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Abraham Johannes Muste (1885 – 1967), pacifista statunitense.

  • Noi saremo la futura nazione che cercherà di dominare il mondo, cioè di fare quello per cui ora condanniamo Hitler.[1]
  • Il problema dopo una guerra riguarda il vincitore. Egli pensa di avere appena dimostrato che la guerra e la violenza rendono. Chi ora gli darà una lezione? (da Crisis in the World and in the Peace Movement[1])
  • I mezzi che si usano si fondono inevitabilmente ai fini e, se sono cattivi, sconfiggeranno chi li usa.[1]

Pacifism and Class WarModifica

  • In un mondo costruito sulla violenza, si deve essere rivoluzionari, prima di poter essere pacifisti.[1]
  • C'è in noi una certa indolenza, un desiderio di non essere disturbati, che ci induce a pensare che quando le cose sono tranquille, tutto va bene. Tendiamo inconsciamente a preferire la "pace sociale", sebbene sia soltanto apparente, perché ci fa sembrare sicure la nostra vita e le cose che possediamo. Di fatto, gli esseri umani si sottomettono troppo facilmente alle condizioni sfavorevoli e si ribellano davvero troppo poco e troppo raramente. Non c'è nulla di nobile nell'acquiescenza ad una vita da oppressi o nella pura sottomissione a una forza superiore.[1]
  • I pacifisti mettono a fuoco la nostra facoltà di pensare [...] denunciare la violenza su cui si fonda il sistema attuale, e tutto il male – materiale e spirituale – che questo comporta per le masse degli uomini in ogni parte del mondo... Finché non affrontiamo onestamente e in modo adeguato ciò che costituisce il 90 per cento del problema, c'è qualcosa di ridicolo, e forse di ipocrita, nella nostra preoccupazione per il 10 per cento di violenza esercitata da chi si ribella contro l'oppressione.[1]
  • Coloro che sono capaci di condurre se stessi a rinunciare alla ricchezza, alla posizione e al potere derivanti da un sistema sociale fondato sulla violenza e che premia l'avidità, e a identificarsi in modo effettivo con la lotta delle masse verso la luce, possono contribuire in parte – senza dubbio piú con la loro vita che con le parole – a individuare una via migliore, una tecnica di progresso sociale meno crudele, meno brutale, costosa e lenta di quella che il genere umano ha finora sviluppato.[1]

NoteModifica

  1. a b c d e f g Citato in Noam Chomsky, Il pacifismo rivoluzionario di A. J. Muste, traduzione di Santina Mobiglia, in Noam Chomsky, I nuovi mandarini, Net, Milano, 2003.

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