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Publio Papinio Stazio

Publio Papinio Stazio (40 – 96), poeta romano.

Indice

Citazioni di Publio Papinio StazioModifica

  • Pure la nostra sirena vedrai, Partenope, alla quale, condotta di qua dal mare, lo stesso Apollo indicò con la colomba Dionea il fertile suolo. A questa mia sede natale io ti invito. Qui è mite l'inverno e fresca l'estate: qui con le onde sue lente batte il mare tranquillo, ed è la pace sicura e il dolce far niente e una quiete senza fine; e si dorme qui, tanto! (da Silvae, 3, 5; citato in Ruggero Cappuccio, Fuoco su Napoli, Feltrinelli, 2010, cap. 15)

La TebaideModifica

IncipitModifica

L'armi fraterne e con profani sdegni
l'empia Tebe contesa e 'l regno alterno,
furor sacro a cantare il sen m'accende.
Ma qual daremo, o Dee, principio al canto?
Canterem forse la feroce Gente?
Forse i ratti sidonii, o d'Agenorre
la dura legge, o per lo mar profondo
canteremo di Cadmo i lunghi errori?

CitazioniModifica

  • Esca omai fuor con le mentite frodi, | figlie del suo timore, il sacerdote | o ch'io farò veder quanto sia vano | il volar degli augelli. (III, 616-619)
  • La viltade, e il timor fecero i Numi. (III, 661)
Primus in orbe Deos fecit timor.[1]

SilvaeModifica

  • Non a tal punto il cratere del Vesuvio e la tempesta di fuoco del terribile vulcano privò dei suoi abitanti le atterrite città: esse stanno in piedi e sono fiorenti di popolazione. (III, 5, 72-75[2])
  • [...] Napoli ancor vedrai dolce mio nido, | non di popolo errante asilo e sede; | ma che i proprii suoi figli accoglie in seno, | e tanti son che il numerarli è vano: | sotto il favor d'Apol gente guerriera, | seguendo il vol de l'augel di Venere, | fermossi in questo lido, ed a la bella | Partenope dié forma e nome e gloria. | A respirar di questo ciel sì grato | (ché non in Tracia, o in Libia ebbi le fasce) | l'aure t'invito e te ne prega amore. (III, V [3])
  • [...] qui sicura è la pace, e qui si gode | d'una comoda vita il bel piacere, | né v'è chi l'ozio altrui conturbi, o i sonni. | Non ha litigi il foro, e niun contrasto | conobbero giammai le leggi armate; | del diritto s'appaga ogni uom d'onore | senza aspettar che un tribunal l'astringa. | Or dirò delle superbe cose, | ch'alle colte città crescono il vanto? | Vedrai li sacri templi, e gli atrii suoi | da cento trammezzati alte colonne: | le due moli vedrai, teatro e circo, | e i quinquennali giuochi, il cui splendore | non cede a quei, che Roma sacra a Giove. | Né di Menandro a te lodar pretendo | le commedie di riso, e il dir faceto | di greco misto, e di parlar latino. | Né manca qui ciò, ch'è diletto al senso [...] (III, V, 1840, p. 1634)
  • Oh, mirabile senso di fiducia! Crederà mai la futura generazione degli uomini, quando di nuovo verdeggeranno le messi, quando ormai si copriranno di verdi erbe questi luoghi ora deserti, che sotto i loro piedi giacciono sepolte città e popolazioni e che antichissime campagne sono state da per tutto inghiottite dal mare? (IV, 4, 78-86[2])
  • Libera dalle improvvise ceneri il tuo volto semidistrutto, o Partenope, e le tue chiome, sepolte sotto il monte scosso dall'aria che soffia al suo interno, poni sul tumulo e sulle reliquie del tuo grande figlio. (V, 3, 104-106)
  • E già avevi concepito il disegno di piangere in un pietoso canto l'eruzione del Vesuvio e di ripagare coi tuoi lamenti i danni subiti dalla tua patria allorché il Padre svelse dal suolo il monte, lo sollevò sino alle stelle e lo riversò per larga estensione sulle misere città. (V, 3, 205-208[2])

NoteModifica

  1. Presente anche in Petronio Arbitro.
  2. a b c Citato in Fonti classiche per Pompei, Ercolano, Stabia ed il Vesuvio, Nova Bibliotheca Pompeiana, 2012.
  3. In Le opere di Publio Papinio Stazio, con la traduzione e note di varii, Dalla tipografia di Giuseppe Antonelli Ed., Venezia, 1840, pp. 1632-1634

BibliografiaModifica

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