Josef Finkenzeller

sacerdote tedesco

Josef Finkenzeller (1921 – 2018), presbitero, teologo e docente tedesco

Il problema di DioModifica

  • «Ascolta, o Israele, Jahweh è il nostro Dio, Jaweh è uno solo» (Dt 6,4). Questo versetto ha un'importanza unica per la confessione di fede monoteistica nel giudaismo, perché è il principale contenuto della preghiera cosiddetta dello «Shema» (= Ascolta). Alla confessione di fede segue il comandamento: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta l'anima, con tutta la forza» (Dt 6,5). Lo «Shema» è il nucleo della liturgia sinagogale mattutina e vespertina di tutti i giorni dell'anno: ogni maschio israelita adulto è tenuto a recitarlo quotidianamente mattino e sera. La sua proposizione principale deve essere professata dal moribondo sul letto di morte. I martiri ebrei di tutti i tempi hanno chiuso la loro vita con questa confessione, dopo che Rabbi Akiba ebbe esalato lo spirito pronunciando le parole «uno solo», con le quali essa si conclude. (p. 76)
  • La teologia e la predicazione devono impegnarsi seriamente e demolire tutte quelle idee religiose che riducono Dio a un tappabuchi. Se ci si serve di Dio solo per spiegare le connessioni causali non ancora chiarite, lo si costringe a uscire sempre più di scena. Affermare che questi Dio è morto non è ateismo ma «distruzione di idoli e servizio alla fede in Dio. Un ateismo così formulato svolge la funzione di una verifica, di una chiarificazione e di una purificazione della religione; esso documenta la nostalgia per un Dio sempre più grande[1]». (p. 237)
  • Proprio nelle situazioni in cui il dovere morale esige un impegno che rasenta o addirittura implica il sacrificio stesso della vita, l'uomo sperimenta di non essere legato da idee o da valori generali, giacché a motivo del loro carattere impersonale essi non possono avanzare pretese definitive su di lui. Nel suo centro personale l'uomo si sente interpellato da una persona assoluta, che noi chiamiamo la voce della coscienza. Tale voce rimanda a una persona che chiama: siamo all'incontro dialogico con un assoluto personale. Questa potenza personale che avanza pretese incondizionate, alla quale in definitiva ci si rivolge nel dire di sì al dovere morale, noi la chiamiamo Dio. Anche quegli uomini che negano la sua esistenza, nel dettame incondizionato della coscienza sperimentano Dio, e nell'aderire a quella voce dicono di sì a lui. (pp. 247-248)
  • [La possibilità della conoscenza naturale di Dio affermata dal Concilio Vaticano I nel cap. II della Costituzione dogmatica Dei Filius] In questo testo dunque si accosta il concetto metafisico astratto di natura – cui si attribuisce in linea di principio la capacità di conoscere Dio – a quello storico-salvifico concreto che tiene conto della situazione effettiva dell'uomo, della sua situazione di salvezza e di perdizione. Così il Concilio cerca di stabilire un equilibrio tra due correnti della tradizione cristiana, che risentono rispettivamente del pensiero aristotelico-tomistico e del pensiero agostiniano. Pertanto il Concilio Vaticano I non ha definito in maniera pura e semplice una conoscenza naturale di Dio; piuttosto ha formulato il suo insegnamento in maniera dialettica: alla possibilità di principio della conoscenza naturale di Dio ha contrapposto la problematicità di una simile conoscenza e la necessità morale della rivelazione soprannaturale. (p. 250)
  • Tutti i tentativi della teologia di risolvere il problema della «teodicea» sfociano in ultima analisi nel mistero di Dio. «L'incomprensibilità del dolore è un frammento dell'incomprensibilità di Dio[2]». Il teologo certo può dire che Dio è solo la causa prima e che gli eventi terreni e umani sono le cause seconde; ma la questione decisiva: come la causa prima e le cause seconde cooperino tra di loro, è nascosta nel mistero di Dio.
    Anche se la teologia cristiana non può dare una risposta alla questione: Come conciliare il male del mondo con l'onnipotenza e la bontà di Dio, il mistero di Cristo conferisce un senso al dolore. Con l'incarnazione del Figlio, Dio si è assunto la nostra sofferenza, con la morte in croce ha superto i nostri peccati. La fede nella risurrezione di Cristo e nella nostra risurrezione ci garantisce un futuro beato, in cui la sofferenza, la morte e il peccato non troveranno più posto. (p. 260)

NoteModifica

  1. (DE) Da Heinrich Fries, Theologische Überlegungen zum Phänomen des Atheismus, in (DE) Theologie in Wandel, Monaco-Friburgo in Brisgovia, 1967, p. 264.
  2. Da Karl Rahner, Perché Dio ci lascia soffrire?, in Sollecitudine per la Chiesa. Nuovi saggi VIII, Edizioni Paoline, 1982, p. 577.

BibliografiaModifica

  • Josef Finkenzeller, Il problema di Dio: il primo capitolo della teologia cristiana, presentazione di Franco Ardusso, traduzione di Carlo Danna, revisione di Elio Guerriero, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo, 19872. ISBN 88-215-1154-5

Altri progettiModifica