Mauro Macchi

giornalista, patriota e politico italiano

Mauro Macchi (1818 – 1880), giornalista, patriota e politico italiano.

Mauro Macchi

Storia del Consiglio dei DieciModifica

IncipitModifica

L'istoria di Venezia porge un carattere affatto speciale, come quello delle sue lagune, de' suoi canali, dei fantastici edificii che nelle sue acque[1] si specchiano. Unico al mondo è il fatto di una repubblica che possa contare oltre a quattordici secoli di vita, e di una vita così gagliarda e potente. – Surta quell'incantevole città per il concorso di persone che quivi cercavano scampo contro l'oppressione straniera, era ben degna di un avvenire libero e glorioso. Percossa è la mente da meraviglia e il cuore balza per la gioia nel leggere come la veneta repubblica sola bastasse colle proprie leggi e colle proprie armi a vincere le fosche procelle che a suo danno andavano condensando l'Italia e l'Europa.

CitazioniModifica

  • All'epoca in cui siamo con questa narrazione, era costume pressoché universale nei paesi cattolici di fare nel testamento un buon legato in favore della Chiesa; del quale costume non è a dire quanto fossero solleciti i preti, mentre arrivarono persino a rifiutare gli estremi conforti della religione a coloro che in punto di morte si fossero dimenticati di adempire sifatta formalità. (vol. II, cap. v, p. 4)
  • [..] è un fatto storico che il vescovo di Venezia, ad ogni morte, aveva diritto di ricevere per testamento la decima parte dei beni che il defunto possedeva. Ed è perciò ch'ei fu detto il Vescovo dei morti. Ned è da farne meraviglia; imperocché dovendo i fedeli, per antico precetto della Chiesa, pagare le decime al clero, ossia la primizia dei frutti delle campagne, è naturale che in Venezia, dove campagna non c'è, le decime si pagassero per testamento. Di questa eredità doveva poi il vescovo far quattro parti: la prima per sé; l'altra per il suo clero; la terza per le spese del culto; e l'ultima per i poveri. (vol. II, cap. v, pp. 5-6)
  • È Francesco Bussone, figlio d'un contadino di Carmagnola, non dispregevole terra del Piemonte, d'onde prese il nome di guerra che gli è rimasto nell'istoria, e guardiano di vacche egli stesso come lo qualifica il Balbo.
    Mentre, ancor giovinetto, egli stava pascolando li armenti, l'aria fiera del suo volto fu osservata da un soldato di ventura, tedesco, che lo invitò a partir seco alla guerra.
    Egli, invogliato dal luccicare delle armi, lo seguì volentieri, e si pose con esso agli stipendii del celebre condottiero Facino Cane, alla morte del quale passò fra le milizie del duca di Milano, [...]. (vol. II, cap. IX, p. 115)
  • Posto in prigione, nell'andito dell'orba, per tre giorni interi [Francesco Bussone] non volle ingollare alcun cibo. [...]. Posto alla tortura non ebbe nulla a confessare. Si doveva replicare più spietatamente il triste gioco, ma non potendosi tirar troppo su, come dicono con imperturbabile calma gli storici della Serenissima, in grazia di un braccio che avea rotto in servigio della repubblica, quei carnefici gli posero il fuoco sotto ai piedi. Allora non potendo più reggere a tanti strazii, uscì di bocca al Carmagnola quanto piaceva al Consiglio [dei Dieci]; e le sue parole si ebbero tosto in conto di sincera confessione di quello che aveva fatto, e di quello eziandio che voleva fare. (vol. II, cap. IX, pp. 146-147)
  • [...] il Piccinino rifugissi con dieci cavalieri nel castello di Tenno[2]
    Ma quell'istessa notte l'astuto capitano, pensando quanto fosse debole il sito, e con quanta cura ve lo assedierebbe lo Sforza[3], il quale pur testé gli aveva bandita sul capo una taglia di 5000 ducati, deliberò di uscirne ad ogni costo, o di soccumbere almeno tentandolo. Trovavasi per avventura nel castello un nerboruto tedesco di lui famigliare; ordinò a costui di chiuderlo in un sacco, gettarselo in ispalla, e come se fosse una parte del bottino fatto dai vincitori, portarlo tra mezzo ad essi. Il corpo mingherlino del conduttiero, che gli aveva dato il nome, aiutò l'astuzia; le quadrate spalle del tedesco fecero il resto. (vol. III, cap. X, pp. 14-15)

NoteModifica

  1. Nel testo "aque".
  2. Comune nei pressi del lago di Garda, nell'odierna provincia autonoma di Trento.
  3. Francesco Sforza (1401–1466), condottiero di compagnia di ventura e poi primo duca di Milano.

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