Stefano Sommier

botanico, geografo e antropologo italiano

Stefano Sommier (1848 – 1922), botanico, geografo e antropologo italiano di origine francese.

Stefano Sommier

Note volanti sui KaraciaiModifica

IncipitModifica

Il Caucaso è la parte del mondo che, proporzionalmente alla sua superficie, conta il maggior numero di genti diverse. Già verso il principio della nostra èra, Strabone valuta a 70 i popoli che s'incontravano nel porto di Dioscurias, l'attuale Sukhúm-Kalé, mentre Plinio racconta che non richiedevano meno di 130 interpreti per intendersi in quel mercato della Colchide; ed ancora più tardi gli scrittori arabi davano al Caucaso il nome di Monte delle lingue. Le opere più recenti sull'etnografia generale del Caucaso vi riconoscono al giorno d'oggi più di 50 popoli distinti, 50 lingue ed altrettanti dialetti.

CitazioniModifica

  • I Karaciai sono buoni maomettani, e nel loro fervore religioso pare che vi sia anche qualche idea politica. Per loro la luce viene da Stambul e non da Pietroburgo. Almeno questo mi sembrò di capire dalle domande che mi facevano sulle forze dell'esercito del Sultano, sulle vicende dell'ultimo conflitto turco russo, e sull'esito che potrebbe avere una nuova guerra. Essi hanno costanti relazioni colla capitale dell'Islam. (pp. 13-15)
  • [I Karaciai] Non sono meno osservanti dei precetti del Corano per quanto concerne la cucina. I nostri amici di Utschkulán – e ne avevamo molti all'ora del pranzo – prima di toccare la minestra s'informavano se era stata fatta con animale ammazzato da uno dei loro o dal nostro servo cristiano, ed in questo ultimo caso non la toccavano (almeno in presenza di altri, poiché anche fra i Karaciai si è schiavi dell'opinione pubblica!). Per il maiale poi hanno un vero orrore, ed il nostro servo italiano, al quale il veder troppo spesso sparire la sua porzione di minestra aveva cresciuto malizia, negli ultimi giorni non mancava di mettere nella pentola un bel pezzo di lardo che agiva da vero spauracchio sui Karaciai. (p. 17)
  • L'ospitalità [i Karaciai] l'intendono a modo loro, cioè la fanno pagare Veniva, per esempio, un uomo con un vaso pieno di latte acido o una forma di cacio, dicendo di averci portato i migliori prodotti delle sue vacche perché noi eravamo loro ospiti, ed agli ospiti bisogna dare quanto si ha di meglio. Ma poi quando dopo aver fatto molti complimenti accettavamo, ne domandavano il pagamento come cosa naturale. Per amor di giustizia debbo dire però che un paio di volte abbiamo anche ricevuto doni disinteressati, in apparenza almeno. Se non fanno doni volentieri, ne accettano con avidità, ed anzi ne chieggono spesso e con troppa insistenza. Non ci è mai occorso di incontrare un Karaciai nella montagna, senza che ci venisse a domandare scatole di fiammiferi, tabacco o polvere. (p. 22)
  • Sono pochi fra loro quelli che sanno il Russo. Nessuna donna [Karaciai] lo parla. Non tutti hanno un'idea molto chiara del valore del denaro, almeno le donne. Ne ricordo una alla quale offrii 40 copechi per tre polli, e non accettò, ma insisté perché io gli dessi 10 copechi per ognuno, e fu contenta di ricevere così in tre volte 30 copechi invece di 40 in una sola volta. (p. 22)

Un'estate in SiberiaModifica

IncipitModifica

Il 21 giugno 1880 a sera, due drójki[1] lasciavano l'eccellente Hôtel Duseaux e traversavano la città ed i sobborghi di Mosca, par andare alla stazione della ferrovia di Nijni-Nóvgorod. In uno di quei veicoli erano ammucchiati i bagagli, nell'altro stava lo scrivente, cogli occhi ansiosamente fissi sul primo drójki, per vedere se le scosse prodotte dalle ineguaglianze delle pessime strade di Mosca non disseminassero lungo la via i suoi bagagli.
La mia attenzione però non era talmente assorta dalla contemplazione del bagaglio, da impedirmi di osservare lo stato della popolazione, e di fare delle riflessioni sulla sorgente di uno dei principali introiti dell'erario in Russia, sul monopolio cioè del vódka, che versa ogni anno nelle casse dello Stato la bellezza di quattrocento milioni di rubli. Era il lunedì di Pentecoste e, specialmente nei sobborghi, si scorgevano ad ogni passo gli effetti delle libazioni colle quali i mujík avevano festeggiato i giorni santi. Si vedevano gli uomini dalle folte barbe e dai lunghi soprabiti, percorrere barcollanti le strade, teneramente abbracciati a due a due, mentre altri erano sdraiati nella mota come corpi morti. Avevano un bel da fare le guardie di polizia a sedare le risse, ad allontanare dal mezzo della via quelli che avevano perso il senso della linea retta ed a raccattare quelli che non si reggevano più in piedi. Ogni momento si vedeva passare un drójki con uno di questi perturbatori dell'ordine pubblico, condotto dalle guardie a finire la giornata nella cella della prigione più vicina.

CitazioniModifica

  • [Dal finestrino del vagone, Mosca] Mi appariva allora come una gran linea nera, dalla quale si inalzava una foresta di campanili e di cupole, che spiccavano sopra il rosso intenso di un cielo da cui era appena tramontato il sole. Era uno spettacolo fantastico e grandioso. In una giornata serena, dall'alto del campanile di Ivan Veliki, nel centro del Kremlino, avevo visto risplendere intorno a me, di luce abbagliante, le cupole dorate della immensa città dalle 345 chiese, in mezzo al vasto mare dei tetti verdi che si confondevano cogli alberi degli innumerevoli giardini. Da quel medesimo punto avevo visto un altro giorno, quando un vento impetuoso faceva correre rapide le nubi nel cielo, quello stesso mare verde mutar di tinte come la pelle di un camaleonte, passando dal colore dello smeraldo al verde più scuro, quando vi si proiettava sopra l'ombra delle nuvole. Dal colle dei passeri avevo contemplato in lontananza gli edifizi di Mosca, che si distendevano come una linea del bianco il più candido, sotto la brillante costellazione delle sue innumerevoli cupole d'oro e d'argento, in mezzo alla verde campagna sparsa di monasteri dalle muraglie merlate e sempre il panorama di Mosca mi era sembrato uno degli spettacoli più belli ed originali che si possano contemplare. (cap. I, pp. 2-3)
  • Per quanto schifoso possa sembrare a noi l'uso di mangiare il pesce crudo, pure è stato adottato da tutti i Russi che abitano tra gli Ostiacchi e i Samoiedi; e spesso ho visto una buona massaia russa, mentre tagliava il pesce per salarlo e seccarlo, scegliersi, né più né meno che una Ostiacca, i bocconi prelibati dell'interno, qualche pezzetto di grasso o di fegato oleoso, o qualche grumo di sangue coagulato, e mangiarselo mentre lavorava, o darlo ai suoi bambini che le stavano d'intorno ad aspettare a bocca aperta e col viso tutto imbrattato di sangue. (cap. VII, p. 229)
  • Le popolazioni sull'Ob[2] considerano il pesce crudo come rimedio eccellente contro lo scorbuto, malattia che è frequentissima colà, specialmente d'inverno. Non so quanto ci sia di vero in questa antica credenza, ricordata anche da Pallas nel secolo decorso; ma quello che mi pare certo si è che all'uso di mangiare il pesce crudo devesi attribuire la presenza della tenia, frequente fra quelle popolazioni e proveniente senza dubbio da un cisticerco di botriocefalo dei pesci dell'Ob. (cap. VII, p. 229)

NoteModifica

  1. Vettura leggera, scoperta e a quattro ruote trainata da cavalli, originaria della Russia.
  2. Ob', o Obi, fiume artico della Siberia occidentale.

BibliografiaModifica

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