Fawzia Koofi

politica afghana

Fawzia Koofi (1975 – vivente), politica afghana.

Fawzia Koofi nel 2012

Citazioni di Fawzia Koofi

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Intervista di Gianmarco Volpe, La Cooperazione Italiana Informa, giugno 2015.

  • La Cooperazione italiana ha fatto tanto per aiutarci. Un impegno enorme, concentrato su diverse aree. A partire dall'istruzione: è grazie al vostro aiuto che abbiamo potuto riportare a scuola 1.200 bambine. Il vostro impegno è stato prezioso anche per il miglioramento del sistema giudiziario, per il sostegno alle donne in parlamento e nella magistratura, per il consolidamento delle organizzazioni della società civile.
  • La presenza di donne afgane negli affari politici e sociali significa progresso, democrazia, libertà di parola. Al contrario, escludere le donne da questo sistema significa tornare al regime dei talebani.
  • Il nostro è un paese in piena trasformazione ma ancora in guerra. Ci sono minacce che continuano a mettere a rischio la sicurezza: da una parte i talebani, dall'altra lo Stato islamico.
  • In molte aree remote le famiglie non hanno accesso alle strutture o non consentono alle donne di farsi visitare da un medico. È per questo che l'Afghanistan fino a poco tempo fa soffriva del più alto tasso di mortalità materna al mondo.
  • Il governo è pronto a compiere passi in avanti sul piano dell'empowerment femminile. Ma il nostro è anche un paese decisamente tradizionalista, che ha attraversato decenni di guerra. Il cambiamento, quindi, non arriverà se non in presenza di un impegno politico molto forte e di un deciso sostegno da parte della comunità internazionale.
  • Qualche anno fa i talebani hanno privato le donne di tutti i diritti di base, persino quello di uscire di casa come esseri umani. Ci hanno costrette a guardare la vita attraverso piccole finestre. Ho sempre paura di un ritorno a quel periodo.

Intervista di Giampaolo Cadalanu, Repubblica.it, 13 settembre 2020.

  • La pace è importante per tutti, ma ancora di più per le donne, che hanno sofferto molto, hanno perso mariti e familiari, è stata loro negata la possibilità di un’istruzione e di una vita sociale e pubblica. Ma non sarà possibile far tornare indietro il Paese. Se una ragazza è nata dopo la fine del governo talebano, nell’Afghanistan di oggi, va all’università, si avvicina alla conoscenza, è connessa al mondo. Non sarà più possibile per nessun gruppo forzarla a restare in casa. Le afgane di oggi non sono le stesse di vent’anni fa. Nessun accordo durerà se il 55 per cento del Paese ne è escluso.
  • Dalla fine della II guerra mondiale a oggi non ci sono altri Paesi che siano passati attraverso queste sofferenze come noi.
  • Ai tempi della conferenza di Bonn, dopo la caduta del regime talebano, l’attenzione era concentrata sulla sicurezza e sulla stabilità dell’Afghanistan. Vent’anni dopo, non c’è stabilità né sicurezza, e non c’è nemmeno giustizia. Per questo penso che la giustizia oggi sia una priorità, e che i responsabili della distruzione del Paese ne debbano rendere conto.

Intervista di Marta Serafini sull'offensiva talebana del 2021, Corriere.it, 12 agosto 2021.

  • Attenzione alla propaganda, i talebani sono forti da un punto di vista militare ma per conquistare i distretti devono fare molti morti tra i civili e commettere crimini di guerra, una strategia che li mette contro la popolazione e la comunità internazionale
  • Hanno dimostrato di non voler rispettare gli accordi presi, soprattutto dopo il cambio di presidenza Usa. Ma è evidente come non possano mantenere il potere senza incontrare opposizione. Ed è altrettanto evidente come non possano portare certo stabilità politica.
  • I civili sono stretti in una morsa. Sanno che se tornano i talebani saranno sottoposti a torture, crimini di guerra, stupri e migrazioni forzate. Ma sanno anche che se non si raggiunge un accordo politico, data la fragilità delle nostre istituzioni, l’alternativa è la guerra civile e la distruzione di quel poco che abbiamo.
  • I militari sono venuti qui non invitati dal popolo afghano ma per gli obiettivi dei loro governi. Nonostante ciò molte afghane (e con loro molti uomini) hanno deciso di sfruttare l’occasione per rafforzare i loro diritti. Ecco perché ora non è giusto abbandonarle.

Lettere alle mie figlie

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  • Quando cominciò la rivoluzione comunista avevo tre anni, un'età in cui un bambino ha bisogno di amore, sicurezza e del caldo rifugio di una casa. Ma a quel tempo la maggior parte degli amici dei miei genitori parlava di emigrare in Pakistan o in Iran, preparandosi a una vita da profughi. I bambini ascoltavano i genitori sussurrare cose mai sentite prima, parlando di carri armati ed elicotteri. (p. 37)
  • L'Afghanistan si trovava fra Mosca e i porti in acque calde del Pakistan, dove l'URSS voleva piazzare la propria flotta navale. Per farlo, doveva assumere il controllo dell'Afghanistan e, alla fine, lo invase. (p. 38)
  • Amin assunse la presidenza, ed è ricordato forse come il più crudele presidente afgano della storia, a capo di uno spaventoso regime, sostenuto dai sovietici, in cui l'arresto e la tortura erano all'ordine del giorno. Cercò di sbarazzarsi di chiunque – intellettuali, insegnanti e leader religiosi – si opponesse al governo o osasse criticarlo. (pp. 38-39)
  • Dopo tutte le promesse degli anni entusiasmanti del regno di Zahir Shah, quando l'Afghanistan era uno dei Paesi con il più rapido sviluppo al mondo, una meta turistica fiorente con località sciistiche animate, un moderno sistema di filobus e una rigogliosa democrazia guidata dagli affari, era devastante assistere alla realtà del dominio comunista. (p. 40)
  • Credo e prego che si stia avvicinando il momento per tutti noi di mettere da parte il passato e di guardare al futuro. Dopo così tanti anni di guerra e oppressione, non ci è rimasto praticamente nulla: non possiamo fare altro che metterci a ricostruire, e credo che questo sia il desiderio della maggior parte degli uomini e delle donne del mio Paese. Abbiamo solo bisogno del contesto giusto e di una leadership forte e decisiva, che trasformi una serie di idee e opinioni contrastanti in un insieme coeso, di un leader che riesca a unire la nostra nazione e portarla al successo. (p. 310)

Bibliografia

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  • Fawzia Koofi, Lettere alle mie figlie, traduzione di Marilisa Santarone, Sperling & Kupfer, 2011. ISBN 88-7339-388-8

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