Nadia Fusini

scrittrice, critica letteraria e traduttrice italiana

Nadia Fusini (1946 – vivente), scrittrice, critica letteraria, traduttrice e accademica italiana.

Introduzione di Frankenstein

Neri Pozza Editore, 2018, ISBN 978-88-545-1769-1

  • Rivisitando il "gotico", e incrementando il tono del terrore, Mary Shelley apre una vena del tutto nuova, fantascientifica. Al centro del racconto qui non c'è un'eroina perseguitata e piena di coraggio che scappa attraverso foreste infestate di banditi, finisce in prigioni tenebrose, in camere segrete, in castelli inaccessibili. Nella letteratura "nera" così finivano le giovinette ignare, che incorrevano il male per volontà di sfuggirgli. L'immagine della fanciulla in fuga, della dolcezza molestata, della debolezza tormentata, dell'innocenza vilipesa era centrale nel romanzo gotico, dove per gotico si intendeva precisamente questo gusto horroroso. Qui invece, a finire in spazi tenebrosi, è un uomo di toppe e stracci, creato artificialmente da un altro uomo, sfruttando l'energia elettrica della Natura che s'accende in una notte di tempesta.
  • Una donna per esperienza conosce quel modo della creazione che consiste nel mettere al mondo una creatura generandola dalle proprie viscere. Qui invece a partorire è un maschio e il gesto, osservato dal punto di vista femminile, introduce alla prima e fondamentale e imperdonabile trasgressione dei confini di genere: che un uomo dia la vita non è l'esperienza comune della specie umana, dove la prima fondamentale divisione si ordina per l'appunto in rapporto alla differenza della prestazione sessuale, che destina la donna, e non l'uomo, a farsi grembo della riproduzione.
  • Più che tragica, dalla parte della creatura, la vicenda è patetica. Romanticamente il mostro vorrebbe comunanza, società: vorrebbe appartenere a una comunità, essere come tutti gli altri. La sua eccezionalità gli pesa. La sua unicità è un danno. Gli rende impossibile la vita. E impraticabile la bontà. Come può essere buono chi è solo al mondo, privo di un altro simile in cui specchiarsi e amarsi? Chi venga abbandonato, rifiutato? Come stupirsi che diventi malvagio colui al quale per nascita la felicità è negata? Il mostro è una vittima.
  • La creatura invidia la bellezza e la bontà. Di per sé il neonato non è cattivo, chiede simpatia; se gliela mostrassero, sarebbe buono. Ma perché gli altri gli dimostrino amore, dovrebbe dissolversi la platonica confusione di bene e di bello, che perciò stesso condanna il brutto (e cattivo) a patire l'alienazione dal mondo dei belli (e buoni). Il "brutto" dovrebbe, in altri termini, educare i propri contemporanei ad aprire gli occhi fino a cogliere in lui un'altra bellezza, che offende le proporzioni, che trasgredisce le vecchie armonie: una bellezza inaspettata, diversa, nuova. Sublime.
  • Non v'è dubbio che, consapevolmente o meno, alla gestazione del romanzo concorre la tensione politica degli anni in cui il romanzo viene concepito. Vigile e attiva è nella mente di Mary l'angoscia per la violenza che macchia la vita politica del suo paese. Dal 1811 al 1817 l'Inghilterra è scossa dalle proteste degli operai che si ribellano all'impiego delle macchine, strumenti maledetti della strategia maligna dei padroni, che così tolgono loro il lavoro. Quasi fossero robot messi al posto del loro corpo vivo, gli operai luddisti aggrediscono, distruggono quell'invenzione diabolica, frutto della scienza meccanica. «The monster is on the loose» titolano i giornali dell'epoca: senza freni, disinibita, la violenza scuote le fondamenta dell'ordine sociale, dello status quo. E l'impersona il mostro di un proletariato incolto e violento, perché disperato. Un proletariato anonimo, umiliato e offeso viene descritto come una massa oscura di lupi assetati di violenza; e dietro il fantasma della folla acefala, affiora lo stesso terrore che non molti anni prima aveva contagiato la Francia.
  • Prima di immedesimarci con quell'astronauta di 2001: Odissea nello spazio che vediamo staccarsi dall'astronave e per sempre cadere nello spazio infinito, noi ci siamo identificati con la creatura di Frankenstein. Se le mitologie eroiche di Shelley e di Byron mascherano con l'euforia dello slancio maniacale del pathos, Mary svela il bathos di quella medesima verità: nel mondo si è gettati, e si è soli.
  • Sono passati gli anni, ben due secoli, abbiamo provato ben altri terrori, altre maschere maligne hanno solleticato e insieme catarticamente liberato le nostre più intime paure, ma Frankenstein rimane uno dei più agghiaccianti romanzi neri o gotici mai scritti. Può colpire nella scrittura un tono a volte scolastico, antiquato, irritare una certa indulgenza all'iperbole, annoiare una certa tendenza a disseminare qua e là citazioni forse fin troppo dotte; può sembrare poco credibile, addirittura farci sorridere l'idea che il mostro si istruisca fino a rendersi capace di leggere gli stessi libri che sta leggendo Mary, e cioè il Paradiso perduto, le Vite di Plutarco, I dolori del giovane Werther. Ma al di là del tono a volte enfatico che lo allontana dal nostro gusto moderno, il romanzo di Mary Shelley è, in realtà, modernissimo. E più forte degli echi miltonici, o alla Coleridge, più forte ancora vibrano in esso anticipazioni di accordi nuovi, alla Poe, alla Melville, che aprono alla science fiction a venire, alla scienza e alla narrativa moderna.

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