Nicola Marselli

storico e politico italiano

Nicola o Niccola Marselli (1832 – 1899), storico e politico italiano.

La ragione della musica moderna

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  • Tuttodì si ripete che il Verdi corrompe la Musica: il Verdi non corrompe la Musica, secondo il senso che ordinariamente si accorda a questa parola, ma la fa rispondere alla Società di cui è figlio; e con ciò egli e tutti i maestri della nuova Scuola tengono ancor viva l'Arte, ajutano lo Spirito nel suo sviluppo, e appunto per questo sono degni di esser collocati nella corona degli eroi dell'Arte. (p. 27)
  • Gli Artisti che a' dì nostri tengono lo scettro della Musica e colle loro creazioni occupano gli animi della Società vivente sono il Mercadante, il Meyerbeer e il Verdi. Il Rossini liba spensieratamente i piaceri della gloria e tace. Il sonno ch'egli dorme reca dolore all'Arte, ma forse è mestieri ch'egli dorma, imperocché nell'infinito Dramma dell'Arte ogni artista grande segna una forma, getta un germe e va via, lasciando una parola vivente ed insieme una tradizione che i successori feconderanno. (p. 28)
  • Io tengo che tra i maestri viventi il Mercadante rappresenti la Tragedia classica, anzi parmi che nella Storia dell'Arte egli dia a questo genere l'impronta fortemente drammatica. (p. 35)
  • Il modo grave con cui il Mercadante concepisce la Musica il rese acconcio a colorire, coi mezzi della moderna Musica drammatica, l'antica Età degli Orazi e delle Vestali, ed a svolgere nell'Arte musicale il momento del Classicismo italiano. (p. 35)
  • [...] il Mercadante è grande perché ha trovato una poesia che ha fatto diventar stile vero e bello la sua maniera individuale. (p. 37)
  • Noi leggiamo Alfieri con amore perché egli adagia le proprie passioni in un'età e su di alcuni eroi che sopportano il duro pondo, ma se egli avesse dovuto tragediare Giulietta e Romeo, la Francesca da Rimini, la Pia dei Tolomei, allora non si potrebbe resistere allo sconcio di vedere la modesta Pia coll'elmo e col coturno romano. (p. 38)
  • Gl'Italiani sono un aggregato d'individui. Divisi dalla vita politica ed esteriore si compongono un mondo tutto proprio; tanto che la Scienza, le credenze politiche e religiose sono sistemi individuali, il grido di una coscienza separata dal mondo. (p. 39)
  • Il Rossini al pari del Goethe compone con fronte serena e col fuoco alle mani, di sorta che tu vedi muovere sulla scena alcune bellissime ombre, ma quasi mai una viva creatura vittima della passione traboccante. L'anima sua non perde mai la serenità, tanto che egli crea uno Stabat allegro e facile, e non mesto e profondo. Fantasia ariostesca, ma anche ironia ariostesca ha il Rossini. E dietro ai personaggi tragici parmi sempre di scorgere Figaro che li beffa. (p. 41)
  • In mezzo di un Popolo che ha coteste tradizioni e di una Scuola che risveglia i vecchiumi del Medio-Evo nasce il Meyerbeer; di guisa che dall'atmosfera che lo circonda trae la potenza e l'attitudine a colorire il Dramma romantico ed a produrre una Musica starei per dire infernale. (p. 49)
  • [...] nell'Opera [Roberto il diavolo] del Meyerbeer incontrasi l'armonia delle forme e dei generi più opposti. Dallo sbevazzare e dal giuocare sino al nobile canto d'Alice ed alla tenera e gentile cavatina d'Isabella; dalla danza infernale sino all'amoroso folleggiare; e il sacro, il profano e il diabolico sono gli elementi che cozzano in questa Musica sintetica. È l'Inferno che invade la Terra, è la Terra che porge la mano al regno dell'eterna Notte, ed è il Cielo che frapponendosi illumina la Terra e rompe l'amplesso che stava per istringersi. Guerrieri, Monaci, Demoni, Angioli, tutti vengono sulla scena. (p. 64)
  • Forse il Meyerbeer è il mio Uomo moderno? No. La sua Musica, moderna perché determinatrice, è ancora antica per essere dipintrice delle tradizioni del Medio-Evo e però romantica e fantastica. Essa spira ancora certo brutto puzzo estraneo a noi uomini moderni, i quali oramai fatti adulti ed usati al Pensiero pare che vogliamo sulla scena passioni possibili, ed il grato odore di muschio che manda la Margherita Gautier. (pp. 68-69)

La scienza della storia

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  • Era Storia quella di Erodoto, ma gli antichi ebbero ragione di qualificarla col nome di omerica. Non sono distrutti i vestigi dell'età eroica, ma piuttosto modificate le condizioni e fatte più prosastiche. Il fatto, lo storico, l'uditore, la Grecia intera riattaccavasi al mondo omerico ed era ancora giovane, spontanea, artistica. Onde le Storie di Erodoto furono immagine del tempo, e presero forma rispondente al contenuto. Voi in esse vedete gli avvenimenti svolgervisi dinanzi a guisa di rappresentazione epopeica: scorgete lo storico tutto versato di fuori, tanto che quasi direi che il suo spirito è fatto plastico: voi l'ascoltate mentre e' narra con una semplicità popolare, con una ingenuità ed un candore giovanile; ma di rado, assai di rado dite a voi medesimi: guarda come lo scrittore legge addentro e scruta nei penetrali degli uomini e delle cose. (vol. I, parte II, cap. I, pp. 31-32)
  • La Storia di Tucidide adunque, mentre ha, come quella di Erodoto, un contenuto contemporaneo, se ne differenzia per lo sviluppo della riflessione. E questa differenza si appalesa fin dal cominciamento del suo libro, quando egli dice che non è suo scopo salire sul teatro per allettare l'immaginazione e per favoleggiare, ma scrivere per gli amici della verità e per lasciare un patrimonio all'eternità. (vol. I, parte II, cap. I, p. 37)
  • Se ne togliete le osservazioni militari, che rivelano maggior perizia o almeno maggiore concentrazione della mente sul particolare obbietto dell'arte di combattere, pel rimanente io non saprei scoprire nelle citate opere di Senofonte una mente più positiva di quella di Tucidide, una mente che guarda più addentro nei visceri della società, e che pone a nudo quei principii che lì dentro ha côlti. Basti il dire che l'ossequio per gli dei accieca Senofonte a segno da fargli tutto riferire alle cause soprannaturali e da togliergli la possibilità di vedere quelle naturali. (vol. I, parte II, cap. I, pp. 38-39)
  • [...] con Polibio la Storia si rifà generale. Come Erodoto aveva abbracciato i popoli greci ed orientali per farne il vasto fondo di un quadro epopeico, nel quale spiccava al primo piano la guerra persiana; così Polibio fa a proposito delle guerre puniche: egli prende in mano le più lontane fila che s'intrecciano nel nodo punico. Ma tutto ciò reca ad atto con piena coscienza, e a leggerlo vi par di udire il linguaggio sviluppato di un filosofo della Storia. (vol. I, parte II, cap. I, p. 43)
  • Erodoto è artista, ma Tito Livio vuol fare l'arte, si direbbe con modo francese. È assai ordinaria la tendenza a volere coprire un mondo passato con una forma artistica studiata e preconcetta. Livio vuole scrivere secondo i precetti di Cicerone, e collegare la rettorica con la Storia. Onde alla semplicità di Erodoto succede la magniloquenza di Livio, come all'Epopea spontanea di Omero quella riflessa di Virgilio. (vol. I, parte II, cap. II, p. 60)
  • Il Cantù porta nella Storia il malessere proprio, il malessere cattolico e il malessere italiano. (vol. I, parte II, cap. II, p. 65)

Bibliografia

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