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Giovanni Giraldi

filosofo, filologo e accademico italiano
Giovanni Giraldi

Giovanni (Battista) Giraldi (1915 – 2014), filosofo, filologo, accademico, scrittore e artista italiano.

Indice

Citazioni di Giovanni GiraldiModifica

  • [Sul poeta Cristanziano Serricchio] Della Daunia non è solo il poeta, ma colui che illustra le vicende storiche, le leggende pittoriche e le bellezze naturali.[1]
  • L'Incarnazione non è avvenuta una sola volta in Gesù, ma è in atto sempre: si ha un'autoctisi eterna, una vera immanenza del divino nel reale, mediatrice l'Idea, la Ragione.[2]
  • Nella solitudine scopri te essere il pianto di Dio. (da Elogio della Solitudine, in Sistematica NN. 120-121)
  • Si deve riconoscere che Gentile, con impegno e genialità speculativa, ha reso al Soggetto la sua dignità, che è la dignità dell'Atto; resta obliterata la dignità dell'Oggetto: questo usque recurrit.[2]

Autobiografia come filosofia e pagine integrativeModifica

  • Siamo ignoti a noi medesimi; come potremmo diventare noti agli altri? "Conosci te stesso!". Dunque, non ci si conosce, se un Dio deve insistere a dircelo ancora dopo molti millenni di peregrinazione sulle contrade della Terra. Se uno si conoscesse, saprebbe da dove viene, per dove sta camminando, in quale direzione sta andando; gli Gnostici raccomandavano proprio di apprender queste tre cose. Ma chi è in grado di dire: Io so da dove sono venuto (pothen)? Io so dove approderò con questa mia barca (poi), dopo aver solcato tanto mare? E chi conosce veramente il mare che sta solcando (pou)? Incontrare sé medesimi: ho scritto, altrove, che, nei giorni consueti del vivere, uno smarrisce se stesso; ammala, si ferma; un poco soffre; ed eccone il premio: ha incontrato sé medesimo; lo smarrito si è ritrovato. Ci si conosce nel dolore, un poco anche nella gioia; ma sempre ci si perde nel quotidiano. Dunque il Dio ci dia la nostra razione di dolore, se proprio vuole che uno conosca se stesso. (p. 20; ripreso da G. Giraldi, Profili di gente nel mio tempo, Pergamena Editrice, 1993)
  • Il Gentile aveva sempre scritto che non c'è posto per l'immediatezza, e che "tutto è mediazione". E sbagliava; perché, proprio lui, era il teorico dell'atto puro; atto puro significa che ogni atto è nuovo, spontaneo, dunque senza una mediazione che lo porta sulle mani già aperte. Questo suo atto puro era l'equivalente dell'immediatezza, o del sentire puro. (p. 35)
  • Non vi è liquidità nel pensiero, proprio perché l'idea ci diventa comune, perché ad essa andiamo come ad un presupposto identico, perché nell'idea poniamo la nostra pace dopo la peregrinazione, perché siamo chiamati ad una fermezza che sia anche la verità, non più mobilizzabile. Anche il più spumeggiante tra i diveniristi crede fermo almeno il suo cuore. (p. 47)
  • Un fine è immanente ad ogni forma di scelta, o decisione. Scelgo, innanzitutto, per capire meglio; scelgo per essere più certo nelle mie certezze; scelgo per uscire da una immobilizzazione che mi pesa; scelgo anche perché si deve esplorare che cosa eventualmente si presenta alla vista navigando su nuove rotte. (p. 49)
  • La Ragione, che fornisce i suoi diagrammi, non esaurisce il risultato; quell'Idea che si attua come mondo e come Umanità nella sua forma attualmente ultima, rivela di essere anche una forza; non solo pensa come attuare se stessa, ma anche dispone di una adeguata potenza attualizzatrice; essa, per dirla con parole d'uso, non è solo Mente, ma anche Volontà; non è solo idee ma impulso, slancio, ebbrezza; è esplosione, è davvero big bang, sebbene non nella sola forma degli astrofisici attuali. Schopenhauer la chiama Volontà ("Wille"); Bergson "élan vital"; qualche altro Eros; voci diverse di qualcosa che caratterizza l'Idea e la traduce in modo più pieno di quanto non faccia quando si danno i soli schemi della Logica razionale. Se non si dà il debito risalto a questo aspetto "fattivo" dell'Idea, si ha una visione precisa, ma non intera, della concretezza operativa. (pp. 58-59)
  • Quale idea dell'arte ho adottato? Classicismo; questo è l'eterno; tutto il resto è ciarpame, rottame, similarte; nei casi estremi è anche menzogna. (p. 77)

BàrelModifica

  • Hegel ha ragione. La sua verità è amara. Ma lo Spirito non è blando. Se esso ci dà il tempo di godere dei nostri libri, e di pascerci in questi giardini di fiori eternamente aperti ed odorosi, non lo fa perché esso sia clemente, né perché ci usi riguardi, né perché ci riconosca qualche diritto. Noi abbiamo solo da accettare questo privilegio, pronti a vedercelo ritirare; perché siamo sempre cianfrusaglie. (Note di estetica, p. 573)
  • L'autore del libro è una cosa; e il libro è un'altra cosa. Se il libro vale, esso è Spirito. L'autore non sarà mai altro che lo strumento dello Spirito. Ad opera finita, lo si può perdere senza rammarico. In ogni caso, son due cose diverse. Omero: chi era costui? (Note di estetica, p. 574)
  • Per qualche tempo, Barel – che trovò il suo nome alcuni anni più tardi – era una immagine di me; ma, nel seguito, non lo fu più. (Note di estetica, pp. 574-575)
  • Certamente, io sono consenziente in tutto con Barel, ma di «consenso estetico». Se parla bene, se la sua forma è definitiva, ecco il mio consenso estetico. Non condivido sempre il suo pensiero; molte volte sono d'accordo anche sul pensiero; ma sempre sono d'accordo quando la forma è valida. Consenso estetico e consenso teoretico. (Note di estetica, p. 576)
  • La poesia esprime lo stato d'animo d'un momento – che potrebbe durare un'ora o una vita intera –; mentre in un libro di filosofia si scrivono cose che si presume siano vere per tutti e per sempre. (Note di estetica, p. 576)

Faust mediterraneoModifica

IncipitModifica

Il dottor Faust, dunque, era stato accolto in Paradiso. Dopo che Mefisto si fu allontanato con manifesti segni d'ira in viso, l'uomo, il recuperato alla misericordia di Dio, guardava ogni cosa di quel sito inconsueto: udiva i canti dei bambini, ma non li ascoltava; interiormente umiliato per un dono che sapeva di non aver meritato, non desiderava incontrare qualcuno per avviare una conversazione qualunque; guardava ma non vedeva; la letizia degli altri non lo faceva lieto; era lì, come un albero senza foglie, ché gli uccelli non lo desiderano; nessuno gli rivolgeva un saluto, un sorriso, un avvio alla parola; uno sconosciuto, con quella faccia dura lì, non invita a parlare neanche il più logorroico dei casuidici.

CitazioniModifica

  • Giudizio negativo sul Goethe autore di un'opera tanto impegnativa. Dunque, Goethe non è quel grande poeta che tutti hanno magnificato? [..] Goethe è fallito come compositore. L'assieme è disarmonico, disorganico, senza proporzioni, senza una sicura linea direttiva, senza metro; manca, appunto, di composizione; le parti sono irrelate, la connessione è estrinseca; il tutto ha gonfiezze, turgori, lacune, deformità. [..] E tuttavia Goethe moveva una penna d'oro; le singole scene, dialoghi, ballate, monologhi: cose eccellenti; su tutto un gusto del bello, del melodioso, del fine e delicato; sovente una ironia di bellissima fattura, anche quando l'oggetto colpito meritava altro riguardo; accanto a lungaggini care ai lettori e agli scrittori del suo tempo, abbiamo scorci efficaci, tagli rapidi, battute mirabili. (p. 121)
  • Goethe non sapeva dominare le masse; si ha l'impressione che iniziasse senza un piano lungamente preparato. (p. 121)
  • Goethe era poeta squisito quando dimenticava le architetture del dramma e si affidava al momento, all'attimo bello, che non doveva esser lasciato svanire senza condensarsi in una lirica breve (Lied), in una battuta brillante (Spruh). Sommo poeta, dunque, sebbene pessimo ideatore di assiemi monumentali. (p. 122)

GesùModifica

  • Gesù, diventato Cristo, è ancora fortemente giudaico; quando diventò il Logos, nel Ternarium trinitario, fu reso decisamente platonico; Gesù Cristo sarà reso oggetto di volontà d'ortodossia; le dommatiche lo chiuderanno entro formule che vogliono essere «esclusive», ed escludenti; le teologie cercheranno, qualche volta, di rompere la scorza delle definizioni dommatiche, ma sempre saranno tenute a questa o a quella ortodossia. Gesù, diventato Cristo, aveva diritto di essere lasciato libero da restrizioni umane; tanto valeva lasciarlo nella sua sfera umana soltanto (come Gesù). Noi siamo davanti alla necessità di riprendere il filo là dove le dommatiche lo hanno tagliato; Gesù, traslato nella sfera del divino, non può fermarsi ad essere il Cristo; e neanche il Logos; egli deve essere il veramente libero da ogni condizionamento, deve essere Gesù Libero, Iesoūs Eléutheros. Le teologie e le dommatiche non diventano superflue; esse hanno svolto un grande ruolo nel passato; possono averne altro nell'avvenire; non siamo che alla preistoria del Cristianesimo; la storia di Gesù riparte oggi; per ripartire senza condizionamenti basta esser coerenti col significato della sua traslazione nel non-umano. Chiediamo la liberazione di Gesù. Se Egli resta solo il Cristo, non è ancora interamente libero. Cadranno le vigenti dommatiche? I dizionari teologici diventeranno glossari di archeologia e di filologia? Ma di cosa vi preoccupate, o uomini di poca fede...! Gesù non vale più dei vostri dizionari e dei vostri concilii? (in Sistematica NN. 156-157, p. 13-14)
  • Noi vediamo Maria donna dal dorso ritto, non altezzosa, ma doverosamente superba, conscia di sé; se avesse devalorizzata se stessa, avrebbe, con ciò, de valorizzato Colui che l'aveva eletta tra tutte le donne. È probabile che una donna siffatta dovesse anche ispirare un senso di rispettoso imbarazzo; di donne simili abbiamo avuto l'occasione di far conoscenza nella vita: donne in abito sempre scuro, dal sorriso parco, dal portamento eretto, lo sguardo severo anche se non cipiglioso, non superbe ma donne superbiose. La immagine della oleografia solita non si addice a colei che parlava in quel modo, ad una donna che si sapeva al centro di una palingenesi, madre del futuro re di Israele. L'oleografia la fa silenziosa, recettiva, in perpetuo di quello che le diceva Gesù. No. Queste donne qui, mosse da eccitazioni religiose, spesso parlano con occhi semichiusi, quasi fossero in stato di veggenza, sì, parlano, e parlano molto; una donna ebrea di quel tipo lì parla come un sacerdote, o come un dotto scriba, citando versetti biblici; lei legge e rilegge i salmi, le profezie, e ci vede dentro, sempre meglio configurata, se stessa, e quel figlio, che le somiglia tanto, e che lei riplasma sulla immagine di se stessa. (in Sistematica NN. 156-157, p. 70)
  • Quello della Cena, con la sua folgorante metafora del pane e del vino assunti per identificarsi con Lui è forse il più alto dei riti religiosi mai istituiti. È ormai ora di smettere le crudeli e insulse almanaccature su carne e sangue; chi ama si immedesima con l'amato, va verso di lui (Dio o non Dio) [..] Religione sì, ma quella della Samaritana: in ispirito e verità. (in Sistematica NN. 156-157, p. 154)
  • Quando si parla di Dio, non si parla mai in modo impersonale. Non è possibile farlo. Anche se riferisci quello che ne ha detto altra persona, qui parli sempre in modo personale. Parlare di Dio non è lo stesso che parlare di astronomia. Quello che hai letto su Dio (su di lui c'è una biblioteca sterminata) è passato dentro di te. Se tu sei rimasto fuori, osservatore non coinvolto, tu non hai letto, non hai capito quello che hai letto, non hai vissuto il tuo tema. Se hai letto in prima persona, tu sai anche scegliere le parole giuste: anzitutto, non dirai mai «il problema di Dio». Questo non è un problema. Diresti meglio: «il tema di Dio». Nel tema parli solo tu; nel problema, invece, muovi elementi anche non tuoi, e magari del tutto non tuoi. Dio è un tema, perché è nella mente; ma non è soltanto un tema. Coinvolge tutto il tuo pensare e sentire. Hegel diceva bene quando insegnava che tutti i problemi e tutti i temi sono uno e medesimo: Dio. Non per questo si è impegnati ad essere hegeliani. Dico solo che l'argomento Dio è sempre personalizzato. È tuo: e di ciascuno; ma in modo personale. (in Sistematica NN. 156-157, p. 187)
  • Gli apologisti non sanno ancor quello che fanno. Non sono paghi di avere la certezza; altro ambiscono – in sovrappiù. Se sanno di posseder l'infinito, perché smaniano di ottenere anche i dintorni? La certezza (grazia) deve essere modesta, silenziosa; il credente non deve discettare, ma pregare e tacere: il silenzio migliore, quello autenticamente religioso, tace anche con se stesso. (in Sistematica NN. 156-157, p. 216)
  • La morte del crocefisso ormai la negano teologi vari, che tuttavia non negano la sua resurrezione. (in Sistematica NN. 156-157, p. 220)

NoteModifica

  1. Da Cristanziano Serricchio, il potere della cultura, Nunziata Quitadamo per sangiovannirotondonet.net, 5 luglio 2013.
  2. a b Da Un Centenario che vogliamo ricordare, dialetticaattualistica.it, 15 novembre 2011.

BibliografiaModifica

  • Giovanni Giraldi, Bàrel. I. Apocalisse grande (1965); II. La cerca di Bàrel (1971); III. La morte degli dèi (1977); in volume unico, Edizioni Pergamena, Milano 2011 (1998).
  • Giovanni Giraldi, Faust mediterraneo, Edizioni Pergamena, Milano 2007.
  • Giovanni Giraldi, Sistematica. Quaderni di filosofia filologia politica religione scienza, Edizioni Pergamena, Milano dal 1968 – in attività.
  • Sistematica NN. 130-131, 2005; riproduce anche il testo di Autobiografia come filosofia (Milano 1980) e pagine integrative (1981 e ss.)
  • Sistematica NN. 156-157, 2012; riproduce il testo di Gesù, Milano 2012.
  • Sistematica NN. 120-121; riproduce il testo di Elogio della Solitudine.

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