Henri Michaux

scrittore, poeta e pittore belga

Henri Michaux (1899 – 1984), poeta, scrittore e pittore francese.

Citazioni di Henri MichauxModifica

  • E appare il «bianco». Bianco assoluto. Bianco al di là di ogni bianchezza. Bianco dell'incombere del bianco. Bianco senza compromessi, attraverso esclusione, attraverso lo sradicamento totale del non bianco. Bianco folle, arrabbiato, che urla con bianchezza. Fanatico, furioso, che sceglie la vittima. Bianco elettrico orribile, implacabile, assassino. Bianco in esplosioni di bianco. Dio del «bianco».[1]
  • È preferibile non viaggiare con un morto. (da La Nuit des Bulgares in Plume, 1938; tagline del film Dead Man, 1995)
  • L'aggressività, questa meschina parvenza d'audacia. (da Brecce, traduzione di D. Grange Fiori, Adelphi, 1984)
  • Quando le auto penseranno, le Rolls-Royce saranno più angosciate dei taxi.
Quand les autos penseront, les Rolls-Royce seront plus angoissées que les taxis.[2]
  • Sì, credo in Dio. Certo, lui non ne sa niente. (citato in Focus, n. 83, p. 150)

Tranci di sapereModifica

  • Chi non ha più spalle sale alle stelle.
  • Chi si è abbassato davanti a una formica non deve più abbassarsi davanti a un leone.
  • Chi sa radere il rasoio saprà cancellare la gomma.
  • Il cuore del sensibile soffre troppo per amare.
  • Il male traccia, il bene inonda.
  • La grande modestia dell'uomo non appare dai blasoni.
  • Non ci sono prove che la pulce, che vive sul topo, tema il gatto.
  • Quando gli occhi credono, le mani si sbagliano.

Un barbaro in AsiaModifica

  • La pittura cinese è la precisione, l'assenza d'impressionismo, di tremolio. Tra gli oggetti non c'è aria, ma un etere puro. Gli oggetti sono tracciati, sembrano dei ricordi. Sono loro, eppure sono assenti, come fantasmi delicati che il desiderio non ha chiamato. Il cinese ama soprattutto gli orizzonti lontani, ciò che non si può toccare.
    L'europeo vuole poter toccare. L'aria dei suoi quadri è spessa. I suoi nudi sono quasi sempre sporcaccioni, anche nei soggetti tratti dalla Bibbia. Il calore, il desiderio, le mani li tastano.[3]
  • [Il Taj Mahal] Riunite l'apparenza delle materie della mollica di pane bianco, del latte, della polvere di talco e dell'acqua, mescolate e fate di ciò un eccessivo mausoleo, fateci un'entrata spalancata e formidabile, come per uno squadrone di cavalleria, ma dove non entrò mai che una bara. Non dimenticate le così inutili finestre con grate di marmo (perché la materia di cui parlo, e della quale tutto l'edificio è fatto, è un marmo estremamente delicato, squisito e come sofferente, fatto per la più rapida dissoluzione e che una pioggia scioglierà la sera stessa, ma che si mantiene intatto e verginale da tre secoli, con la sua irritante e inquietante struttura di edificio-fanciulla). Non dimenticate le inutili finestre di marmo dove la così intensamente rimpianta[4], la rimpianta del Gran Mogol, di Scià Jehan, potrà venir a presentarsi al fresco della sera.
    Malgrado i suoi ornamenti rigorosi, puramente geometrici, il Taj Mahal ondeggia. Il fondo della porta è come un'onda. Nella cupola, l'immensa cupola, un niente di troppo, un niente che tutti provano, qualcosa di doloroso. Dappertutto una medesima irrealtà. Perché questo bianco non è reale, non pesa, non è solido. Falso sotto il sole. Falso al chiaro di luna, sorta di pesce argentato costruito dall'uomo, con un intenerimento nervoso.[5]
  • [...] tutta la letteratura europea è di sofferenza, mai di saggezza.[6]

NoteModifica

  1. Da With Mescaline, in Darkness Moves: An Henri Michaux Anthology 1927-1984, trad. Ingl. Di D. Ball, University of California Press, Berkeley e London 1994, p. 198; citato in David Batchelor, Cromofobia. Storia della paura del colore, traduzione di M. Sampaolo, Mondadori, Milano, 2001, p. 16. ISBN 9788842497684
  2. Da Passages, Gallimard, citato in (FR) Dictionnaire des citations, sous la direction de Robert Carlier, Jean-Louis Lalanne, Pierre Josserand e Samuel S. de Sacy, Larousse, Parigi, 2007, p. 383. ISBN 978-2-03-583709-7
  3. Traduzione di Antonio Mor, in Le più belle pagine delle letterature del Belgio, a cura di Antonio Mor e Jean Weisberger, Edizioni Accademia, Milano, 1965, pp. 228-234; in Letteratura universale, a cura di Luigi Santucci, vol. XXX: Antonio Mor, Jean Weisberger e Jan Hendrik Meter, Antologia delle letterature del Belgio e dell'Olanda, Fratelli Fabbri Editori, Milano, 1970, p. 118.
  4. Mumtaz-i-Mahal, sposa dello Scià Jehan, morta di parto nel 1631. Cfr. Letteratura universale, a cura di Luigi Santucci, vol. XXX: Antologia delle letterature del Belgio e dell'Olanda, p. 114, nota 1.
  5. Traduzione di Antonio Mor, in Le più belle pagine delle letterature del Belgio, pp. 228-234; in Letteratura universale, a cura di Luigi Santucci, vol. XXX, pp. 114-115.
  6. Traduzione di Antonio Mor, in Le più belle pagine delle letterature del Belgio, pp. 228-234; in Letteratura universale, a cura di Luigi Santucci, vol. XXX, p. 117.

BibliografiaModifica

  • Henri Michaux, Tranci di sapere, in Aa. Vv., Moralisti francesi. Classici e contemporanei, a cura di Adriano Marchetti, Andrea Bedeschi, Davide Monda, BUR, 2012.

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