Giuseppe Bottai

politico italiano

Giuseppe Bottai (1895 – 1959), politico italiano.

  • Vogliamo rimeditare sull'essenza di questa guerra e vogliamo riaffermare a noi stessi che siamo responsabili insieme al duce. Rivendichiamo una responsabilità fondamentale, quella di aver creato lo Stato Corporativo, e la responsabilità di aver acceso il fuoco di rinnovamento politico e sociale dell'Europa, perché questa si salvasse e potesse continuare la sua funzione di elaboratrice e sostenitrice della civiltà occidentale. La storia riconoscerà che abbiamo interpretato la sua legge, e se la storia non mente e il destino non tradisce, questo sangue fruttificherà.[1]
Giuseppe Bottai

Quaderno affricanoModifica

  • Andiamo al luogo di partenza, dove da ieri i reggimenti si sono adunati, all'incrocio delle strade che dalla piana di Calaminò precipitano su Macallè. A poco a poco l'aria si rischiara. Curioso crepuscolo, come se non da un punto dell'orizzonte, ma da tutti gli atomi dell'aria nascesse la luce. Colonne d'uomini, in ordine, in disordine. Un disordine, dal quale l'ordine di ricrea e nel quale si disfà, di continuo. Muli, carri armati, artiglieria. (p. 24)
  • (Addi Hozà, 20 gennaio). [...] Rapida mi passa nella memoria la visione delle porte ciclopiche d'Alatri. Mi volto verso il Tembièn. Vedo una fuga di monti colossali, oltre l'Amba Betlèm. Una mitragliatrice picchietta nel silenzio greve meridiano. (p. 26)
  • (22 gennaio). [...] Il pomeriggio, sempre calma. S'attendono ordini. Tembièn o Aradàm? Nel Tembièn s'è in piena battaglia. Duemila morti abissini, dicono. (p. 29)
  • (2 febbraio). Siamo fermi. L'azione, che aveva il suo centro motore nel Tembièn, è finita. (p. 34)
  • (4 febbraio). [...] Nel Tembièn, ras Cassà e ras Sejùm sono demoralizzati. Ànno avuta una "botta" soda. Rimane Mulughietà, sull'Aradàm. (p. 36)
  • Una fascia lunga di nebbia copre l'Aradàm, ci nasconde al nemico. I soldati zufolano, canticchiano. Scendiamo valloncelli, saliamo coste blande, finché siamo in vista di Céli. S'odono i primi colpi, sulle alture a sud. Il Generale Spatocco mi manda a chiamare. «Due compagnie in posizione sulle due collinette sopra il paese. Mi guardi il fianco». Mando innanzi undecima e decima. (p. 51)
  • Attraversiamo poveri orti abbandonati. Saliamo. Siamo in postazione. Dinanzi a noi è una valle immensa, che s'inforra a canalone fin sotto il ciglio estremo dell'Aradàm. Di là, il nemico può piombare sul nostro fianco, girarci a tergo. Guatiamo: nessuno. [...] Ricevo l'ordine di portare tutto il battaglione in linea sul costone, che da Céli sale ripido a sud, verso l'Aradàm. Sotto un piover di palle, che cadono stracche da lontano, ordino e eseguo il movimento. (pp. 51-52)
  • L'intuizione di Spatocco è stata giusta; ci varrà la vittoria. Mi reco dove ferve la lotta. Calmo i miei tiratori, li invito a un fuoco lento, calmo, di precisione. Accanto mi cade un portatreppiedi, secco. Falciamo il nemico. L'amba si macchia di bianco. Fino alle prime ore del pomeriggio contendiamo il passo agli abissini. Il Generale chiama a sé il battaglione: la minaccia è sventata. Nel sole ardente saliamo verso la cima dell'Aradàm. [..] Spari sull'amba, due, uno, zero. La battaglia è finita. La vittoria giunge con la sera. (p. 52)
  • Alla fine della Messa, questa mane, il Generale Spatocco, Comandante della nostra Brigata di fanti à parlato. S'è introdotto nel rito con quella sua aria di vecchio signore discreto, cui il bianco niveo, appena ombrato di grigio, dei capelli lisci e il rosso fìammeo del volto dànno un tono di pudore offeso, di vinta ritrosia da fanciullo. Guardavo le sue mani e ascoltavo le sue parole. Quelle, sottili, lunghe, accese pur esse, ma su, in cima verso le unghie, delicate, pallide, esangui; queste, incerte in principio dei periodi, tormentate e trepide, poi, in fine al concetto subitamente chiare, lucide, energiche nel tono sempre pacato. (p. 55)
  • [Sul Generale Carlo Spatocco] Lo ricordo, il 12 mattina, nella piana di qua e di là del Ghevà, tutto fiuto, negli occhi e nelle narici, levriero di corsa; lo stesso giorno, nell'attacco a quota Sila e nella resistenza ai contrattacchi abissini, ritto tra i fanti, senza spavalderia, ignaro del pericolo, spiritualmente e, quindi, corporalmente, invulnerabile; e la giornata del del 15, tutto intuizioni rapide nella vasta manovra di avvolgimento sulle pendici ovest dell'Aradàm, d'una serietà impastata di sorriso, animato da una fiducia da veggente, la fiducia degli eroi, che dominano e non servono il proprio istinto. (p. 56)
  • (Debra Hailà, zona di Colqualà, 27 febbraio). [...] Noi staremo qui a parare il nemico, che provenga da ovest, sud-ovest e sud. L'azione riprenderà nel Tembièn. Un fonogramma di Badoglio, giuntoci questa notte, impegnava comandi e truppe a ben combattere «la battaglia decisiva». (p. 58)
  • (Debra Hailà, zona di Colqualà, 27 febbraio). [...] Noi staremo qui a parare il nemico, che provenga da ovest, sud-ovest e sud. L'azione riprenderà nel Tembièn. Un fonogramma di Badoglio, giuntoci questa notte, impegnava comandi e truppe a ben combattere «la battaglia decisiva». (p. 58)
  • (Debrà Hailà, zona di Colqualà, 27 febbraio). [...] Domani riprenderà l'azione, con l'obiettivo i valichi di Alagi. [...] Sull'orizzonte, il triangolo sghimbescio dell'Alagi ci pone dei misteriosi problemi geometrici. Anche la vittoria è un problema di geometria; d'una scienza, che tocca la poesia. (p. 58)
  • (2 marzo XIV). Sono stato sull'Amba Alagi. Vi corsi a volo, con Galeazzo, il giorno del mio arrivo in Affrica. Vi sono tornto ieri, come a tappa fatale del mio cammino. Sono arrivato sul passo, ove i nostri soldati ànno, il primo marzo, issato, dopo quarant'anni, il tricolore, col cuore in gola. L'ansimar sull'erta strada si mescolava all'ansia del mio spirito; e questa stillava dagli occhi grosse, lente lacrime, che colavano giù pel volto, insieme a dense goccie di sudore. (p. 59)
  • Ò visti i muretti a secco, elevati da Toselli a difesa, la caverna dov'è ancora uno de' suoi cannoncini. L'Amba, quadrata, da vicino, e non triangolare come si mostra da lungi, incombeva massiccia e rossa su di me. Di tutta quella lontana battaglia disperata, un ricordo campeggiava nella mia mente: Toselli, che la sera del 6 dicembre va di balza in balza, solo, guarda il cielo e interroga le stelle sul suo misterioso, imminente destino di morte e di gloria. (p. 59)
  • Il Maresciallo ordina a me e ad Alessandrini di passare alle sue dipendenze dirette, per cominciare lo studio e l'organizzazione del governo civile di Addis Abeba. Alziamo le tende in un prato di smeraldo, lucido, lustro, laccato. I nervi si tendono dentro una parentesi di favola. Farfalle e uccelli danno grazia di volo e di canto alle nostre fantasie. (p. 73)
  • Alle nove di questa mane ero in volo sul cielo di Addis Abeba. L'aeroplano, levatosi alle sette e mezzo dal campo di Dessiè, sorvolate le montagne, filava diritto per Uorra llù e Dobbà sull'Emberterà. L'altopiano ondeggiava sotto di noi, morbido come seta svariante in tutti i toni del verde. Guardavo con tenerezza quella terra felice. Le case dei borghi vi apparivano disposte con un ritmo di danza, non raggruppate in centri e non sparse, ma disposte in cerchio o a festoni o a serpe, secondo le pieghe del terreno. (pp. 73-74)
  • Passiamo sulle case di Egersà; ed ecco, lontano, su un piano inclinato, Addis Abeba, biancheggiante in un bosco immenso. Le siamo sopra e vi caliamo a vite. Sembra d'essere risucchiati da un gorgo. I giovani piloti gettano la macchina quasi pancia a terra. Sentiamo l'odore degli eucalipti. Riconosciamo San Giorgio, il Ghebbi, il monumento di Menelik, l'ospedale italiano della Consolata, il Leone di Giuda dinanzi alla stazione. Risaliamo, discendiamo, ridendo, allegri di toccare quasi la mèta, alla quale condurremo tra giorni la vittoria senz'ali. (p. 74)
  • (15 maggio). Da undici giorni la guerra è finita. L'altra si chiuse, per me, a Cencenìghe, in un grigio giorno di novembre; e fu, dopo quasi quattr'anni, di tragica attesa da una trincea all'altra, una fine piena di tristezza. Il Maggiore Freguglia fermò il Battaglione sulla piazza accanto alla chiesa, e disse irritato: «Da questo momento», e guardava furioso l'orologio, che aveva levato di tasca, «cessano le ostilità». Si udirono uno, due respiri grossi. Di sollievo? Qualcuno abbozzò un «evviva». Ma lo sguardo metallico del comandante freddò respiri e grida. Fu un silenzio di tomba, che coprì quel ritorno alla vita. (p. 78)

Citazioni su Giuseppe BottaiModifica

  • Bottai credeva fervidamente nelle sue teorie e si batté con impegno pertinace e talvolta settario per tradurle in realtà operante martellandole dal suo periodico chiamato non a caso "Critica Fascista", senza deprimersi mai di fronte agli insuccessi a catena, e senza mai rinnegare la sua fede in un fascismo migliore. (Paolo Pavolini)
  • Bottai, ministro dell'Educazione nazionale, ordina a rettori, provveditori e presidi di diffondere nel mondo della scuola «La difesa della razza» e di farne «oggetto, da parte dei docenti e dei discenti, del più vivo interesse». E aggiunge: «Ogni biblioteca universitaria dovrà esserne provvista e i docenti dovranno leggerla, commentarla, consultarla per assimilarne lo spirito che la informa, per farsene i propugnatori e i divulgatori». Per di più, anticipando gli stessi provvedimenti razzisti dell'ottobre [1938], fin dal 9 agosto esclude gli ebrei da ogni supplenza e incarico scolastico, e il 24 del mese invia ai presidi un elenco di libri di testo di autore ebreo: si guardino bene dall'adottarli e, se lo avessero fatto, li sostituiscano subito. (Silvio Bertoldi)
  • Cercò di accendere qua e là faville di cultura libera in un sistema dove l'unica cultura ammessa era il catechismo di partito o un cumulo di pregiudizi feudali di diversa origine (Paolo Pavolini)
  • Secondo Bottai, tutto il fascismo di destra e di sinistra, doveva abbandonare il campo e dissolversi, passando obbligatoriamente la mano, piacesse o no, all'unica forza superstite di un regime crollato, e cioè all'apparato militare del re. (Paolo Pavolini)

NoteModifica

  1. Citato in Paolo Pavolini, 1943, la caduta del fascismo – 1, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1973

BibliografiaModifica

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