Arthur Rosenberg

storico tedesco

Arthur Rosenberg (1889 – 1943), storico tedesco.

Origini della Repubblica tedesca 1871-1918Modifica

Incipit di Origini della Repubblica tedesca 1871-1918Modifica

L'impero di Bismarck, fondato a Versaglia[1] nel 1871, fu distrutto nella stessa Versaglia[2] nel 1919. La Repubblica creata successivamente a Weimar, si allaccia però per molti particolari importanti al vecchio sistema. Tuttavia nella sua essenza vi è qualcosa di nuovo; l'innovazione decisiva non si riferisce alla deposizione degli Hohenzollern e delle altre dinastie. L'impero di Bismarck sarebbe assolutamente pensabile anche con un presidente del Reich eletto. Né il nuovo consiste nella circostanza che nella Repubblica socialdemocratici possano diventare ministri, in quanto tale fatto si è verificato già nell'ultimo periodo dell'impero. E altrettanto poco i confini della pace di Versaglia formano il mutamento decisivo: Bismarck avrebbe potuto fondare i suo Reich anche senza l'Alsazia-Lorena e stabilire le relazioni della Germania nei confronti dei Polacchi e dell'Austria su basi diverse. L'innovazione decisiva consiste invece nella distruzione della vecchia armata prussiana mediante la disfatta militare in Occidente, la rivoluzione e le condizioni di pace di Versaglia.

CitazioniModifica

  • Il Reich bismarckiano e l'esercito prussiano sono indissolubilmente collegati. Bismarck ritenne sempre opera sua massima l'aver guadagnato il re di Prussia e l'armata prussiana all'idea nazionale di una Germania unita. Egli vide l'errore del 1848 nel fatto che la borghesia aveva voluto effettuare la fondazione del Reich con le proprie forze, senza prendere in considerazione le dinastie tedesche e soprattutto senza riguardo per la Prussia divenuta storica. Bismarck procedette diversamente. Egli ha alleato l'aristocrazia militare prussiana con la borghesia tedesca, ha messo a capo di tutto la casa Hohenzollern, fondando così il Reich secondo i suoi propri intendimenti. La storia dell'impero neo-tedesco consiste nella vicendevole attrazione e repulsione di queste due forze connesse da Bismarck. La fine subentrò quando nel 1918 l'aristocrazia militare prussiana fu travolta nel crollo e la borghesia conquistò il potere. (cap. I, pp. 5-6)
  • Il generale von Moltke era un uomo molto colto, e, cosa eccezionale per un alto ufficiale, di carattere malleabile e sensibile. Egli soffriva immensamente in guerra per il grande spargimento di sangue che causavano le battaglie da lui ordinate. Ma il suo stato fisico e nervoso era nel 1914 tanto cattivo, che Moltke avrebbe dovuto essere in pensione già da lungo tempo. (cap. III, pp. 78-79)
  • Non ci si può immaginare che in stati come Francia, Inghilterra, America e Russia sovietica sarebbe stato concesso di comandare l'esercito in guerra a un uomo come Moltke. Guglielmo II non prese nota di nulla e lasciò il comando supremo nelle mani di Moltke. La costituzione bismarckiana ha dunque reso possibile che nell'agosto 1914 la politica tedesca venisse diretta da un Bethmann-Hollweg[3] e l'esercito tedesco dal Moltke junior. (cap. III, p. 79)
  • Una vittoria tedesca alla Marna avrebbe causato un'ulteriore ritirata francese verso sud. Ma l'esercito tedesco sarebbe stato minacciato ancora sempre alle spalle di Parigi e l'armata francese avrebbe continuato a combattere. Ciò che necessitava alla Germania in occidente non era una semplice vittoria tattica né un guadagno di terreno, bensì un'immensa Sedan, un'eliminazione dell'esercito francese, onde poter disporre liberamente delle truppe per l'oriente. Col fallimento del piano Schlieffen una simile speranza era ormai distrutta. Per gli errori del comando supremo l'esercito tedesco della Marna non conservò neppure la tanto meritata vittoria tattica. Nella battaglia della Marna l'esercito tedesco era per lo meno all'altezza dei suoi avversari, ma la decisione fu conseguenza della superiorità d'intelligenza del comando supremo francese. Quando il generale v. Moltke misurò tutta la grandezza della disfatta egli ebbe un collasso e dovette essere esonerato dal comando supremo. (cap. III, pp. 82-83)

Storia del bolscevismoModifica

  • Gli economisti inglesi del periodo classico, innanzi a tutti Ricardo, scoprirono che la sorgente di tutti i valori è la forza-lavoro. Essi giudicarono pure giustamente il rapporto tra lavoratori e imprenditori nel processo della produzione dei valori. Ma che l'uno ricevesse il profitto, e l'altro soltanto il minimo necessario per l'esistenza, tale circostanza pareva a quegli indagatori un fatto di natura, contro il quale non c'era nulla da fare. (cap. 1, p. 8)
  • La Russia degli zar si distingueva nel secolo decimottavo per una certa brutale modernità: proprio in quel secolo infatti, che quasi dappertutto in Europa portava il marchio dell'assolutismo, governavano la Russia Pietro il Grande e Caterina II, con idee nettamente progressiste. Ancora al tempo del Congresso di Vienna, Alessandro I poteva permettersi lo sport d'essere, negli affari europei, più liberale di Metternich e del re di Prussia. (cap. 2, p. 25)
  • Di Rosa Luxemburg e del suo circolo, piaceva a Lenin la energia rivoluzionaria, pur essendo di diversa opinione nella maggior parte delle questioni principali. Rosa Luxemburg aveva già protestato nel 1903 contro la dottrina organizzativa di Lenin: essa disapprovava la dittatura del proletariato, e non poteva concepire una grande rivoluzione che come azione spontanea della grande massa operaia. Lenin scorgeva in tale teoria della spontaneità un pericoloso disordine. Rosa Luxemburg disapprovava inoltre la la teoria leniniana dell'alleanza tra gli operai e le classi medie, e non dava né alla questione dei contadini né a quella nazionale l'importanza che esse avevano per Lenin. (cap. 4, p. 80)
  • La guerra civile fu condotta con tremenda crudeltà: i bianchi cercavano d'intimorire le masse degli operai e dei contadini con le uccisioni in massa, e di vendicarsi della rivoluzione; i bolscevichi contrapponevano al terrore bianco il terrore rosso. Si può essere di diversa opinione riguardo ai singoli atti di violenza compiuti dal governo dei Soviet negli anni della guerra civile, riguardo alle fucilazioni in massa e simili; ma da un punto di vista storico e generale, bisogna riconoscere che il popolo russo si trovò in quel momento costretto a difendersi da una spietata controrivoluzione. (cap. VI, pp. 129-130)
  • Nella primavera del 1921 Lenin iniziò la ritirata dal comunismo di guerra alla «nuova politica economica» (chiamata NEP dalle iniziali delle corrispondenti parole russe). Cessarono ormai le requisizioni forzate del grano ai contadini: questi dovevano consegnare allo Stato una determinata parte del raccolto, come imposta in natura: tutto il resto restava a loro disposizione, ed essi potevano venderlo come meglio loro pareva. Così era ricostituita di colpo la proprietà privata del contadino russo, che il comunismo aveva soffocato con le sue requisizioni. Nello stesso tempo era creato un libero mercato delle merci, ed era di nuovo resa possibile l'esistenza del piccolo commercio e della piccola industria. (cap. 8, pp. 172-173)
  • La NEP scartò ogni idea generale d'uguaglianza tra gli uomini, come aveva dominato nel regime del comunismo di guerra, anche se non s'era trattato che dell'uguaglianza di fronte alla fame. Ora esisteva di nuovo una minoranza d'operai accanto a una maggioranza di contadini e di altri appartenenti alle classi medie. (cap. 8, p. 173)
  • Con il volgersi alla NEP, Lenin ottenne nei primi anni assolutamente quel che desiderava: la dittatura bolscevica si mantenne: domata la fame, svanì il malcontento delle masse, e l'economia russa si risollevò dopo sette anni di decadimento e di sfacelo. (cap. 8, p. 176)
  • L'importantissima dottrina di Stalin, diventata teoria fondamentale del bolscevismo dalla fine del 1924 ad oggi, è la dottrina della possibilità del socialismo in un solo paese. Come s'è già indicato, questa teoria s'incontra già nelle ultime opere di Lenin, dell'anno 1923: per altro Lenin non la pone ancora nella sua netta formulazione, al centro di tutto il lavoro del partito, ma indirettamente essa risulta dalle sue considerazioni. Stalin invece ha per primo espresso chiaramente tale concezione, e basato su di essa la pratica del bolscevismo. (cap. 10, p. 220)
  • È singolare che tra i seguaci di Bucharin e Rykov[4] fosse anche il più in vista tra i capi dei sindacati russi, Tomski. Egli è uno scettico, politico realista, che aveva accettato come un fatto indiscutibile il carattere agricolo dell'economia russa: secondo lui l'operaio russo non doveva correr dietro a chimere, ma cercar di farsi nelle condizioni attuali un tenore di vita quanto migliore possibile. E se il paese si lasciava rovinare dagli esperimenti utopistico-socialisti, chi ne avrebbe avuto maggiormente a soffrire sarebbe stato proprio l'operaio, che avrebbe di nuovo sofferta la fame. (cap. 10, pp. 226-227)
  • Tomski rappresentava quella minoranza, soprattutto di operai qualificati e meglio stipendiati, che, stanchi di rivoluzioni, non volevano più saperne di mitologia socialista. Essi intendevano di proteggere e migliorare le proprie condizioni di vita con l'aiuto dei sindacati, né li disturbava il fatto che lo Stato avesse a riprendere a poco a poco un carattere semiborghese. Infatti gli operai qualificati non ne avrebbero sofferto nella loro situazione professionale. C'era press'a poco lo stesso rapporto, fra Tomski e lo Stato dei Soviet, come tra un socialista dell'Europa occidentale e il suo Stato borghese capitalista; e questo spiega come mai proprio Tomski sia stato, negli anni dal 1925 al 1927, il più fervido patrocinatore dell'unione tra gli operai russi ed i sindacati socialisti europei. (cap. 10, p. 227)
  • Quando Stalin sviluppò la sua teoria del socialismo in un paese solo, ciò doveva influenzare profondamente anche l'Internazionale. Secondo la dottrina di Stalin, la Russia può portare a termine il socialismo con le proprie forze, soltanto se il proletariato internazionale impedisce un intervento armato capitalistico contro la Russia dei Soviet: infatti i comunisti, che rappresentano una minoranza nel ceto operaio di tutto i mondo, non sono in grado da soli d'assicurare la Russia contro un attacco di questo genere; e pertanto si trattava di procurare alla Russia un'alleanza diretta con la maggioranza della classe operaia internazionale; vale a dire con la socialdemocrazia. (cap. 10, pp. 231-232)

NoteModifica

  1. Versailles
  2. Con il trattato che, dopo la sconfitta tedesca, pose fine alla prima guerra mondiale.
  3. Theobald von Bethmann-Hollweg (1856 – 1921), cancelliere del Reich dal 1909 al 1917.
  4. Nikolaj Ivanovič Bucharin e Aleksej Ivanovič Rykov, esponenti della cosiddetta "opposizione di destra" del partito guidato da Stalin.

BibliografiaModifica

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