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*{{NDR|Sull'ascesa di [[Yahya Khan]]}} Ancora una volta il nostro paese era nelle mani di un dittatore militare che si affrettò a sospendere le leggi civili e a imporre la legge marziale. (p. 60)
 
*Non sopporto di vedere appassire i fiori, specialmente le rose di mio padre. Ogni volta che si recava all'estero prendeva sempre qualche varietà nuova da piantare nel giardino: rose, violacee, rose color mandarino, rose scolpite così perfettamente da sembrare modellate nella creta. La sua prediletta era una rose azzurra chiamata «rosa della pace». Ora i rosai cominciano ad avvizzire e a ingiallire per la mancanza di cure. (p. 62)
 
*Al tempo di mio padre venivano trasmessi film, commedie, sceneggiati, dibattiti e programmi per insegnare a leggere e a scrivere. Ora, quando accendo l'apparecchio, non c'è altro che Zia: Zia che tiene un discorso, discussioni sui discorsi di Zia, programmi di notizie censurate sugli incontri di Zia. (p. 63)
 
*Il 27 dicembre 1979 le truppe russe invadono l'[[Afghanistan]]. Io e mia madre ci guardiamo in faccia mentre ascoltiamo il comunicato: ci rendiamo conto che le implicazioni politiche sono enormi. La battaglia fra le superpotenze è arrivata sulla soglia del Pakistan. Se gli Stati Uniti vogliono un paese forte all'interno perché si opponga alla presenza sovietica, si affretteranno a ristabilire la democrazia nel Pakistan. Se decidono di aspettare per vedere cosa succede in Afghanistan, la dittatura di Zia si rafforzerà. (p. 64)
 
*{{NDR|Su [[Ayub Khan]], [[Yahya Khan]] e [[Muhammad Zia-ul-Haq|Zia ul-Haq]]}} L'autorità di questi dittatori era un'imposizione, non derivava da un mandato popolare. Per la prima volta capivo chiaramente perché il popolo del Pakistan non vedeva un motivo per obbedire a quel tipo di regime, per obbedire allo «stop». Dove non esisteva un governo legittimo, c'era l'anarchia. (p. 68)
 
*Anziché collaborare con mio padre e i rappresentanti dell Pakistan Occidentale all'elaborazione di una nuova costituzione accettabile per le due parti del paese, [[Sheikh Mujibur Rahman|Mujib]] diede l'avvio a un movimento indipendentista per separare il Pakistan Orientale, o Bengala Orientale, dalla federazione occidentale. Più volte mio padre si appellò a Mujib perché mantenesse unito il Pakistan e collaborasse con lui per estromettere il regime militare di Yahya. Invece di dar prova di flessibilità e di riconoscere quella che era una necessità politica, Mujib dimostrò un'ostinazione di cui ancora oggi non capisco la logica. I ribelli del Bengala Orientale risposero al suo appello all'indipendenza impadronendosi degli aeroporti; i cittadini bengalesi rifiutarono di pagare le tasse, i dipendenti bengalesi del governo centrale entrarono in sciopero. In marzo, la guerra civile era ormai imminente. (p. 69)
 
*Saccheggi, stupri, sequestri di persona, assassini. Quando ero arrivata a Harvard nessuno si curava del Pakistan; ora tutti erano interessati. La posizione di condanna verso il mio paese era universale. All'inizio mi rifiutai di credere alle cronache pubblicate dalla stampa occidentale sulle atrocità commesse dal nostro esercito in quello che i ribelli del Bengala Orientale chiavano [[Bangladesh]]. Secondo i giornali governativi pakistani, che i miei genitori mi inviavano ogni settimana, la breve rivolta era stata domata. Allora, perché quelle notizie sull'incendio di Dacca, i plotoni d'esecuzione mandati nell'università a massacrare studenti, professori, poeti, romanzieri, medici e avvocati? Scuotevo la testa, incredula. Si diceva che migliaia di persone cercavano di fuggire e venivano bombardate con gli aerei pakistani... anzi, le vittime erano così numerose che i cadaveri venivano usati per erigere blocchi stradali. (pp. 69-70)
 
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