e della delusione che lo aveva incatenato dalla tarda adolescenza. Sarebbe stato trasformato da quella conoscenza, giusto? Nessuno avrebbe potuto provare la profondità di una tale sensazione e restare lo stesso. (p. 11)
  • E poi, luce.
    Veniva da loro: dal quartetto di Cenobiti che adesso, con il muro di nuovo sigillato alle loro spalle, occupavano la stanza. Li accompagnava una fosforescenza malata, come quella dei pesci degli abissi: azzurra, fredda, inquietante. Frank si rese conto che non aveva mai provato a immaginare il loro aspetto. La sua fantasia, di solito fertile quando si trattava di truffe e furti, era povera, sotto altri aspetti. Non aveva la capacità di visualizzare quelle creature eminenti, quindi non ci aveva neanche provato.
    Perché, allora, era così turbato, nel posare gli occhi su di loro? Era a causa delle cicatrici che ricoprivano ogni centimetro del loro corpo, con la carne deliberatamente perforata, tagliata e infibulata, prima di essere ricoperta di cenere? Era per l'odore di vaniglia che emanavano quegli esseri, la cui dolcezza non riusciva a cancellare il fetore proveniente al di sotto? O forse era per il fatto che, man mano che la luminescenza si intensificava, e lui li osservava meglio, non vedeva nulla di felice, e neanche di umano, nei loro volti? Poteva notare solo disperazione, e una volontà che gli fece rischiare di svuotare le viscere lì dove si trovava. (pp. 12-13)
  • Era al corrente di tutto quello che l'umanità sapeva sull'Ordine del Supplizio.
    Eppure... si era aspettato qualcosa di diverso, magari qualche traccia degli innumerevoli splendori a cui avevano accesso. Aveva immaginato che venissero accompagnati da donne, almeno; lubrificate, perfette; donne rasate e allenate all'atto dell'amore: le labbra profumate, le cosce che tremavano per la voglia di spalancarsi, i glutei floridi come piacevano a lui. Si era aspettato sospiri e languidi corpi distesi sul pavimento, come tappeti viventi; con la sua fantasia aveva concepito vergini lascive di cui possedere qualsiasi orifizio, e le cui abilità potessero condurlo su, sempre più, verso estasi mai provate prima. Aveva immaginato di dimenticare il mondo, tra le loro braccia. E di essere esaltato, invece che disprezzato, per la sua lussuria.
    Invece no. Niente donne, niente sospiri. Soltanto quelle creature asessuate, con la carne corrugata. (p. 14)
  • Un tempo i piaceri della gioventù avevano il fascino della novità, ma, man mano che gli anni erano passati e le sensazioni avevano perso la loro potenza, aveva cercato esperienze sempre più forti. E ora gli stavano tornando alla memoria, più pungenti ancora, per il fatto di mostrarsi nel buio della sua testa. (p. 20)
  • Le stagioni si desiderano a vicenda, proprio come uomo e donna, per poter placare i propri eccessi.
    La primavera, se indugia anche solo una settimana più della sua durata, comincia a desiderare che l'estate metta fine ai giorni dell'eterna promessa. L'estate, a sua volta, comincia a chiedere qualcosa che plachi il suo calore, e il più mite degli autunni infine si stanca della sua gentilezza, e desidera che un lampo improvviso di gelo uccida la sua fertilità.
    Perfino l'inverno, la stagione più dura, la più implacabile, sogna, mentre febbraio trascina la fiamma che alla fine lo scioglierà. Tutto si stanca, con il passare del tempo, e comincia a cercare un opposto, per salvarsi da se stesso. (p. 34)
  • Chi era perfetto nell'aspetto non poteva che essere perfettamente felice, giusto? A Kirsty era sempre sembrato così. Quella sera, tuttavia, l'alcol la portò a domandarsi se l'invidia non l'avesse accecata. Forse, essere perfetti era solo un'altra forma di tristezza. (p. 47)
  • Era stato arrogante, nel modo in cui aveva affrontato l'ordine del Supplizio, ora lo sapeva; ma ovunque, nel mondo e fuori esso, c'erano state forze che avevano incoraggiato quella presunzione, perché era la loro merce di scambio. Quella da sola non avrebbe causato la sua rovina. No, il vero errore era stato quello di credere, ingenuamente, che la sua definizione di piacere coincidesse con quella dei Cenobiti. (pp. 60-61)
  • Una fila di campanellini, appesi alla carne irregolare del collo, tintinnò mentre si avvicinava. Il fetore che emanava le fece venire voglia di vomitare.
    «Aspetta», lo fermò.
    «Niente lacrime, per favore. È uno spreco di ottima sofferenza».
    «La scatola», riprese lei, in un moto di disperazione. «Non vuoi sapere dove l'ho presa?»
    «No, in realtà non mi interessa».
    «Da Frank Cotton», disse lei, comunque. «Questo nome ti dice qualcosa? Frank Cotton».
    Il Cenobita sorrise.
    «Oh, sì. Conosciamo Frank».
    «Anche lui ha risolto l'enigma, giusto?»
    «Voleva il piacere, almeno finché non glielo abbiamo dato. Poi non ne è stato così contento».
    «Se ti porto da lui...»
    «Ah, dunque è vivo?»
    «Sì, molto vivo».
    «E cosa mi stai proponendo? Di riportare indietro lui, invece che prendere te?»
    «Sì. Sì. Perché no? Sì».
    Il Cenobita si allontanò da lei. La stanza sospirò.
    «Sono tentato», commentò. E poi: «Ma forse mi stai ingannando. Magari la tua è una menzogna per guadagnare tempo».
    «So dove si trova, Dio santo», esclamò lei. «È stato lui a farmi questo!». Gli mostrò le braccia graffiate.
    «Se stai mentendo...», rispose lui, «se stai solo provando a sfuggire a questa situazione...»
    «Non è così».
    «Allora consegnacelo vivo...»
    Lei avrebbe voluto piangere per il sollievo.
    «... e fallo confessare. Forse, allora, non faremo a pezzi la tua anima». (pp. 128-129)

ExplicitModifica

Forse c'erano altri enigmi, che, se risolti, avrebbero dato l'accesso al luogo in cui lui si trovava. Un anagramma, magari, la cui soluzione avrebbe aperto la porta dei giardini del paradiso, o un puzzle che, se completato, avrebbe dato accesso al Paese delle Meraviglie.
Lei avrebbe atteso e osservato, come aveva sempre fatto, sperando che un giorno quel mistero le fosse rivelato. Ma, se non fosse arrivato fino a lei, non se ne sarebbe dispiaciuta troppo, perché in fondo lo sapeva: aggiustare un cuore spezzato era un enigma che né l'intelligenza, né il tempo avrebbero mai saputo davvero risolvere.

Vangeli di sangueModifica

IncipitModifica

Dopo il lungo silenzio della tomba, Joseph Ragowski parlò, e non fu certo piacevole quello che aveva da dire, come manifestò subito il suo tono.
«Guardatevi», dichiarò, fissando i cinque maghi che l'avevano risvegliato dal suo sonno senza sogni. «Sembrate spettrali, tutti quanti».
«Neanche tu hai un bell'aspetto, Joe», commentò Lili Saffro. «Il tuo imbalsamatore è stato un po' troppo generoso col belletto».

CitazioniModifica

  • «Avverto l'odore della carne putrefatta», commentò il demone. «Ma c'è anche profumo di vita. Qualcuno ha risvegliato i morti». (p. 16)
  • Era alto, somigliava molto alle illustrazioni che si trovavano nei volumi di demoni di un certo rilievo che loro avevano consultato negli ultimi mesi, alla vana ricerca di qualche sua debolezza. Non ne avevano scoperte, naturalmente. Ma ora, a vederlo in carne e ossa, c'era un distinto senso di umanità nella sua figura; dell'uomo che era stato un tempo, prima dei mostruosi atti del suo Ordine. La pelle era candida, la testa calva percorsa da cicatrici rituali che correvano in profondi solchi sia in orizzontale che in verticale, e in ogni intersezione era stato piantato un chiodo che, passando attraverso la carne priva di sangue, si conficcava nelll'osso. Forse, in passato, quei chiodi erano stati lucenti, ma ormai il tempo li aveva corrosi. Non che importasse, perché possedevano comunque una certa eleganza, resa ancora più evidente dal modo in cui il demone teneva sollevato il capo, come se guardasse il mondo con un'aria di stanca condiscendenza. (p. 16)
  • Stridulo, poco interessante. Mi aspettavo qualcosa di meglio da qualcuno che è sopravvissuto tanto a lungo. (Pinhead; p. 20)
  • «Certe cose si fanno meglio in privato, non credi, Joseph? Ricordi come è stato per noi? Ti sei offerto di diventare il mio personale assassino. E poi te la sei fatta addosso».
    «Non sei stanco di tutto questo, ormai?», replicò Ragowski. «Quanta sofferenza puoi causare, prima di smetterla di darti quel triste e contorto piacere di cui hai tanto bisogno?»
    «A ciascuno il suo. Tu hai attraversato una fase in cui non avresti toccato una ragazzina che avesse più di tredici anni». (p. 21)
  • «Cosa stai cercando di dimostrare? Pensi che se ucciderai abbastanza persone, nel peggior modo immaginabile, ti daranno un nome diverso, magari il Pazzo, o il Macellaio? Non importa quante orribili torture tu possa escogitare. Sarai e resterai sempre Pinhead». (p. 23)
  • Dal nome del loro creatore francese, quei marchingegni venivano semplicemente chiamati Scatole di Lemarchand. Ma, in circoli più consapevoli, il nome che veniva usato era più veritiero: Configurazione di Dolore. Ce n'erano in tutto il mondo. Alcune, come quella che aveva in mano, erano nascoste, ma molte altre giravano liberamente in mezzo all'oceano degli affari e dei desideri umani, dove riuscivano a causare terribili danni. Risolvere l'enigma di una quelle scatole significava aprire una porta per l'inferno, o almeno così dicevano le leggende. Il fatto che la maggior parte di coloro che risolvevano il rompicapo non erano altro che innocenti imbattutisi per caso nell'oggetto, non sembrava interessare all'inferno e ai suoi agenti. Un'anima, alla fine, era sempre un'anima. (p. 54)
  • Sei un magnifico cliché. Eppure, hai seminato la speranza in troppa feccia che non lo merita. Contro ogni aspettativa, è cresciuta e si è diffusa e, sebbene le possibilità che sopravvivesse fossero minime, ha prosperato; il tuo dono ai dannati e ai disperati, a cui ora metterò fine. (Pinhead; p. 62)
  • Nessun demone era mai uguale a un altro. Avevano tutti le loro mostruose particolarità, e vennero a fargli visita dalle profondità del suo inconscio. Non mancò, ovviamente, la creatura dalla faccia di creta che aveva ucciso Scummy, masturbandosi mentre lo guardava morire. C'era anche un imbecille chiacchierone di nome Gist, che era quasi riuscito ad ammazzare Harry in un ascensore precipitato giù, più di dieci anni prima. E c'era Ysh'a'tar, l'Incubo del New Jersey che lui aveva beccato a dare la Comunione ai fedeli una domenica mattina a Philadelphia. Un altro era Zuzan, l'empio assassino che aveva tolto la vita al suo amico e mentore, Padre Hess, in una casa di Brooklyn. Ad altri non avrebbe neanche saputo dare un nome; forse perché non ne avevano uno. Erano soltanto scampoli di crudeltà insensata che avevano incrociato il suo cammino nel corso degli anni, a volte su una strada vuota nel cuore della notte, ma altrettanto spesso sui viali affollati in pieno giorno, quando le creature infernali portavano avanti i loro malefici affari in piena vista, sfidando gli occhi umani a credere nella loro effettiva realtà. (p. 73)
  • Il problema di un investigatore privato che periodicamente si trovava ad avere a che fare con forze al di là del poprio controllo non era nel fatto che quelle forze innaturali lo lasciassero coperto di polvere e sangue, ma che di solito non pagavano bene. (p. 81)
  • New York non era l'unica città al mondo con magia nelle vene. Tutte le grandi città d'Europa e del Medio Oriente avevano i loro segreti, e molto più antichi della Grande Mela, ma non c'era alcun luogo al mondo in cui le attività sovrannaturali si concentrassero come a Manhattan. Per quelli come Harry, addestrati a guardare oltre le gloriose distrazioni offerte dalla città, c'erano prove pressoché ovunque che quell'isola fosse un campo di battaglia dove i migliori angeli della natura umana erano in lotta perbenne con le forze della discordia e della disperazione. E nessuno ne era immune. (p. 81)
  • Il Monastero dell'Ordine Cenobitico era un complesso dalle mura spesse, costruito settecentomila anni prima su una collina di pietra e cemento edificata dai dannati. C'era un solo passaggio per entrare, una stretta scalinata controllata dalle guardie del monastero. Era stato costruito in un periodo che preludeva a una guerra civile, in cui fazioni opposte di demoni non facevano che scontrarsi. Il capo dell'Ordine Cenobitico, la cui identità era nota soltanto agli otto che l'avevano eletto, tra le loro stesse fila, per quell'Alto Incarico, aveva deciso che, per il bene dell'Ordine, avrebbe utilizzato una minuscola parte delle vaste richezze da loro accumulate per costruire un rifugio-fortezza in cui i suoi sacerdoti e sacerdotesse sarebbero stati al sicuro dalla volubile politica infernale. La fortezza era stata costruita con il massimo rigore, e le sue mura lucide e grigie erano impossibili da scalare. (p. 97)
  • Il volto del Cenobita era imperscrutabile. Nessuno avrebbe saputo dire quanti anni avesse – e Felixson era sveglio abbastanza da non chiederglielo – ma il peso dell'età si vedeva nella sua espressione, incisa in qualcosa che non si sarebbe mai potuto creare, ma che era stato cesellato dai dolori delle perdite e dal tempo. (p. 100)
  • Ricorda il mio nome. Se lo dimenticherai anche per un singolo istante, ti cancellerò ogni singola memoria. Non ricorderai neanche di doverti accucciare quando caghi. (Pinhead; p. 124)
  • Ho messo fine al mio Ordine, così da dare inizio a un'impresa che ho pianificato per gran parte della tua vita che, a quanto pare, si rifiuta di farsi spezzare. Sei sopravvissuto a situazioni da cui nessun altro uomo sarebbe uscito vivo. Ho pensato molto alla scelta degli occhi avrebbero dovuto rendere testimonianza alla nascita di un nuovo mondo. Ho bisogno di una mente che ricordi tutti gli eventi che accadranno da ora in avanti. E ho scelto te, per questo, Harry D'Amour. (Pinhead; p. 126)
  • Norma sussultò. Non l'aveva sentito entrare, e questo la fece sentire ancora più a disagio. Di solito, se lo sentiva nelle ossa quando qualcosa, qualunque cosa, le si avvicinava. Ma quel demone era silenzioso. Troppo. E puzzava. Dio, quanto puzzava! Il suo olfatto sensibilissimo era un altro dono ricevuto in cambio della vista, e quella creatura ammorbava l'aria come niente al mondo. Era di certo una creatura che aveva avuto a che fare con ogni genere di demone; percepiva l'odore amaro delle loro innumerevoli specie su di lui. E avvertiva anche l'odore del sangue, che proveniva, potente, da un grembiule da macellaio. Ne arrivavano zaffate ache dagli strumenti di morte che portava alla cintura. Ma l'odore più forte era anche quello più antico: il sentore dei suoi peccati. (p. 134)
  • Sapevano sempre molte cose, i morti. Quante volte aveva detto a Harry che erano la più grande risorsa mai sfruttata? Era vero. Tutto quello che avevano visto e sofferto restava sconosciuto a un mondo che invece aveva tanto bisogno di un po' di saggezza. Solo perché, a un certo punto dell'evoluzione della specie, nel cuore dell'uomo si era radicata la profonda e superstiziosa convinzione che i morti fossero una fonte di terrore, invece che di illuminazione. (p. 137)
  • La morte, aveva compreso, era uno specchio di dolore a due facce: quella dei viventi, ciechi e convinti di aver perso i loro cari per sempre; e quella dei morti, che li vedevano soffrire e soffrivano accanto a loro, senza poter offrire una singola sillaba di conforto. (p. 138)
  • Tutto è morte, donna. Tutto è dolore. L'amore porta con sé soltanto la perdita. La solitudine conduce al dolore. Non importa cosa facciamo, saremo comunque sconfitti. La nostra unica, vera eredità è la morte. E il nostro unico lascito, la polvere. (Pinhead; p. 148)
  • Il Signore Dio è un Dio vendicativo. La sentenza di morte di Lucifero è stata la vita eterna. Lui non poteva morire. E allora ha trovato un modo per superare la sua immortalità. (Pinhead; p. 199)
  • Le protezioni che indosso sono un dono di Lucifero, rinato in me. La mia autorità è assoluta. La mia parola adesso è legge. (Pinhead; p. 211)
  • Ora che tutte le menzogne sono state cancellate, il peso della verità è eccessivo, vostra signoria. Ed è con grande piacere che vi presento il mio esercito. Sarà l'ultima cosa che vedrete. (Pinhead; p. 213)
  • «E questa è la fine», commentò il Cenobita. «Ho avuto una visione, durante tutti questi anni, che mi ha mostrato che, una volta pronto, avrei condotto un esercito fuori da questo abisso, in cui avevamo sofferto per i peccati del Caduto».
    Si toccò la fronte. «Qui dentro ci sono le grandi conoscenze, che un tempo appartenevano ai maghi del Mondo di Sopra. Non me le hanno consegnate con facilità. Molti mi hanno combattuto con tutte le loro forze. E io non sono stato impaziente. Sapevo che un giorno questo momento sarebbe arrivato, quando i tempi fossero stati maturi, e allora sarei dovuto venire da voi, con tutti i poteri sottratti ai nostri avversari sigillati nella mia mente. Con le conoscenze che ora possiedo, potrei distruggere il mondo diecimila volte, e ricostruirlo ogni volta, senza mai ripetere lo stesso incantesimo. Dunque, ora le strade potrebbero dividersi. Ho grandi poteri da offrire a chi vorrà seguirmi. Chi vuole unirsi a me, mentre conduciamo gli agnelli al macello?» (Pinhead; p. 214)
  • Credo che i bambini piangano, quando nascono, perché hanno la consapevolezza di tutte le cose brutte che gli accadranno. È stato per questo che non ho mai voluto avere figli. Ogni vita è una condanna a morte. Solo che, crescendo, lo dimentichiamo, come un sogno al momento del risveglio. Che ce ne preoccupiamo oppure no, o qualsiasi cosa tentiamo di fare, le cose brutte succederanno comunque. (p. 229)
  • La gente è complicata, non fa altro che indossare maschere, almeno finché è viva. Quando poi muore, sai, la smette con tutte queste sciocchezze insensate. E a quel punto, vedi la verità. Ed è tanto più ricca e strana di quanto potresti immaginare guardando solo le loro maschere. (p. 233)
  • Stava osservando, e lo sapeva, la fine dell'inferno. Una grande, invisibile mano lo stava spazzando via. Forse sarebbe stato ricostruito, e un nuovo sistema sarebbe sorto. Ma lui non lo avrebbe mai saputo. Aveva sfidato un potere più grande, e aveva perso, come era nell'ordine naturale delle cose. In quella sfida, aveva evocato il caos, e ora stava morendo, insieme con tutti gli altri abitanti di quel miserabile luogo. Nella consapevolezza arrogante che la sua eredità sarebbe stata per sempre fatta di dolore e di perdita, si aprì all'oblio.
    Le palpebre si chiusero – si arresero, più che altro – le ossa del volto così fragili si schiantarono sotto il loro peso, mentre lui crollava sulla soglia dell'esistenza. Il suo ultimo respiro l'aveva già lasciato. E quando cadde, la vita fece lo stesso. (pp. 267-268)

ExplicitModifica

«Benvenuto», disse Harry. «Prego, vieni avanti».
«E mia zia Anna? Può venire anche lei? È molto educata».
«Sì, certo».
Il bambino si girò e fece cenno alla donna di avanzare. Lei entrò nella stanza, tremando. Buffo, lui non aveva mai immaginato che i fantasmi potessero farlo.
«Salve, Anna», esordì.
«Salve, signor...»
«D'Amour».
«Visto?», disse il bimbo alla zia, «in francese significa amore, proprio come ti avevo detto».
«Per un po', ho perso la speranza, lì fuori», ammise lei. «Non pensavo di poter trovare qualcuno in grado di aiutarci».
«Per un po', è stato così, in effetti», spiegò Harry. «Ma ora sono qui. E vi vedo».

Incipit di alcune opereModifica

AbaratModifica

La tempesta si levò da sudest come un demone che insegue la preda su zampe di lampo.
Il vento che portò con sé era putrido come il fiato del diavolo e agitò le acque quiete del mare. Quando la barchetta rossa che le tre donne avevano scelto per la loro rischiosa traversata sbucò dal riparo delle isole e si ritrovò in mare aperto, le onde erano ripide come scogliere, alte nove, dieci metri.

Abarat. Giorni di magia, notti di guerraModifica

Otto Houlihan era seduto nella stanza buia e ascoltava le due creature che l'avevano condotto là: una cosa con tre occhi chiamata Lazaru e il suo tirapiedi, Baby Congiuntiva, che giocavano a una sorta di bowling nell'angolo. Dopo la ventiduesima partita, il suo nervosismo e l'irritazione cominciarono ad avere la meglio.
«Quanto ancora dovrò aspettare?» chiese loro.

ApocalypseModifica

Homer aprì la porta.
"Avanti, Randolph."
Aveva quel modo odioso di dire Randolph, con un'inflessione quasi impercettibile di disprezzo, come se conoscesse ogni dannato crimine commesso da Jaffe, fin dal primo, il più piccolo.
"Che cosa aspetti?" incalzò Homer, vedendo che Jaffe indugiava. "Hai del lavoro da fare. Prima ti ci metti, prima te ne posso trovare dell'altro."

CabalModifica

Tra tutte le promesse avventate, fra tutti i giuramenti notturni fatti in nome dell'amore, nessuno più di "Non ti lascerò mai" è destinato a non essere mantenuto. Questo, ormai, Boone lo sapeva.
[Sonzogno, traduzione di Tullio Dobner]

CreatureModifica

Quando Charlie George si svegliava, le sue mani erano tranquille.
Forse aveva troppo caldo sotto le coperte e sentiva il bisogno di spingerne un paio dalla parte di Ellen. Forse doveva addirittura alzarsi, mezzo addormentato, per arrivare in cucina a versarsi un bicchierone di succo di mela ghiacciato. Poi di nuovo a letto, di fianco alla dolce curva del corpo di Ellen, a lasciarsi prendere ancora dal sonno. Loro aspettavano che i suoi occhi si fossero richiusi e che il suo respiro fosse diventato regolare come un metronomo, aspettavano la certezza che dormisse profondamente. Solo allora, quando sapevano che la sua coscienza era sospesa, osavano tornare alla loro vita segreta.

EctoplasmModifica

Non vi è piacere eguale alla paura. Se fosse possibile sedere rendendosi invisibili fra due persone su di un treno, in una qualsiasi sala d'attesa o in un ufficio, la conversazione che potremmo udire non farebbe che girare attorno allo stesso argomento. In un primo momento, potrebbe certamente sembrare che la discussione verta su di un tema completamente diverso: l'economia nazionale, le vittime degli incidenti stradali, le parcelle sempre più salate dei dentisti. Ma tolte metafore e allusioni, ecco che annidata nel cuore del discorso vi è la paura. Mentre la natura di Dio e la possibilità di vita eterna rimangono nel dimenticatoio, rimuginiamo tutti contenti le minuzie delle nostre miserie. La sindrome non riconosce confini. In vacanza così come al lavoro, si ripete lo stesso rituale. Con l'inevitabilità della lingua che batte dove il dente duole, ritorniamo pedissequamente alle nostre paure. Ne parliamo con la stessa bramosia di un uomo affamato davanti ad un piatto colmo e fumante[11].

GalileeModifica

Per volere della mia matrigna, Cesaria Barbarossa, la casa in cui mi trovo in questo momento fu costruita in modo che fosse rivolta a sud-est. L'architetto — che fu nientemeno che il terzo presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson — contestò quella decisione più volte e con grande eloquenza. Qui sulla mia scrivania ho le lettere che Jefferson scrisse a questo proposito. Ma la mia matrigna fu irremovibile. La casa doveva essere rivolta verso la sua terra natale, verso l'Africa, e lui, quale suo impiegato, dovette fare ciò che gli era stato ordinato.

Gioco dannatoModifica

C'era elettricità nell'aria quel giorno mentre il ladro attraversava la città, certo ormai che dopo tante settimane di frustrazione, la sera avrebbe finalmente localizzato il giocatore di carte. Non era un percorso facile. L'ottantacinque per cento di Varsavia era stato raso al suolo, sia dai lunghi bombardamenti che aveva preceduto la liberazione russa sia dal programma di demolizione che i nazisti avevano realizzato prima della resa. Alcuni settori erano praticamente chiusi al traffico. Montagne di macerie – concimate dai cadaveri e pronte a germogliare ai primi tepori primaverili – ostruivano le strade. Persino nei quartieri più agibili gli edifici un tempo tanto eleganti traballavano pericolosamente, con le fondamenta scricchiolanti.
[Sperling & Kupfer, traduzione di Paola Formenti]

ImagicaModifica

Era il principio basilare di Pluthero Quexos, il più celebrato drammaturgo del Secondo Dominio, che in ogni racconto, non importa quanto ambizioso il fine o profondo l'argomento, ci fosse spazio unicamente per tre attori principali. Tra re in guerra, un paciere; tra spose adoranti, un seduttore, o un bambino. Tra gemelli, lo spirito del grembo. Tra amanti, la morte. Altri attori potevano attraversare il dramma in gran numero, persino a migliaia, ma potevano essere solo spettri, comparse o, in rare occasioni, riflessi dei tre esseri reali e vigorosamente caratterizzati che stavano al centro dell'azione. E neppure questo trio essenziale sarebbe rimasto intatto, o almeno così egli insegnava. Si sarebbe ridotto costantemente nel corso della storia: i tre sarebbero diventati due, i due uno, finché la scena fosse rimasta deserta.

InfernaliaModifica

I morti hanno vie di comunicazione.
Percorrono le ignote distese dietro la nostra vita, animate dal traffico interminabile di anime dipartite, nell'infallibile procedere di treni fantasma, di vagoni di sogno. Capita di udire le vibrazioni e il tumulto del loro passaggio nei punti di rottura del mondo, attraverso le crepe aperte da atti di crudeltà, violenza e depravazione. Si può scorgere il carico di quei convogli, i morti vaganti, quando il cuore è vicino a scoppiare e si manifestano allora visioni che meglio sarebbe tenere celate.
Ci sono autostrade con tanto di segnaletica, viadotti e piazzole di sosta. Ci sono caselli e svincoli.
È in corrispondenza di queste intersezioni, dove si incrociano e si mescolano le folle dei morti, che propaggini di questi itinerari segreti tracimano talvolta nel nostro mondo. Il traffico è intenso ai crocicchi, dove più stridule risuonano le voci dei morti. Lì le barriere che separano una realtà da quella attigua si sono assottigliate per il passaggio di innumerevoli piedi[12].

MonstersModifica

Era la prima edizione del giornale, ed Elaine, seduta nella sala d'aspetto dell'ospedale, la divorò dalla prima all'ultima riga. Un animale scambiato per una pantera — che per due mesi aveva terrorizzato la zona di Epping Forest — era stato ucciso, accertando così che si trattava di un cane selvatico; nel Sudan gli archeologi avevano scoperto frammenti d'ossa che ritenevano potessero condurre a una completa rivalutazione sulle origini dell'Uomo; una giovane donna, che un tempo aveva ballato con un esponente di secondo piano della famiglia reale, era stata trovata assassinata vicino a Clapham; un velista che stava compiendo la traversata del mondo in solitaria era dato per disperso; le speranze suscitate di recente da una cura per il raffreddore comune si erano vanificate. Lesse le informazioni dall'estero e le notizie di cronaca rosa con eguale fervore — qualsiasi cosa pur di distogliere la mente dall'esame a cui avrebbe dovuto sottoporsi — ma le notizie di oggi assomigliavano molto a quelle del giorno precedente. Soltanto i nomi erano stati cambiati.

SudarioModifica

Barberio si sentiva bene nonostante la pallottola. Sì, lo prendeva un sussulto al petto se respirava troppo a fondo e la ferita alla coscia non pareva un bello spettacolo, ma non era la prima volta che lo beccavano e ne era venuto fuori alla grande. Almeno era libero: questo contava soprattutto. Nessuno, giurava a se stesso, nessuno lo avrebbe mai più rinchiuso, piuttosto che farsi rimettere in gabbia si sarebbe ammazzato. Fosse stato tanto scalognato da trovarsi con le spalle al muro, si sarebbe ficcato la pistola in bocca e si sarebbe fatto saltare il cranio. Mai e poi mai lo avrebbero ritrascinato in quella cella vivo.

TerroreModifica

Non esiste piacere che uguagli il terrore. Se fosse possibile sedersi, invisibili, tra due persone su un treno, in una sala d'attesa o in un ufficio, la conversazione origliata finirebbe col toccare quell'argomento. Certo il discorso potrebbe sembrare incentrato su qualcosa di completamente diverso: le condizioni della nazione, una futile chiacchierata sulla morte sulle strade, i prezzi in rialzo delle cure dentarie; ma togliete le metafore, le allusioni, ed ecco, il clou del discorso diventa il terrore. Mentre la natura di Dio e la possibilità della vita eterna non sono soggetto di discussione, chiacchieriamo volentieri sulle minuzie della miseria.

VisionsModifica

Come in una tragedia perfetta, la cui eleganza strutturale va perduta per coloro che soffrono in essa, la geometria ideale di Spector Street era visibile solo dall'alto. Camminando nei suoi cupi canyon, passando lungo i suoi corridoi sudici da un grigio rettangolo di cemento armato a un altro, c'era ben poco che potesse sedurre l'occhio o stimolare l'immaginazione. I pochi arbusti piantati nelle aiuole erano stati da lungo tempo mutilati o sradicati; l'erba, benché alta, rifiutava decisamente di assumere un sano colore verde.

Citazioni su Clive BarkerModifica

  • Clive Barker è lo scrittore più originale che sia apparso sulla scena del racconto dell'orrore in questi ultimi anni e, nel senso più positivo del termine, lo scrittore contemporaneo più scioccante in questo genere letterario. (Ramsey Campbell)
  • Si ritiene spesso che il racconto dell'orrore sia di ispirazione reazionaria. Senza dubbio alcuni dei migliori rappresentanti del genere sono stati di questa tendenza, ma questo pregiudizio ha anche dato origine a non poche affermazioni gratuite e non c'è motivo di presumere che tutto questo settore sia popolato di nostalgici. Quando si parla di fantasia, le uniche regole da rispettare devono essere quelle dell'istinto e da questo punto di vista Clive Barker non ci delude mai. Sostenere (come fanno alcuni autori dell'orrore, secondo me per autodifesa) che il racconto dell'orrore ha lo scopo fondamentale di ricordarci che cosa è normale, proprio in quanto ci rivela l'anormalità del soprannaturale e del diverso, non è molto lontano dall'affermare (come mi sembra che pensino alcuni ambienti editoriali) che il racconto dell'orrore deve avere per argomento la quotidianità della gente comune messa a confronto con un elemento di straordinarietà. E meno male che nessuno convinse Poe a far sua questa premessa... e ringraziamo Clive Barker per il suo radicalismo letterario. (Ramsey Campbell)

NoteModifica

  1. Citato in Tutti i segreti più bizzarri che non avete mai saputo su Hellraiser di Clive Barker, Micibodicinema.blogspot.com, aprile 2016.
  2. a b c Citato in Hellraiser 2 (1988) Prigionieri dell’inferno, Ilzinefilo.com, 5 febbraio 2018.
  3. a b Citato in Hellraiser 3 (1992) Inferno sulla città, Ilzinefilo.com, 12 febbraio 2018.
  4. a b c Citato in Hellraiser 4 (1996) La stirpe maledetta, Ilzinefilo.com, 19 febbraio 2018.
  5. (EN) Citato in Post di twitter, Pagina ufficiale di Clive Barker, 4 novembre 2012.
  6. (EN) Citato in Post di twitter, Pagina ufficiale di Clive Barker, 13 novembre 2012.
  7. (EN) Citato in Post di facebook, Pagina ufficiale di Clive Barker, 27 dicembre 2012.
  8. (EN) Citato in Post di twitter, Pagina ufficiale di Clive Barker, 8 febbraio 2013.
  9. da Infernalia, traduzione di Tullio Dobner, Sonzogno, 2000. Epigrafe dell'opera citata e di tutti i successivi libri della serie Books of Blood: Ectoplasm, Sudario, Creature, Visions e Monsters.
  10. Citato in Hellraiser saga: schiavi dell’inferno, Ilsotterraneodelretronauta.com, n. t..
  11. Così anche in Libri di sangue. La sfida dall'Inferno, traduzione di Tullio Dobner, Castelvecchi Editore, 2012. ISBN 9788876156526
  12. Così anche in Libri di sangue. Le stelle della morte, traduzione di Tullio Dobner, Castelvecchi, 2011. ISBN 9788876155451

BibliografiaModifica

  • Clive Barker, Abarat, traduzione di Beatrice Masini, Fabbri Editori, 2002. ISBN 8845180492
  • Clive Barker, Abarat. Giorni di magia, notti di guerra, traduzione di Beatrice Masini, Sonzogno, 2004. ISBN 8845412229
  • Clive Barker, Apocalypse, traduzione di Tullio Dobner, Bompiani, 1995. ISBN 8845218864
  • Clive Barker, Creature, traduzione di Tullio Dobner, Sonzogno, 2001. ISBN 8845420965
  • Clive Barker, Ectoplasm, traduzione di Rossana Terrone, Sonzogno, 2000. ISBN 884541891X
  • Clive Barker, Galilee, traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini, Sonzogno, 2001. ISBN 884542085X
  • Clive Barker, Imagica, traduzione di Andrea Di Gregorio, Bompiani, 1997. ISBN 8845229742
  • Clive Barker, Infernalia, introduzione di Ramsey Campbell, traduzione di Tullio Dobner, Sonzogno Best Seller, 2000. ISBN 8845418898
  • Clive Barker, Libri di sangue. La sfida dall'Inferno, traduzione di Tullio Dobner, Castelvecchi Editore, 2012. ISBN 9788876156526
  • Clive Barker, Libri di sangue. Le stelle della morte, traduzione di Tullio Dobner, Castelvecchi, 2011. ISBN 9788876155451
  • Clive Barker, Monsters, traduzione di Fabio Zucchella, Sonzogno, 2002. ISBN 8845422151
  • Clive Barker, Schiavi dell'inferno, traduzione di Francesca Noto, Independent Legions Publishing, Trieste, 2017. ISBN 978-88-99569-62-4.
  • Clive Barker, Sudario, traduzione di Tullio Dobner, Sonzogno, 2000. ISBN 8845418901
  • Clive Barker, Terrore, traduzione di Grazia Alineri, in "Il colore del male. I capolavori dei maestri dell'horror", a cura di David G. Hartwell, Armenia Editore, 1989. ISBN 8834404068
  • Clive Barker, Vangeli di Sangue, traduzione di Francesca Noto, Independent Legions Publishing, Trieste, 2015. ISBN 978-88-99569-55-6
  • Clive Barker, Visions, traduzione di Piero Spinelli, Sonzogno, 2002. ISBN 884542216X

FilmografiaModifica

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OpereModifica