Sibilla Aleramo

scrittrice e poetessa italiana

Sibilla Aleramo, pseudonimo di Marta Felicina Faccio detta "Rina" (1876 – 1960), scrittrice italiana.

Sibilla Aleramo nel 1917, fotografata da Mario Nunes Vais

Citazioni di Sibilla AleramoModifica

  • Di quattro anime, una soltanto ha camminato con obbedienza, senza violenza, nella via del Signore, dal primo istante all'ultimo. Una soltanto ha amato l'indicazione di Dio, l'ha seguita tremando ma senza dubitare. Le altre, tu, lei, Michele stesso, vi siete sollevati contro, avete gridato, avete voluto sostituire l'azione vostra a quella della Verità, tremenda ma semplice ma chiara ma feconda di vita.
    La verità, era, è, nel nostro amore.[1]
  • Quali prati ci aspettano, verdi folti iridati di genziane, per affondarvi insieme i nostri volti?[2]
  • Una cosa noi odiamo, è vero: ma in noi, non negli altri: la pace. C'è in noi un odio istintivo, celato, misterioso, per la nostra pace, pur tanto dolce e benedetta.[3]

Andando e standoModifica

  • Ed anche quando un barlume d'originalità trapela altrove che nel sensualismo, ad esempio nelle delicatissime impressioni mistiche d'una Marguerite Audoux o nell'aspro sentimento materno d'una Cecile Sauvage, troviamo sempre soltanto dei frammenti, nei quali le poetesse hanno ceduto al loro impulso senza lasciar tempo mai alla sostanza poetica di riposarsi e purificarsi nella meditazione. (Parte seconda, p. 64)
  • Colette Willy ha due rifugi contro le insidie della vita torpida e schiava: la sua penna e la sua danza. Ch'ella scriva in prosa musicale, o ch'ella seminuda fra veli azzurri traduca in gesti ritmici la propria immaginazione or feroce or voluttuosa or puerile, il motivo è uno solo sempre: evadere dal mondo circostante, dai desiderii urgenti e miserandi come dall'amore e dall'odio: evadere dalla pietà e dalla passione come dalla paura e dall'inganno. (Parte seconda, p. 69)
  • [...] fra tanta produzione teatrale francese che ingombra le nostre scene e i nostri scaffali, questo lavoro [la commedia Les affranchis] d'una giovine donna esordiente [Marie Lenéru] ha caratteri singolari di serietà e di forza. Non è, come in Francia alcuni hanno osato affermare, la rivelazione d'un genio; anzi, ciò che vi difetta, a mio parere, è appunto la genialità: assai più che davanti ad una vera opera di creazione, siamo davanti ad un'opera critica. Come tale essa è profondamente interessante. (Parte seconda, pp. 99-100)
  • Conquisa dallo scintillìo della equazione psicologica balenatale al cervello, M.lle Lenéru non s'è curata di ciò che le anime umane hanno di anti-matematico, o per dir meglio, di ciò che nelle anime umane trascende la matematica e diventa musica, musica che soltanto i veri poeti sanno ghermire. (Parte seconda, p. 102)
  • Chi aveva mai pensato in tanti anni ad una Alessandrina Ravizza nata non soltanto per darsi ma anche per prendere? La sua natura originaria ella stessa pareva ormai ignorarla: l'individualità altruistica che tutta Milano venerava era una creazione quotidiana della sua volontà, della sua forza enorme, era, sì, una meravigliosa opera del suo genio, ma non era lei... Taluno spirito ha veduto lei balenare in qualche attimo, lampeggiare e ritrarsi sgomenta... Una, due parole sue io custodisco sacre, sue, spremute dal nodo occulto del suo essere, tragiche. Com'era stata avara della sua profonda realtà la grande prodiga, la grande libertaria! (Parte terza, pp. 164-165)
  • Era bella [Alessandrina Ravizza], se son belle le cime ghiacciate dei miei monti. Non vedrà più la primavera. M'aveva accennato una volta, tentando indirettamente di placare un mio affanno, alla tetraggine che la sua intellettualità slava provava a tratti per l'eterno ritorno delle stagioni, delle apparenze. Ma anche più non vedrà quella che il suo temperamento latino adorava, perpetua imprevedibile varietà della vita. Che piega profonda attorno alla sua bocca, dura, d'una che è sola e lontana e non sa e non chiede. Che linee radianti infinite dalla sua fronte, bella, di condottiera, bella come quelle delle più sacre maschere.
    Domani sarà bruciata. Che calma vertigine per gli occhi la neve! Tanti anni che non vedevo neve cadere così! (Parte terza, pp. 167-168)

Una donnaModifica

IncipitModifica

La mia fanciullezza fu libera e gagliarda. Risuscitarla nel ricordo, farla riscintillare dinanzi alla mia coscienza, è un vano sforzo. Rivedo la bambina ch'io ero a sei, a dieci anni, ma come se l'avessi sognata. Un sogno bello, che il menomo richiamo della realtà presente può far dileguare. Una musica, fors'anche: un'armonia delicata e vibrante, e una luce che l'avvolge, e la gioia ancora grande nel ricordo.

CitazioniModifica

  • Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti s'accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici: ognuno portava la sua menzogna rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose, quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi, di fronte alla grandezza del mostro da atterrare.
  • Ubbidisci al comando della tua coscienza, rispetta sopra tutto la tua dignità, madre: sii forte, resisti lontana, nella vita, lavorando, lottando. Consèrvati da lontano a noi; sapremo valutare il tuo strazio d'oggi: risparmiaci lo spettacolo della tua lenta disfatta qui, di questa agonia che senti inevitabile.
  • Sapevo d'aver tentato di morire, sapevo che tutto si cambiava attorno a me, e ch'io avrei dovuto camminare ancora; vedevo ombre e luci alternarsi rapide; ma non provavo né timori, né speranze, né ripulsioni, né dubbi: al più una vaga fiducia, come un abbandono timido, quasi inconscio. Sulle labbra conservavo il sapore amarognolo del veleno, e la testa era di una debolezza straordinaria; ogni leggero rumore l'intronava, mi toglieva la percezione nitida delle cose.
  • Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutto quanto in me giaceva di forte, d'incontaminato, di bello; alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell'abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni.

[Sibilla Aleramo, Una donna, Feltrinelli]

Incipit di alcune opereModifica

Amo dunque sonoModifica

Felicità e spasimo ― nello spirito e nelle vene. Come quando ci baciavamo nel bacio terribilmente erano adunate tutte le forze della nostra vita, crudeli, folli, grandi, Luciano, mio Luciano, e tu ti staccavi dalla mia bocca, alzavi il viso, la luce era su di te, scuotevi i capelli, raggiera di viola, dove vedevo i serpi della Medusa e i viticci di Dioniso...[4]

Gioie d'occasioneModifica

Un gatto. Pelo grigio e nero, lucentissimo. Occhi fosforescenti, musetto magnetico, movenze adorabili. Ecco il mio primo amore.[5]

Il passaggioModifica

Il silenzio attende. Il silenzio, la più fedele cosa che in vita m'abbia allacciato. Più grande di me, via via ch'io crescevo anch'esso cresceva, sempre pareva volesse ascoltarmi e tacevamo insieme, ed ancora io mi ritrovavo uguale fra le sue braccia, senza statura, senza età, creata dal silenzio stesso, forse, per un suo desiderio immutabile, o forse non mai nata, larva ch'esso proteggeva.
Ancora una volta sono sola, sono lontana, e tutto intorno tace.

TrasfigurazioneModifica

Sono io, sì. Voglio che parliamo un poco; bisogna che io parli, e che tu mi ascolti. Ti do del tu, sì. Da tante settimane non fai mentalmente lo stesso anche tu?
Da lontano tu hai pianto, a causa mia. Io ho saputo tutto. Proviamo ad aver coraggio, proviamo a parlare. Di', vuoi? Ti ricordi della mia faccia, dei miei occhi? Una volta mi dicesti che guardandomi ti sentivi diventare tanto serena. Adesso tremi, e io sono in volto bianca, come tu non mi hai mai veduta. Ma senti che sono forte, e che voglio anche tu lo sia? Bisogna che io ti [10] scriva, e tu mi leggerai, piano. Piano, perché soffrirai, com'io soffro. Ma io non ho paura, e perché devi averla tu? Io so quello che faccio, ho esitato molto, ma adesso sono sicura nel mio cuore. E i miei occhi non sono cambiati dacché non ci siamo più viste. Ascoltami. Prendi questi fogli e vai a leggerli nella tua stanza, o fuori, nei prati, ma che le bambine non vengano intanto a cercarti, nè altri. Dobbiamo essere sole. Sole: e l'anima tua vuol essere brava quanto l'anima mia, e la mia crede che la tua le sia uguale, e ti parla, da sorella a sorella.

Citazioni su Sibilla AleramoModifica

Cara,
Sono balordo di febbre. Ho ricevuto il tuo espresso. Non venire. Proprio non posso dirti null'altro che quello che ho detto. Volevo amarti, ti ho amato. Un assieme di cose che mi stanca ora analizzare han deviata la mia febbre verso un affetto questo da figlio a mamma. Non potrò avere per te che della devozione e della tenerezza.
Volevamo essere uomo e donna e non si può. (Giovanni Boine)

NoteModifica

  1. Da una lettera a Giovanni Boine, Alassio, 8 marzo 1915, in Giovanni Boine, Carteggio, vol. IV, a cura di Margherita Marchione e S. Eugene Scalia, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, n. 425, p. 436.
  2. Da Amo dunque sono, Feltrinelli.
  3. Da Andando e stando, a cura di Rita Guerricchio, Feltrinelli, 1997.
  4. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937
  5. Citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993.

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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OpereModifica

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