Differenze tra le versioni di "Lorenzo de' Medici"

(Citazioni da Corinto.)
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*''''Io so che i [[verso|versi]] posson, se li sente, | di cielo in terra far venir la luna. || I versi feron già l'itaca gente | in fere trasformar ne' verdi prati: | rompono i versi il frigido serpente. || Adunque e rotti versi e non ornati | daremo al vento; ed or ho visto come | saranno a lei li miei pianti portati. || L'aura move degli arbor l'alte chiome, | che rendon mosse un mormorio soave, | ch'empie l'aere ed i boschi del suo nome: || se porta questo a me, non le fia grave | portar mio pianto a questa dura femmina | per gli alti monti e per le valli cave, | ov'abita [[Eco (mitologia)|Eco]] che i miei pianti gemina: | o questo, o il vento a lei lo portin seco: | io so che 'l pianto in pietra non si semina. || Forse ode ella vicina in qualche speco. | Non so se sei qui presso: so ben ch'io, | fuggi dove tu vuoi, sempre son teco.'' (p. 50)
 
*''Se 'l tuo crudo voler fosse più pio, | s'io ti vedessi qui, s'io ti toccassi | le bianche mani e 'l tuo bel viso, o dio! || se meco sopra l'erba ti posassi, | della scorza faria d'un lento salcio | una zampogna, e vorrei tu cantassi. || L'erranti chiome poi strette in un tralcio, | vedrei per l'erba il candido piè movere | ballando e dare al vento qualche calcio. || Poi stanca giaceresti sotto un rovere | io pel prato côrrei diversi fiori, | e sopra il viso tuo gli farei piovere: || di color mille e mille vari odori, | tu ridendo faresti, dove fòro | i primi côlti, uscir degli altri fuori. || Quante ghirlande sopra i be' crin d'oro | farei miste di frondi e di fioretti! | Tu vinceresti ogni bellezza loro. || Il mormorio de' chiari ruscelletti | risponderebbe alla nostra dolcezza | e 'l canto di amorosi augelletti. || Fugga, [[Ninfa (mitologia)|ninfa]], da te tanta durezza: | questo acerbo pensier del tuo cor caccia: | deh, non far micidial la tua bellezza!'' (p. 51)
 
*''Dov'è somma [[bellezza]] e crudeltate, | è viva morte; pur mi riconforto: | non dee sempre durar la tua beltate. || L'altra mattina in un mio piccolo orto | andavo: e 'l sol sorgente con suoi rai | uscia non già ch'io lo vedessi scorto. || Sonvi piantati dentro alcun rosai; | a' quai rivolsi le mie vaghe {{sic|ciglie}} | per quel che visto non avevo mai. || Eranvi [[rosa|rose]] candide e vermiglie: | alcuna a foglia a foglia al sol si spiega; | stretta prima, poi par s'apra e scompiglie: || altra più giovinetta si dislega | appena dalla boccia: eravi ancora | chi le sue chiuse foglie all'aer niega: || altra cadendo a piè il terreno infiora. | Così le vidi nascere e morire | e passar lor vaghezza in men d'un'ora. || Quando languenti e pallide vidi ire | le foglie a terra, allor mi venne a mente | che vana cosa è il giovenil fiorire.'' (p. 54)