Differenze tra le versioni di "Luigi Salvatorelli"

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*Alice di Hessen, figlia del granduca d'Assia e del Reno, divenuta [[Aleksandra Fëdorovna Romanova|Alessandra Feodorovna]], aveva compensato l'abiura della confessione nativa protestante con lo zelo religioso ortodosso spinto al fanatismo e alla superstizione. Pietà monacale e ciarlatanesimo visionario trovarono ugualmente adito nella sua intelligenza ristretta e nella sua psiche squilibrata. (vol. I, parte seconda, cap. terzo, p 404)
*Avviandosi quell'{{sic|irrozzimento}} degli spiriti che toccherà il culmine nei venti anni fra le due guerre {{NDR|mondiali}}, il [[superuomo]] nietzschiano, che aveva in sé un profondo (anche se confuso e aberrante) afflato morale, decisamente si materializza. Superuomo appare colui che si fa largo a gomitate, che sale sui corpi atterrati degli altri, che asservisce al suo comodo e al suo piacere la plebaglia vile. Il superuomo è anche, e si proclama innanzi tutto, superpatriota: ma la patria è per lui, consciamente o inconsciamente, terreno delle sue prodezze, piedistallo della sua statua, materia plasmata dalle sue mani di creatore, occasione e sfogo della sua sensualità. (vol. I, parte seconda, cap. terzo, pp 429-430.)
*[[Cesare De Lollis]], filologo insigne, spirito arguto, coscienza morale superiore, ribattezzò la [[Guerra italo-turca|guerra libica]] chiamandola "lirica". Si ebbe infatti nella stampa, nei discorsi, nei cortei, uno straripamento di patriottismo bellicistico e di esaltazione colonialistica e imperialistica, il quale, ingrandendo enormemente le proporzioni dell'impresa, riempì i cervelli di fumo, quando invece la situazione estera e interna più avrebbe richiesto giudizio equilibrato e veduta limpida della realtà. (vol. I, parte seconda, cap. quarto, p. 545)
*Per provvedere alle condizioni di pace e al riordinamento dell'Europa {{NDR|al termine della prima guerra mondiale}} si riunì il 18 gennaio (stesso giorno della proclamazione a Versailles nel 1871 dell'impero tedesco) 1919 la [[Conferenza di pace di Parigi (1919)|Conferenza di Parigi]], in cui furono rappresentati tutti gli stati vittoriosi (trentadue), ma la cui direzione fu assunta dai capi di governo dei quattro maggiori Stati (i ''Big Four'', come dicevano gli Anglosassoni), [[Thomas Woodrow Wilson|Wilson]], [[David Lloyd George |LLoyd George]], [[Georges Clemenceau|Clemenceau]], [[Vittorio Emanuele Orlando|Orlando]]. Si scatenò, com'era inevitabile, una ridda di tendenze e di appetiti contraddittori: nazionalismi esasperati l'uno contro l'altro e speranze messianiche di trasformazione universale lottarono e si mescolarono insieme. (vol. II, parte terza, cap. quinto, p. 644)
*Il [[Trattato di Versailles (1919)|trattato di Versailles]] non fu quel monumento di iniquità di cui parlarono gli estremisti del neutralismo e del pacifismo, a rinforzo del revanscismo tedesco. Ciò che gli dette agli occhi dei Tedeschi – ma non di essi soltanto – la fisionomia di "pace cartaginese" fu, più ancora delle clausole specifiche, il carattere esteriore ostentato d'imposizione. Ogni pace tra vincitori e vinti è per natura pace imposta. Ma si può risparmiare la dignità del vinto con una discussione e redazione in comune, intorno a un tavolo di conferenza, a parità formale di situazione tra i plenipotenziari. (vol. II, parte terza, cap. sesto, p. 669)
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