Carlo Formichi

orientalista italiano

Carlo Formichi (1871 – 1943), orientalista italiano.

Carlo Formichi

Citazioni di Carlo FormichiModifica

  • [Su Gandhi] Audace idealista, che ci trova consenzienti fino a un certo punto, ma ci obbliga poi a lasciarlo solo nel suo troppo sperare e volere. (citato in Gianni Sofri, Gandhi in Italia, Il Mulino, Bologna, 1988, p. 129. ISBN 88-15-01768-2)
  • Noi Italiani meno degli altri possiamo aprir l'animo ai facili entusiasmi quando si tratti di pronunciare un giudizio sulla letteratura d'un altro popolo. Noi che abbiamo dato al mondo poeti come Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Parini, Alfieri, Monti, Foscolo e Leopardi e prosatori dell'altezza di Boccaccio, Macchiavelli, Guicciardini, Sarpi, Gozzi e Manzoni, noi che abbiamo in Firenze quel tempio sacrato alla gloria imperitura dell'arte e del pensiero italiano: Santa Croce, noi non possiamo eccedere nella ammirazione e siamo di diritto giudici severi e competenti quando un'altra nazione ne chieda il nostro parere sul valore dei suoi letterati e sulla parte che rappresenta nella storia della civiltà la sua letteratura. (da II. Il popolo inglese, la sua lingua, la sua letteratura, Prolusioni lette nella Regia Università di Pisa, Enrico Spoerri Editore, Pisa, 1904, p. 33)

Il Sanscrito considerato dal punto di vista della lingua e della letteraturaModifica

  • [...] il Sanscrito, vuoi lo si consideri come lingua, vuoi come letteratura, si appresenta ai nostri Umanisti come il miglior complemento degli studi del Greco e del Latino, però più che lingua orientale il Sanscrito dovrebbe chiamarsi la lingua classica per eccellenza. (p. 3)
  • Dal Bopp fino al Curtius il codice più attendibile ed autorevole fu il Sanscrito come quello che aveva dato la prima scintilla, il primo impulso alla nuova scienza [della ricostruzione critica del testo di uno scrittore del quale si abbiano parecchi codici manoscritti]. Il Sanscrito quindi venne messo a base di ogni indagine glottologica e morfologica e fu chiamato la sorella maggiore delle lingue indo-europee, quella che più di ogni altra aveva conservato puro il tipo di famiglia. E in massima non si aveva torto. La trasparenza di una lingua, abbiam detto, è prova della sua antichità, e non v'è dubbio che tra gl'idiomi indo-europei il Sanscrito è quello che meglio di ogni altro si lascia analizzare e, per cosi dire, anatomizzare. (p. 6)
  • È stato osservato che vi è sempre un'armonica rispondenza tra l'indole, i pensieri, la religione d'un popolo e la natura in mezzo alla quale esso vive. Nell'Iran quel brusco passaggio dai calori tropicali al freddo più intenso, quell'avvicendarsi quasi repentino di rigogliosa vegetazione e di squallida aridità, trova il suo riscontro in quella fede cosi spiccata in un dio tutto bontà e in uno tutto malizia, in quella lotta accanita, incessante tra il principio del Bene e quello del Male. Il carattere cupo e malinconico dei popoli semitici, le loro divinità terribili ed implacabili, i loro affetti eccessivi e violenti, richiamano alla mente quei loro vastissimi deserti arsi dal sole, spaventevolmente silenziosi e solo echeggianti del ruggito dei leoni. E chi non scorge una mirabile armonia tra le perfette produzioni dell'ingegno greco e quelle vaghe e gioconde colline dell'Ellade, quelle insenature di mare, quel clima mite, quel cielo purissimo? Del pari, nei pensieri del popolo indiano e nelle sue aspirazioni, troviamo una sublimità che ben si accorda con le vette dello Himâlaya, le più alte del globo; e l'esuberanza e fecondità di fantasia dei poeti indiani sembrano il riflesso di quel suolo ridondante di germi, fertilizzato da violente piogge e dall'ardore di un sole equatoriale. (pp. 9-10)

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