Differenze tra le versioni di "Hannah Arendt"

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'''Hannah Arendt''' (1906 – 1975), filosofa, storica e scrittrice tedesca naturalizzata statunitense.
 
*Io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza [[esperienza|esperienze]] personali.<ref>Da ''La lingua materna'', a cura di Alessandro Dal Lago, Mimesis, Milano, 1996.</ref>
*L'alto concetto del progresso umano è stato privato del suo senso storico e degradato a mero fatto naturale, sicché il figlio è sempre migliore e più saggio del padre e il nipote più libero di pregiudizi del nonno. Alla luce di simili sviluppi, dimenticare è diventato un dovere sacro, la mancanza di esperienza un privilegio e l'ignoranza una garanzia di successo.<ref>Da ''La morale della storia'', in ''Ebraismo e modernità'', p. 119.</ref>
*Nessuno ha mai dubitato del fatto che [[verità]] e [[politica]] siano in rapporti piuttosto cattivi l'una con l'altra e nessuno, che io sappia, ha mai annoverato la sincerità tra le virtù politiche. Le menzogne sono sempre state considerate dei necessari e legittimi strumenti non solo del mestiere del politico o del demagogo, ma anche di quello dello statista.<ref>Da ''Verità e politica'', traduzione di Vincenzo Sorrentino, Bollati Boringhieri, Torino, 2004.</ref>
*Tutti i termini [[filosofia|filosofici]] sono [[metafore]], analogie, per così dire congelate, il cui significato autentico si dischiude quando la parola sia riportata al contesto d'origine, certo presente in modo vivido e intenso alla mente del primo filosofo che la impiegò.<ref>Da ''La vita della mente'', a cura di Alessandro Dal Lago, traduzione di Giorgio Zanetti, Ed. Il Mulino, 1987.</ref>
*Vivere insieme nel [[mondo]] significa essenzialmente che esiste un mondo di cose tra coloro che lo hanno in comune, come un tavolo è posto tra quelli che vi siedono intorno.<ref>Citato in Laura Centemeri, ''Ritorno a Seveso: il danno ambientale, il suo riconoscimento e la sua riparazione'', Bruno Mondadori, 2006, p. 1.</ref>
 
{{intestazione|''Hannah, Israele e il mostro'', ''Colloquio epistolare tra Hannah Arendt e Samuel Grafton'', Il Sole 24 Ore, 27 gennaio 2009}}
'''[[Samuel Grafton]]''': Sono anch'io, come lei, uno scrittore che cerca la verità. Mi sembra che le reazioni al suo libro {{NDR|''La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme''}} costituiscano un importante fenomeno politico che necessita di essere analizzato. In quest'ottica mi sono segnato le seguenti domande: ritiene che le reazioni al suo testo gettino nuova luce sulle tensioni della vita e della politica ebraiche? Se è così, cosa rivelano? <br />'''Hannah Arendt''': Non ho una risposta definitiva alla sua domanda. La mia sensazione è di aver inavvertitamente toccato la parte ebraica di quello che i tedeschi chiamano il loro "passato irrisolto" (die unbewältigte Vergangenheit). Ora mi sembra che questo problema fosse comunque destinato a presentarsi e che il mio resoconto l'ha cristallizzato agli occhi di quelli che non leggono grossi libri probabilmente anche accelerandone la sua tematizzazione in un discorso pubblico.<br />'''Samuel Grafton''': Quali ritiene siano le cause reali della reazione violenta di chi ha attaccato il suo libro?<br />'''Hannah Arendt''': Una causa importante mi pare sia stata l'impressione che io abbia attaccato l'establishment ebraico, perché non solo ho messo in evidenza il ruolo del consiglio ebraico durante la soluzione finale, ma ho anche mostrato come i membri di questo consiglio non fossero solamente dei "traditori". In altre parole, poiché il processo ha toccato il ruolo della leadership ebraica durante la soluzione finale e io ho riportato questi avvenimenti, tutte le attuali organizzazioni ebraiche e i loro capi hanno pensato di essere sotto attacco. Quanto è accaduto, a mio parere, è stato lo sforzo concordato e organizzato di creare un'"immagine" e di sostituire questa al libro che ho scritto.<br />'''Samuel Grafton''': Lei pensa che gli ebrei nel complesso abbiano imparato qualcosa dall'esperienza di [[Adolf Hitler|Hitler]]?<br />'''Hannah Arendt''': Non ho dubbi sul fatto che l'esperienza di [[Adolf Hitler|Hitler]] abbia lasciato un segno profondo su tutta la popolazione ebraica mondiale. Nel libro ho parlato delle reazioni immediate e talvolta ho pensato che noi siamo testimoni di un cambiamento profondo del "carattere nazionale", per quanto ciò sia possibile. Ma non sono sicura; e mentre penso che sia arrivato il tempo di raccontare i fatti, sento che per un giudizio così ampio non è ancora arrivato il momento giusto. Lasciamo questo alle generazioni future.
 
{{NDR|Hannah Arendt intervistata da [[Samuel Grafton]] nel settembre del 1963}}
*Nella loro pretesa di spiegazione totale, le ideologie hanno la tendenza a spiegare non quel che è, ma quel che diviene, quel che nasce e muore.
*Per la conferma della mia [[identità]] io dipendo interamente dagli altri; ed è la grande grazia della [[compagnia]] che rifà del solitario un «tutto intero», salvandolo dal dialogo della riflessione in cui si rimane sempre equivoci, e ridandogli l'identità che gli consente di parlare con l'unica voce di una persona non scambiabile.
*Quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è l'estraniazione che da esperienza limite, usualmente subìta in certe condizioni sociali marginali come la [[vecchiaia]], è diventata un'[[esperienza]] quotidiana delle masse crescenti del nostro secolo.
*Se la legalità è l'essenza del governo non tirannico e l'illegalità quella della tirannide, il [[terrore]] è l'essenza del potere totalitario.
*[[Heinrich Himmler|Himmler]] definì le SS come il nuovo tipo umano che in nessuna circostanza avrebbe fatto "una cosa per se stessa".<ref name=Cor>Da ''Le origini del totalitarismo'', Edizioni di Comunità, Milano, 1967; citato in [[Massimo Corsale]], ''L'autunno del Leviatano'', Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1998.</ref>