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Luce Irigaray

filosofa, psicoanalista e linguista belga

Luce Irigaray (1930 – vivente), filosofa, psicoanalista e linguista belga.

  • Anche se è per natura pubblica, la prostituzione dovrebbe allora rimanere invisibile. Ma come una cosa pubblica può esercitarsi in modo nascosto? Questo è il paradosso legato alla prostituzione: esiste a condizione che non si sappia e che non si veda che esiste. Di conseguenza, è cacciata da tutti i luoghi pubblici in cui si potrebbe sapere o vedere che si esercita: le case di tolleranza, le strade, eccetera. Non c'è nulla di strano in tale contraddizione. La prostituzione partecipa della sorte riservata alla sessualità nella nostra cultura: esiste a patto che non si sappia, che non si manifesti in quanto tale.[1]
  • L'attrazione sessuale è ciò che ci può facilitare il passaggio dai bisogni individuali legati alla sopravvivenza a una condivisione con l'altro. È ciò che ci può aiutare a trascendere il nostro corpo come materia attraverso il desiderio, un desiderio che fa da ponte e mediazione tra corpo e anima, e anche fra l'altro e noi stessi. Questa spiritualizzazione del corpo e dell'amore carnale è resa impossibile per mancanza di una cultura della sessualità, per la sua repressione e riduzione a un bisogno, sessuale e perfino procreativo, che non ha più nulla di propriamente umano. Troppo spesso, la nostra tradizione, specialmente la nostra tradizione morale, incoraggia questa decadenza dell'attrazione amorosa che fa nascere nella stessa anima ogni sorta di fantasmi e desideri sostituitivi. Da allora, non è più soltanto il corpo che è prostituito o si prostituisce, ma l'anima che si vende per ottenere soldi, potere o gloria.[1]
  • L'umanità è a due e bisogna divinizzare questa condizione, coltivare il nostro essere in relazione con il prossimo.[2]
  • Occorre anche coltivare e sviluppare identità e soggettività al femminile, senza rinunciare a se stesse. I valori di cui le donne sono portatrici - aggiunge - non sono sufficientemente riconosciuti e apprezzati, anche dalle stesse donne. Però sono valori di cui il mondo oggi ha urgente bisogno, che si tratti di una maggiore cura della natura o di una capacità di entrare in relazione con l'altro.[3]
  • Occorre deliberatamente dare per scontato il ruolo femminile.[4]
  • Per la femmina la realtà della sua castrazione significa in fondo questo: “voi uomini non ci vedete niente, non ne sapete niente, non vi ci ritrovate, non vi ci riconoscete. E questo vi è insopportabile. Dunque non esiste, non c'è niente.[5]
  • Per promuovere un mondo nuovo, c'è bisogno di pensiero. Non basta fermarsi a qualche slogan concernente il potere, la soggettività femminile, la politica del fra donne eccetera. Si tratta di riflettere su quale contenuto oggettivo si mette dietro gli slogan, e di verificare se questo contenuto si possa condividere e come. Se ogni donna si accontenta di rivendicare il diritto alla propria soggettività, temo che una condivisione pubblica fra le donne non potrà mai esserci. Lo stesso vale se le donne si accontentano di cercare di appropriarsi di un'oggettività culturale e politica definita da e per gli uomini. Il compito più importante che le donne oggi devono assumere è lavorare alla loro individuazione come persone civili e culturali. La politica, per non dire la democrazia, dovrebbe essere un affare di convivenza civile fra le persone prima di essere un affare di rivalità per il possesso, il potere, la poltrona.[6]
  • Questa... esclusiva - e molto ansiosa - attenzione riservata all'erezione... dimostra la misura in cui l'immaginario che la governa sia estraneo al femminile.[7]
  • Siamo stati(e) educati(e) a fare nostro tutto ciò che ci piace, tutto ciò che è vicino a noi, fa parte della nostra intimità. Il nostro modo di ragionare, il nostro modo di amare corrisponde ad un'appropriazione.[8]
  • Si è fatto di questo pensiero della differenza un pensiero solo delle donne e fra le donne. Non l'ho mai detto. Questa era una tappa necessaria per strutturare il soggetto femminile, ma la finalità resta una cultura a due soggetti. È una cultura a due soggetti che ci permette di entrare nel multiculturalismo, essendo la differenza uomo-donna la prima differenza.[2]

NoteModifica

  1. a b da un intervento su Repubblica, 16 settembre 2008; citato in Loredana Lipperini, Cattivi pensieri, Lipperatura, 16 settembre 2008
  2. a b L. Irigaray, Festivaletteratura di Mantova, 06/09/2006.
  3. L. Irigaray, Giornata Internazionale della donna, 08/03/2010.
  4. Citato in AA.VV., Il libro della filosofia, traduzione di Daniele Ballarini e Anna Carbone, Gribaudo, 2018, p. 320. ISBN 9788858014165
  5. Speculum. L'altra donna, Feltrinelli, Milano, p. 44.
  6. Da un intervento su Repubblica, 28 novembre 2007; citato in Loredana Lipperini, La ragazza di Dino, Lipperatura, 28 novembre 2007.
  7. Citato in AA.VV., Il libro del femminismo, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2019, p. 186. ISBN 9788858022900
  8. Tra Oriente e Occidente. Dalla singolarità alla comunità. Roma, Manifestolibri, p. 115

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