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Antonio Aliotta (1881 – 1964), filosofo e accademico italiano.

Indice

Citazioni di Antonio AliottaModifica

  • Una verità qualsiasi non è universale nel senso intellettualistico che sia identicamente pensata da tutti; ma solo in quanto c'è un accordo pratico fondato su certe convenzioni esplicitamente formulate o sottintese. (da Critica dell'esistenzialismo, Perrella, 1951)

L'ispirazione kantiana nell'estetica di Federico SchillerModifica

IncipitModifica

Il tentativo di superare il dualismo kantiano – La Critica del giudizio di Kant aveva invano tentato di superare il dualismo delle due prime Critiche, gittando con l'idea di finalità un ponte tra il fenomeno e il noumeno, fra il mondo delle necessità e quello della libertà. I due mondi rimanevano in ultima analisi sovrapposti e solo esteriormente collegati, in quanto l'ordine dei fenomeni naturali nel complesso delle sue leggi si affermava, sebbene soltanto per uso regolativo delle idee della nostra ragione, preformato in modo da rendere possibile il realizzarsi della coscienza morale. Una vera e propria armonia prestabilita con un artificioso Deus ex machina.

CitazioniModifica

  • Lo Schiller, accettando l'eredità kantiana di io intelligibile ed io sensibile, distingue due aspetti che nell'uomo solo astrattamente possiamo dividere e ai quali deve arrestarsi la nostra analisi: la persona, che permane, e i suoi stati che mutano. (da Logos, II fascicolo p. 110)
  • Nel travagliato criticismo di Kant, è tutto il tormento del Cristianesimo; nella sua teoria del male radicale persiste, per quanto filosoficamente trasfigurato, il dogma del peccato originale. Giustamente scriveva al Goethe lo Schiller: «Vi è sempre in Kant, come in Lutero, qualcosa che ricorda il monaco, il quale, anche uscito dal chiostro, non può tuttavia cancellarne da sé le tracce.» (da Logos, II fascicolo p. 113)
  • La perfezione umana non è al di là del mondo sensibile, ma nello sviluppo armonico di tutte le facoltà dell'uomo nella sua integrale certezza. da Logos, II fascicolo p. 113)
  • [...] per lo Schiller l'arte è il culmine della vita dello spirito e la coscienza etica razionale ne è solo un aspetto, dovendo integrarsi con la sensibilità. Rimane fermo per Schiller, come per Kant, che l'atto morale deve avere il movente, non nell'impulso sensibile, bensì nella ragione. (da Logos, II fascicolo p. 115)
  • Il primo germe della teoria schilleriana dell'arte come libero giuoco è in Kant. [...] Da Kant trae lo Schiller il suo motivo fondamentale del giuoco, come attività libera, cioè senza costrizione, senza lo scopo serio d'un bisogno sensible da soddisfare, d'una conoscenza oggettiva da costruire, o d'un fine morale.
  • Libertà per Schiller vuol dire appunto assenza di costrizione, non soltanto fisica, ma anche morale; perché anche il dovere ci costringe dolorosamente quando contrasta con l'impulso sensibile, come nel rigorismo kantiano. Libertà estetica per Schiller è qualcosa di più che libertà morale: questa ultima sarebbe bensì una liberazione dagl'impulsi sensibili, ma ci porrebbe sotto l'impero d'una legge subita con la nostra umana natura. La libertà estetica ci sottrae pure alla sofferenza di questa costrizione, facendoci sentire la legge etica, come conforme alla nostra naturale inclinazione.
  • L'anima, nell'atteggiamento estetico, si afferma secondo lo Schiller, superiore a tutte le sue attuali determinazioni; non si sente, cioè, chiusa, dominata da una di esse, capace di determinarsi in modi infiniti.

BibliografiaModifica

  • Antonio Aliotta, L'ispirazione kantiana nell'estetica di Federico Schiller in Logos, Rivista trimestrale, S.A. Editrice Perrella, Roma 1940.

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