Antonella Anedda

poetessa, saggista e docente italiana

Antonella Anedda Angioy (1955 – vivente), poetessa e saggista italiana.

Citazioni di Antonella AneddaModifica

  • [Sulla stretta collaborazione fra poesia e prosa nelle sue opere] Credo che abbiano agito gli studi di storia dell'arte. Penso che proprio visivamente a volte è come se la scrittura dovesse raggrumarsi e altre volte invece come se gocciasse. C’è un rapporto molto concreto, come se la vedessi. Un aspetto visuale e anche tattile, di un tattile tutto interiore naturalmente, perché effettivamente ha a che fare con questo raggrumarsi e sciogliersi.[1]
  • [Sul saggio Economia dell'imperduto di Anne Carson] Come in altre opere di argomento classico, da Eros the bittersweet, dedicato a Saffo, a Nox, geniale dissezione del carme 101 di Catullo, anche qui Carson convoca una folla di presenze: da Marx a Parmenide fino a Leopardi.[2]
  • Economia dell'imperduto di Anne Carson – presentato per la prima volta in Italia nella bella traduzione di Patrizio Ceccagnoli, a cui si deve la scelta di render unlost col neologismo «imperduto» – perlustra le due sponde della gratuità e del guadagno, dell'umiliazione e della dignità della poesia e dei poeti.[2]
  • Il verso "se nome è anche raggiungere se stessi" mi è stato suggerito da una riflessione di Giacoma Limentani nel suo libro Il Midrash, quando nota che in ebraico "Shem" (nome) e "Sham" (luogo, ma nel senso di andare verso un luogo, moto a luogo) hanno la stessa radice. Raggiungere il proprio nome come se fosse un luogo è mettersi in cammino verso se stessi, non solo diventare se stessi, ma smettere di essere ciò che si era, accettando di attraversare la propria aridità, il proprio deserto.[3]
  • La poesia, ci ricorda Carson, implica sempre la gratuità: se sia spreco o grazia dipende da noi. Per questo la scrittura non può prescindere da un'anamnesi infinita che rende l'innesto della lettura necessario, come la trasfusione.[2]
  • Prima di tutto la poesia ci scaccia, quando la poesia è finita noi non ci siamo più. E questo è un dato. Quindi non è mai biografica o non è solo biografica: c'è continuamente, o almeno a me succede questo, la vita altrui che entra, la memoria di racconti di altre persone. Anche qui c'è qualcosa che si spalanca, non c'è mai un io univoco. Nel momento stesso in cui c'è la mia subito mi si affollano altre voci ed esperienze.[1]
  • [La poesia] Una cosa terrena, un dono e un lavoro, provando ad andare avanti e invece magari tornando indietro. Insomma un fare molto precario, come la vita.[3]

Incipit di Isolatria. Viaggio nell'arcipelago della MaddalenaModifica

  • La prima lezione delle isole è che non puoi andartene a piedi. Acqua, aria, vento, onde, corde, bitte, sartie. Devi prendere una nave o un aereo. Devi correre in cerchio come un cane. Conosci la protezione ma anche il massimo dell'esposizione. Circondata da un elemento instabile, il mare, l'isola coincide con le forze opposte del rifugio e della minaccia. Respira con il tempo atmosferico, continuamente disorientata da nuvole, uccelli, traghetti che per una tempesta improvvisa rischiano di naufragare sugli scogli e non riescono ad attraccare nei porti se non dopo lunghe manovre.
    La costrizione dello spazio lo dilata, lo spalanca per tutti i quattro punti cardinali, non smette di farci sognare quello che c'è oltre il mare.

NoteModifica

  1. a b Dall'intervista a Francesco Napoli, Anedda, parole come grumi e pennellate, casadellapoesia.org, 12 maggio 2007.
  2. a b c Da La sabbia che resta e la neve che fonde. Tra Simonide e Celan, Corriere della Sera, Milano, 21 novembre 2020, p. 43.
  3. a b Dall'intervista a Vera Lucia de Oliveira, Vera Lucia de Oliveira intervista Antonella Anedda, insulaeuropea.eu, 11 0ttobre 2017.

BibliografiaModifica

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