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Philipp Batz, detto Mainländer. Sua fu l'espressione, in seguito resa famosa da Nietzsche, “Dio è morto”.

Philipp Mainländer (1841 – 1876), poeta e filosofo tedesco.

Citato in Verso l'Assoluto NullaModifica

  • [Su Napoli] Non vorrei rivederti ancora; se così fosse, perderei i ricordi del tuo splendore. Essi sarebbero già come una farfalla, che ha tolto la polvere dalle sue tenere ali. L'impressione dell'uomo adulto non deve ritoccare quella dei giovani sensi, del giovane linguaggio. Tu, sacro sogno della mia giovinezza, devi rilucere puro e chiaro sino alla mia ultima ora, come sinora hai brillato nel luogo sacro della mia anima. (p. 42)
  • La poesia era per me solo un mezzo per la filosofia; un'altra maniera per esprimermi. (p. 46)
  • La divinità scrive [...] poiché lo spirito, nel quale io ero prima del mondo, guida le mie mani. [...] Il tuo lavoro filosofico, vaticinava il demone, è solo il riflesso del tuo amore per me, lui ha ispirato ogni parola, tu hai celebrato dentro solo me, solo me attraverso di esso hai reso immortale. (p. 57)
  • La mia azione teoretica è fatta. Quella pratica è all'inizio. Quella pratica sarà iniziata da un demone inconscio. Dovrebbe forse la continuazione cosciente sfociare in questo ordine? Ciò sarebbe fantastico. (p. 60)
  • La speranza di condurre una lunga vita, di continuare ad esistere sino alla mia morte naturale: questo per me è inconcepibile. (p. 60)
  • Apprezzo l'intero senso delle parole di Goethe sui demoni, che, dopo che noi abbiamo compiuto il nostro compito su questa terra, ci fanno lo sgambetto fino a che noi non siamo ormai esangui. Per me ci fu solo un demone, del quale il potere fu così grande, perché era in collegamento con i risultati della mia filosofia. (p. 62)
  • Proprio così, come ho già dimostrato nella mia opera principale [vol. I della Philosophie der Erlösung] la morale di Cristo è nient'altro che il suo comandamento [Anbefehlung] di un lento suicidio; se si assume ancora il profetico tramonto del mondo inteso per aiutare, si potrà finire di dire che Cristo, così come Buddha, ha raccomandato il suicidio. Io perciò insisto su questo punto così tanto, come dovetti confessare apertamente, poiché lo spietato giudizio della maggior parte degli uomini, soprattutto dei preti, è davvero unico. Esso mi può ancora profondamente indignare. Inoltre vorrei spazzar via tutte quelle vuote motivazioni che possano distogliere gli uomini dal cercare la serena notte della morte, e se la mia professione di fede, cioè il fatto che mi sbarazzerò tranquillamente di questa esistenza, e se lo struggimento per la morte ancora di un poco aumenterà in me, allora potrò avere la forza per sostenere un altro solamente o altri ancora dei miei prossimi nella battaglia con la vita; così agirò. (p. 67)
  • Ma questa semplice unità è divenuta; non è più. Mutata la sua essenza, essa si è frantumata completamente e totalmente verso il mondo del molteplice. Dio è morto e la sua morte fu la vita del mondo. (p. 190)
  • Vorremmo dire: vivemmo e tessemmo in lui, così tutto ciò divenne falso, poiché trasferimmo l'attività delle cose di questo mondo sull'essenza che era totalmente inattiva ed immota. In seguito non fummo più in Dio, poiché la semplice unità fu distrutta e morì. Per questo siamo nel mondo del molteplice, gli individui del quale sono uniti in tensione verso un'unità collettiva. (p. 191)
  • [Il sublime matematico] Quegli oggetti che ci rimpiccioliscono, che ci mostrano l'insignificanza dell'intero universo, e che ci rendono accorti alla brevità e all'effimerità della nostra vita, come dice Cabanis, alla éternelle jeunesse de la nature. (p. 205)
  • L'uomo non può più fare un'azione che sùbito salta fuori la sua coscienza. Egli deve abbandonare tutte le azioni che potevano provenire dal suo carattere, se non vuol mettere in pericolo il suo bene più grande, poiché gli occhi di Dio non lo lasciano per niente. [...] Quindi l'egoista naturale vive secondo i comandamenti della religione [...], poiché crede all'immortalità dell'anima e pensa alla vita eterna. Ma è egli felice? Per niente! Egli si risente di Dio: “Perché non posso diventare santo, senza avere i miei impulsi vincolati? Perché non posso essere felice qui e ? Perché devo pagare così cara la mia vita santa, al di là della tomba?” Egli comprende certamente il suo piccolo dolore, egli ottiene a caro prezzo il suo bene maggiore, ma con cuore pieno di rancore e di tremore. Egli è infelice su questa terra, per essere felice dopo la morte. (pp. 244-245)
  • La conoscenza che il non essere è migliore dell'essere, o che la vita è un inferno e che la dolce quieta notte della morte assoluta è l'annullamento di questo inferno. (p. 267)
  • Ciò che è importante non è la lotta della vita con la morte sul letto di morte, in cui vince la morte, bensì la lotta della morte con la vita durante l'amplesso, quando vince la vita. Quando l'individuo in una violenta passione serra i suoi denti nell'esistenza e con braccia dure come l'acciaio le si avvinghia: nella vertigine del piacere ci si prende gioco della redenzione. (p. 269)
  • Come le ossa bianche indicano le vie attraverso il deserto, così i monumenti segnano i regni culturali decaduti, rendendo nota la morte di milioni, come binari della civiltà. (p. 299)
  • Il cristianesimo unisce entrambe le verità unilaterali del panteismo e del buddhismo: esso mette insieme il reale movimento dell'individuo (il destino del singolo), che solamente Buddha riconosceva, con il reale movimento del mondo (destino del mondo), cui solamente il panteismo aveva dato valore. [...] Chi guarda con attenzione alla dottrina di Cristo senza pregiudizio, troverà solamente materiale immanente: pace del cuore e qualità del cuore; volontà individuale e connessione dinamica del mondo; movimento individuale e movimento del mondo. – Regno dei cieli ed inferno; anima, satana e Dio; peccato originale, provvidenza e grazia; padre, figlio e spirito santo; – tutto questo è solo un involucro dogmatico per la verità conoscibile. (pp. 301-302)
  • E poi la silenziosa notte della morte assoluta inabisserà tutti. Come tutti nel momento del trapasso trepideranno beati: sono redenti, redenti per sempre! (p. 317)
  • L'animale non conosce la morte e la teme solo in modo istintivo, percependola come un pericolo. L'uomo, al contrario, conosce la morte e sa che cosa essa significa. [...] L'amore per la vita viene aumentato: l'animale segue soprattutto i suoi istinti, che si limitano a soddisfare la fame, la sete ed il bisogno di riposo. Esso vive in un ristretto ciclo vitale. Invece, nei confronti dell'uomo, e per mezzo della sua ragione, la vita si presenta sotto forma di ricchezza, di donne, di onore, di potere, di fama, ecc... che suscitano la sua brama di vita e la volontà di vita. [...] Nell'uomo, di conseguenza, la volontà di morte, istinto della sua natura più recondita, non viene semplicemente più celato dalla volontà di vita, come nell'animale, ma scompare completamente nel profondo, dove solamente di tanto in tanto si mostra come struggimento profondo di tranquillità. (pp. 340-341)
  • Però il filosofo immanente vede in fondo nell'intero universo nient'altro che il profondo desiderio di annichilimento assoluto, ed in lui è come se ascoltasse parlare chiaramente una voce che attraversa tutte le sfere del cielo, e dice: Redenzione! Redenzione! Morte alla nostra vita! – e pronunciare la rispettiva confortante risposta: troverete tutti la fine e sarete redenti. (p. 342)
  • Poi Dio è di fatto passato dal sovraessere, attraverso il divenire, nel non-essere; Egli, attraverso il processo del mondo ha trovato ciò che, impedito dalla sua stessa essenza, non poté raggiungere immediatamente, il non-essere. Ora la regione del trascendente tramonta – ora (nel nostro pensiero) è tramontata anche quella immanente; e noi, secondo la nostra Weltanschauung lo vediamo rimosso, ovvero profondamente liberato nell'assoluto nulla, l'assoluto vuoto, nel nihil negativum. Ormai è totalmente compiuto. (p. 350)
  • Questo mondo è per la mia dottrina un singolare immenso processo, che non è né una ripetizione né può avere ripetizioni; poiché prima di esso esisteva il sovraessere trascendente e dopo di esso il nihil negativum. E quest'ultimo non è nessuna vana affermazione. La deduzione di ciò è del tutto logica, e tutto in natura conferma il risultato, secondo il quale giustamente uno spirito debole e tremante dovrebbe andare in rovina, anche se il saggio tremerà nel suo profondo solo di gioia sino ad allora. Niente sarà più, niente, niente, niente! – Oh, quale sguardo nel vuoto assoluto! (p. 350)
  • Così come una pietra cade dalla mano sulla tomba del suicida, così d'altro canto era dura la battaglia del pover'uomo che giustamente si è ucciso. Egli gettò alla morte uno sguardo angoscioso e le si rivolse inorridito; poi, tremando, la prese alla lontana; ma di giorno in giorno le si avvicinò sempre di più e all'ultimo gettò le braccia stanche al collo della morte e la guardò negli occhi: e lì c'era la pace, la pace più dolce. (p. 357)
  • Quattro nomi sopravviveranno a tutti gli attacchi e ai sovvertimenti dei tempi a venire, e tramonteranno soltanto con l'umanità, i nomi di Buddha, Cristo, Kant e Schopenhauer. (p. 366)

BibliografiaModifica

  • Fabio Ciracì, Verso l'Assoluto Nulla: La Filosofia della Redenzione di Philipp Mainländer, Pensa Multimedia, Lecce, 2006. ISBN 88-8232-442-7

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