Saghe mentali

1leftarrow blue.svgVoce principale: Caparezza.

Saghe mentali. Viaggio allucinante in una testa di capa, libro di Michele Salvemini, in arte Caparezza, del 2008.

Caparezza nel 2008

Tomo I, ?! aka Caro diario stracciapalleModifica

  • Caro Diario, è la prima volta che scrivo a uno stupido cumulo di fogli rilegato a una copertina sigillata con un lucchetto facilmente forzabile. Ecco, vedi? Ti conosco da pochi secondi e già ti ho dato dello stupido. Non dovrei giudicarti perché so cosa vuol dire, per anni ho avuto l'indice puntato contro. Avevo un poster dello Zio Sam in camera. (cap. 1, p. 8)
  • Allora decisi di farmi crescere barba e capelli e mi inventai un nuovo nome d'arte: Caparezza, così mi chiamavano da piccolo per via della mia chioma riccia. Per completare il travestimento cambiai modo di cantare, camuffai la voce. Iniziai a pronunciare le parole come dette da una gallina [...]. (cap. 1, p. 18)
  • «Nel reparto a cui dovrebbe essere assegnato tutti i posti letto sono occupati. Dovrà dormire in psichiatria...» «Psichiatria?» sbiancai, «è pericoloso?» «Tutta gente che farebbe qualsiasi cosa, anche la peggiore, pur di evitare il militare!» «Ah... meraviglioso, mi metta pure lì. Mi troverò a mio agio!» (cap. 5, p. 36)
  • Caro Diario, sto in fissa con Gandhi. Ho letto una sua biografia, o meglio un tomo di 524 pagine, e sono rimasto estremamente colpito da questo sant'uomo. A dir la verità sono rimasto molto colpito anche da me stesso: ho letto un libro di 524 pagine. (cap. 6, p. 38)
  • In pratica quando mi piaceva una ragazza la sommergevo di cassette piene zeppe di canzoni sperando che questa dote potesse dipingermi sul volto quel fascino di cui ero totalmente privo. Quelle canzoni erano la colonna sonora di un disastro. Cercavo di essere simpatico, persino dolce e romantico, mostravo interesse per le arti e scrivevo poesie, per dirla con le parole di Paolo Conte ero «lo spettacolo d'arte varia di un uomo innamorato di te»[1]. Non di te, diario. Tutto questo per una donna adolescente conta quanto una stufa a legna nel Sahara. Ben presto dovetti confrontarmi con un'amara realtà: il primo fidanzato di una ragazza è per forza un tossico. (cap. 10, p. 54)
  • L'unica donna con cui avevo avuto un contatto fisico fino ad allora era la Barbie di mia sorella. Per questo ero convinto che le donne non avessero organi sessuali. (cap. 10, p. 58)
  • Caro Diario, di che religione sono? Lo chiedo a te perché non riesco a dare risposta a questa domanda, soprattutto quando è posta nella stessa maniera in cui si chiede a qualcuno per che squadra tifa. (cap. 11, p. 62)
  • Premettendo che secondo me una religione non dovrebbe escludere l'altra, comincio col rivelarti che mai potrei essere ateo. Le ragioni di questa convinzione non hanno motivazioni particolari, semplicemente io credo in tutto ciò che non vedo e non credo in tutto ciò che è tangibile, un paradosso che è da sempre la mia religione personale. Nessuno riesce a vivere i miei sogni, nessuno riesce a ascoltare i miei pensieri, nessuno riesce a immaginare la mia fantasia, quindi l'intangibile esiste e può benissimo sopravvivermi alla morte. (cap. 11, p. 62)

Tomo II, Verità supposte aka Fiabe senza fronzoliModifica

 
Caparezza mentre canta Vengo dalla luna
  • Nel disco Verità supposte ho dato più spazio ai musicisti e mi sono allontanato dagli stereotipi del rap per seguire una strada più personale. (p. 77)
  • Il suo nome era Secondo [...]. Aveva questo nome bizzarro perché era il secondo di 14 figli. I suoi fratelli si chiamavano Start Up, Terzo, Quarto, Quinto, Sesto, Settimo, Ottavo, Decimo (perché nel mentre avevano perso il conto), Undicesimo, Dodicesimo, Tredicesimo, Penultimo (perché nel frattempo erano stati scoperti metodi contraccettivi più sicuri dell'Ogino-Knaus) e Mario. (cap. 1, Il secondo secondo me aka, p. 79)
  • Il pianeta Terra vivrà nella cacca e nell'amore, due mondi che molto spesso vanno a braccetto. (cap. 3, La legge dell'ortica aka Io e te concimeremo il mondo, p. 101)
  • Flavio amava vedere le folle che si radunavano davanti a questa o a quella statua piangente, lacrime o sangue. Folle e folle in venerazione ascetica e aprioristica, la cui mente pareva immune al pensiero critico. (cap. 7, Dagli all'untore aka Flavio e il cavourianesimo, p. 131)
  • Le parole sono importanti: basta descrivere una situazione usando quelle giuste per evitare problemi con la legge e coi sensi di colpa. (cap. 8, Fuori dal tunnel aka Io palo da sola, p. 140)
  • [...] ogni categoria ha le metafore che si merita [...]. (cap. 10, Nel paese dei balordi aka "Del perché i burattini non parlano mai", p. 153)
  • Il mondo è già fin troppo cattivo per aggiungere carne al fuoco, e se uno è fatto di legno il fuoco lo vede con una certa apprensione. (cap. 10, Nel paese dei balordi aka "Del perché i burattini non parlano mai", p. 156)
  • C'era una volta, tanto e tanto tempo fa, un ragazzo che non sapeva fare niente, che non aveva nessuna passione e nessuna voglia di lavorare. Tutto ciò che desiderava era diventare famoso, senza alcun merito, senza alcun talento. Caratteristica talmente comune e diffusa che non poteva neanche essere presa come merito o demerito. (cap. 11, L'età dei figuranti aka L'uomo ammazzato dal Photoshop, p. 161)

Tomo III, Habemus Capa aka L'opera tronfiaModifica

  • Habemus Capa è il mio disco più politico, quindi un suicidio. Tutto il concetto dell'album si sviluppa a partire dall'ultima frase del disco precedente: "Mamma, quanti dischi venderanno se mi spendo!"[2] (p. 191)
  • [Habemus Capa] È il disco a cui sono più affezionato, perché ha richiesto oltre un anno di lavoro e mi ha permesso di proseguire su una strada ancora più personale, identificata da taluni come una nuova via al cantautorato. (p. 191)
  • Questo canto [Annunciatemi al pubblico[3]] rivela il senso di tutto l'album Habemus Capa. Caparezza è morto e attraverso il suo cadavere osserva l'ambiente circostante e lo riversa in versi. Egli nei canti a seguire non parlerà mai in prima persona, ma farà parlare qualcun altro al posto suo, possedendone il corpo. (canto I, Annunciatemi al pubblico, p. 193)
  • I drogati di telefonia girano sempre col cellulare in mano, come fanno i rabdomanti con la bacchetta tra le dita, solo che invece dell'acqua cercano campo. (canto II, Torna catalessi, p. 199)
  • La politica è impregnata di alibi che servono a giustificare atteggiamenti spregevoli. (canto III, Gli insetti del podere, p. 203)
  • Ovvio che, se si prende un toro per le corna, lo si droga e lo si trafigge con uncini dolorosi usandolo a mo' di puntaspilli, il minimo che possa fare è peredere la pazienza e scatenarsi contro il primo damerino che gli sventola davanti uno straccio purpureo. (canto IV, Dalla parte del toro, p. 206)
  • [...] si è ammalato di mononucleosi, detta anche "malattia del bacio" o "malattia del microfono". Egli non poteva certamente sfuggire alla mononucleosi, avendo la mania di baciare i microfoni. (canto VII, La mia parte intollerante, p. 226)

Tomo IV, Ilaria e le dimensioni del mio caos aka Il fonoromanzoModifica

  • Sessantotto sì, Sessantotto no. Sessantotto giusto, Sessantotto sbagliato. Sessantotto borghese, Sessantotto proletario. Sessantotto pacifico, Sessantotto violento. (1, p. 276)
  • Non capisco perché la gente deve pendere dalle mie labbra come un filo di bava. Io se ho un pensiero lo esprimo, argomentandolo con educazione, ma non ho una missione, non voglio catechizzare nessuno con le mie idee. (8, p. 295)
  • I pagliacci sono pallidi, hanno gli occhi rossi, la bocca enorme, sono calvi e sul taschino hanno un fiore che schizza che acqua (ah ah, che ridere, mi fa davvero sganasciare quel fiorellino che schizza l'acqua, uh uh... non mi ci fate pensare). (10, p. 301)
  • Quando una persona è molto aggressiva si tende sempre a giustificarla, perché probabilmente il suo atteggiamento è frutto di un'esistenza meno fortunata della nostra. (11, p. 303)

NoteModifica

  1. Cfr. Paolo Conte, Via con me: «Non perderti per niente al mondo | lo spettacolo d'arte varia di uno innamorato di te»
  2. Cfr. ultima frase di Jodellavitanonhocapitouncazzo, traccia n. 14 di Verità supposte (2003).
  3. Il terzo tomo rievoca l'Inferno dantesco. Esso è diviso in 15 canti, ognuno dei quali rappresenta una canzone di Habemus Capa, il terzo album di Caparezza. Ciascun "canto" è corredato da una serie di note.

BibliografiaModifica

  • Caparezza, Saghe mentali. Viaggio allucinante in una testa di capa, con Michele Monina, Rizzoli, 2008. ISBN 88-17-01854-6

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