Clemente Alessandrino

teologo, filosofo e apologeta greco

Tito Flavio Clemente, meglio conosciuto come Clemente Alessandrino (150 circa – 215 circa), teologo, apologeta e scrittore cristiano greco antico.

Clemente Alessandrino

Il pedagogo

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  • Anche le donne non devono restare escluse da ogni esercizio fisico. Ma non si devono esigere da loro la lotta e la corsa; devono esercitarsi a filare e a tessere e inoltre aiutare a cuocere il pane [...] devono andare in dispensa a prendere ciò di cui abbiamo bisogno.
  • Bisogna che fra noi gli uomini non profumino di sostanze odorose, ma di virtù.[1]
  • Così solo l'aver creduto e l'essere stato generato è perfezione nella vita.[1]
  • Dio è una cosa sola, al di là dell'uno e al di sopra dell'unità stessa. Perciò anche la particella tu, la quale ha forza dimostrativa, dimostra che Dio, il quale era, è e sarà, è veramente unico. (I, 8)[2]
  • È manifestamente chiaro da questo fatto che le relazioni carnali fra maschi, con femmine sterili, i coiti dal di dietro, e le unioni incomplete androgine devono essere evitate tutte; e piuttosto ci si dovrebbe sottomettere alla natura.
  • La smodatezza è sempre cattiva ma soprattutto nel cibo è condannabile.
  • Non bisogna essere del tutto inattivi né esageratamente occupati.
  • Per il fatto che l'uomo è un animale capace di ridere, non si deve ridere sempre, proprio come il cavallo, che pur può nitrire, non nitrisce sempre.
  • Prima di divenire creatore era Dio, era buono e per questo volle essere demiurgo e padre. (I, 20)[2]
  • Tutto ciò che agli uomini è naturale, non lo si deve abolire, ma gli si deve imporre misura e tempo debito.

[AA.VV., La teologia dei Padri, III, Città Nuova, Roma, 1982]

Stromateis

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  • Cadmo, colui che inventò l'alfabeto e lo diffuse fra i Greci, era fenicio, come dice Eforo; onde Erodoto scrive che l'alfabeto fu chiamato "fenicio"; altri invece affermano che per primi idearono un alfabeto Fenici e Siri insieme. [...] Il fenicio Cadmo escogitò anche l'arte di dell'intaglio su pietra e pensò di scavare le miniere d'oro del monte Pangeo. (da Libro I, cap. 16, pp. 139-140, 1985)
  • Fra gli esseri che sono capaci di muoversi, alcuni si muovono per impulso e rappresentazione, come per esempio gli animali. Altri si muovono per trasposizione, come gli oggetti privi di anima. [...] La facoltà del ragionamento, che è una peculiarità dell'anima umana, non è vincolata all'istinto (come avviene negli esseri animati privi di ragionamento), ma al discernere le rappresentazioni senza lasciarsi coinvolgere da esse. (II, 20, 110)[3]
  • Fra gli eretici abbiamo menzionato Marcione del Ponto perché, per opposizione al Creatore, rifiuta l'uso dei beni del mondo. Per lui causa della continenza, se la sua può chiamarsi continenza, è il Creatore stesso, cui questo gigante in lotta con Dio crede di far fronte, ed è continente senza volerlo, poiché condanna l'opera della creazione e il corpo. (da Libro III, cap. 4, p. 369, 1985)
  • Il fatto è che secondo l'ipotesi di Basilide l'anima, che peccò in un'altra vita, sottostà al castigo in questa: l'eletta onoratamente con il martirio, l'altra purificandosi con adeguato castigo. Ora tutto ciò come può esser vero, se sta a noi confessare la fede e subirne il supplizio o no? Se ci sarà uno che rinnega, si dissolve quella che è la provvidenza secondo Basilide. (da Libro IV, cap. 12, p. 481, 1985)
  • Se d'altronde, come lo stesso Basilide afferma, noi opiniamo che un primo precetto di quella che egli dice volontà di Dio consiste nell'amare tutte le cose, perché tutto conserva un rapporto razionale con il tutto, un secondo nel non desiderare nulla e un terzo nel non odiare nulla, anche i supplizi saranno per volontà di Dio. Il che è empio pensare. (da Libro IV, cap. 12, p. 482, 1985)
  • Dio, che è senza origine, è il principio unico e completo di ogni cosa. (IV, 25, 162)[2]
  • Se qualcuno, seguendo Marcione, osa sostenere che il demiurgo salva chi ha creduto in lui partecipandogli la sua propria salvezza, finisce con il sottovalutare la potenza del Dio buono, che in ritardo e dopo il loro celebrato demiurgo si mette anch'essa a fare opera di salvezza, o ammaestrata da lui o imitando lui. Ma se il Dio buono secondo loro salva comportandosi così, la sua opera salvatrice non è intrapresa né verso quelli che gli appartengono, né con la volontà di colui che ha compiuto la creazione, ma con violenza e inganno. (da Libro V, cap. 1, pp. 543-544, 1985)
  • Per dirla in breve, il cartaginese Senocrate non depone la generale speranza che anche negli animali privi di ragione vi sia una qualche nozione di Dio. E lo dovrà riconoscere lo stesso Democrito, per quanto possa costargli fatica, se sarà conseguente con i propri princìpi; riteneva infatti che dall'essere divino penetrassero negli uomini come negli animali privi di ragione le stesse immagini provenienti dall'essenza divina. (V)[4]
  • Tutte le nazioni credono che Egli esiste; ma solo a pochi sono state svelate le cose contenute nel mistero di Dio. È per questo motivo che Platone, nelle epistole, parlando di Dio dice: "Ti devo scrivere in enigma, affinché se questa lettera viene smarrita per terra o per mare, colui che la legge non possa comprenderla. Perché il Dio dell'universo che sorpassa qualsiasi parola, pensiero e concetto, non potrà mai venire insegnato con la scrittura, essendo inneffabile nella sua natura". (V, 10, 64)[2]
  • I filosofi, gli Stoici, Platone, i Pitagorici, Aristotele e i Peripatetici considerano la materia come uno dei principi primi e non riconoscono l'esistenza d'un principio unico. Si tenga però ben presente che essi non attribuiscono alla materia né qualità né forma; Platone poi la identifica col non-essere, sapendo che unico è il principio primo vero e reale. (V, 14, 89)[2]
  • Il Padre e il Padre di tutte le cose è riconoscibile da tutte le cose, per mezzo di un potere innato senza insegnamento: dalle cose inanimate, perché possono avere simpatia verso l'essere vivo, e dagli esseri animati gli uni, già immortali, operando di giorno in giorno, gli altri, ancora mortali, in parte nel timore, e ancora nel grembo della madre, in parte usufruenti di libera riflessione, come tutti gli uomini, Greci e barbari. E nessuna stirpe non solo di agricoltori o di pastori può vivere senza la fede per prenozione dell'essere superiore. Perciò ogni popolo, che si estenda nelle regioni dell'oriente o dell'occidente, del settentrione o del mezzogiorno, tutti hanno una sola e medesima prenozione di Colui che ha stabilito il suo impero, se è vero che gli effetti più universali della sua attività hanno pervaso egualmente tutte le cose. (V, 14, 133)[2]
  • Dio non è mai causa del male, perché tutte le cose sono ordinate alla salvezza dell'universo sia in generale che in particolare. (VII, 2, 12)[2]
  • Gli animali terricoli e i volatili si alimentano della stessa aria che permette anche alle nostre anime di respirare. La loro anima, infatti, è fatta della stessa natura dell'aria. Dicono invece che i pesci non respirino quest'aria, bensì quella che, sin dal momento della creazione, è stata mescolata all'acqua così come agli altri elementi. (VII, 6, 34)[5]
  • Dio non è buono involontariamente: la bontà non appartiene a lui come la proprietà di riscaldare al fuoco. L'elargizione del bene in Lui è volontaria, anche quando è stato invocato [...]. Perciò Dio non fa il bene per necessità, ma per libera scelta. (VII, 7, 42)[2]

Citazioni su Clemente Alessandrino

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  • Condanna i letti troppo soffici come sovverchiamente riscaldanti, e dice che quel trovarsi sepolti come tra due argini corrompe la nutrizione, e preferisce come il più salubre il letto piano e alquanto duro. [...] Deride il lusso dei letti dove le troppo eleganti forme, e gli argenti e gli avorii che vi si sciupavano, erano non solo inutili pompe, ma anche nido di schifosi insetti. (Francesco Puccinotti)
  • Il Dio della metafisica cristiana di Clemente è dotato di intelligenza, volontà, libertà, potenza e bontà. (Battista Mondin)
  • S'inoltra [...] a discorrere delle bevande, e stabilisce per principio, che la sobria la naturale la necessaria bevanda all'uomo è l'acqua. [...] Riguarda il Vino come un medicamento, e vuole che l'infanzia e la giovinezza se ne astengano: il vino essere fatto pei deboli e pei vecchi. Al desinare vorrebbe non se ne facesse uso; ma a quelli cui è necessario consiglia di berlo a cena. Circa alla quantità della bevanda in generale vuol che sia scarsa, onde il nutrimento non venga troppo diluito. (Francesco Puccinotti)
  1. a b Citato in Gerardo Di Nola (a cura di), Lo Spirito Santo nella testimonianza dei Padri e degli scrittori cristiani, Città Nuova, 1999.
  2. a b c d e f g h Citato in Battista Mondin, Storia della metafisica, volume 2, PDUL Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1998.
  3. Citato in L'anima degli animali, p. 116.
  4. Citato in Pierre Bayle, Dizionario storico-critico, vol. I, a cura di Gianfranco Cantelli, Laterza, Bari, 1976, pp. 162-163.
  5. Citato in L'anima degli animali, p. 119.

Bibliografia

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  • Aristotele, frammenti stoici, Plutarco, Porfirio, L'anima degli animali, a cura di Pietro Li Causi e Roberto Pomelli, Einaudi, Torino, 2015. ISBN 978-88-06-21101-1
  • Clemente Alessandrino, Gli Stromati. Note di vera filosofia, Edizioni Paoline, Milano, 1985. ISBN 88-215-0766-1

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