Tahar Lamri

scrittore algerino

Tahar Lamri (1958 – vivente), scrittore algerino naturalizzato italiano.

Citazioni di Tahar LamriModifica

  • – Che cosa sono questi segni nella sabbia?
    – Questi? dice indicando i segni con un bastone. Ah è il tifinagh, la nostra scrittura. La scrittura Tuareg. osserva un attimo di silenzio poi si schiarisce la voce e dice:
    – La nostra è una scrittura di nomadi; è tutta fatta di bastoni, e i bastoni sono le gambe di tutte le greggi: sono gambe di uomini, zampe di mehari, zampe di zebù, zampe di gazzella, gambe di chi percorre il deserto.[1]
  • Ho la ferma impressione che la letteratura dell'immigrazione in Italia o i Migrant Writers, come si chiamano da un po' di tempo a questa parte, non parla d'altro che dell'eloquente silenzio dell'immigrato, scrittore esso sia o meno.
    C'è in questo silenzio la gravità, senza ostentazione, un fascino sovrano, una grazia raffinata: un modo discreto di parlare delle cose della vita, dell'amore, del "saudade", della "ghurba", della femminilità e dell'infanzia, della morte, della difficoltà e della gioia, e soprattutto del potere di utilizzare le parole – italiane – per esprimere tutto questo con una sorta di indulgenza che fa sì che ci sorprendiamo ad amare tutto, ci cogliamo a perdonare tutto allorché, noi stessi, viviamo situazioni contingenti, malferme, in equilibrio ora su un piede ora sull'altro, mai su entrambi, in perenne stato di sospensione.
    Un silenzio privo di polemica, che mai rivendica la lotta fine a se stessa, espresso in modo del tutto personale, in una lingua spesso sussurrata, mai gridata. L'animo umano è il protagonista assoluto, che registra le scosse inflitte all'individuo, ed è attraverso l'animo umano che vengono analizzate le sfortune, a volte, ma raramente, anche le fortune, del popolo immigrato, spesso abbandonato a se stesso.
    A tastoni, i personaggi cercano un senso ormai celato, ossessionati dall'idea di andare a vedere sotto la pelle, ciò che ben dissimulano le differenze del colore. I sogni che popolano i racconti, e che tormentano i narratori, sono quelli di una forma di riconciliazione, appartenenti ad uno stato primordiale. [...]
    Attraverso la lingua italiana, dove si coltiva l'illusione, a torto o a ragione, che in essa convivono l'Europa della ragione e il mediterraneo della passione e del cuore – poiché si sa che ogni progetto letterario in una lingua neutra è sempre e prima di tutto un progetto emotivo – passa l'idea che la scrittura potrà forse un giorno, malgrado tutto, riunire ciò che la storia ha separato.[2]
  • [...] lo scrittore immigrato non è un autoesebizionista compiaciuto che non sa parlare d'altro che di sé. Ma intende per "autonarrazione" il riflesso di un'espressione interiore sempre aperta al dialogo e cioè il confronto sull'umana esperienza, una continua ricerca della verità, lungi dai "vasti palazzi della memoria" e rivolta al sempre mutevole presente, incalzante e imperativa, dunque l'esperienza di tutti gli uomini.
    Egli quindi costruisce un doppio immaginario del mondo reale, e così ci accorgiamo che la scrittura altro non è che un immenso cantiere, mai compiuto, le città italiane non assomigliano alle città italiane e gli italiani non assomigliano agli italiani e neanche gli stranieri assomigliano agli stranieri.[3][2]
  • I miei anni giovanili li ho passati in Libia, in Francia, in Polonia, in Inghilterra, poi in Italia da ormai quindici anni, quindi le mie geografie sono confuse e i miei sentieri biforcano. Come il bambino strappato ai suoi affetti, non riesco ad attaccarmi a nessun paesaggio in particolare.[4]
  • Lo straniero conosce "in vita" l’esperienza della morte. Si muore a degli affetti, a dei paesaggi, dei pensieri, per rinascere ad altri affetti, altri paesaggi, altri pensieri.[3]
  • L'uomo è il padrone della parola che conserva nella sua pancia, ma diventa schiavo della parola che lascia fuggire dalle sue labbra.
    COSA SONO IO? Sono un sacco di parole che quando parla tace sempre una verità.[5]

NoteModifica

  1. Da Il pellegrinaggio della voce e Ma dove andiamo? Da nessuna parte solo più lontano, in AA. VV., Parole di sabbia, a cura di Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco, prefazione di Armando Gnisci, Edizioni Il Grappolo, S. Eustachio di Mercato S. Severino, 2002.
  2. a b Da Il pellegrinaggio della voce: esperienze e complessità della scrittura migrante, comune.fe.it.
  3. a b da: I sessanta nomi dell'amore, Fara Editore, 2006, p. 170. ISBN 9788887808872
  4. Da: I sessanta nomi dell'amore, p. 41. ISBN 9788887808872
  5. Da Il pellegrinaggio della voce e Ma dove andiamo? Da nessuna parte solo più lontano, in AA. VV., Parole di sabbia, a cura di Francesco Argento, Alberto Melandri, Paolo Trabucco, prefazione di Armando Gnisci, Edizioni Il Grappolo, S. Eustachio di Mercato S. Severino, 2002.

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