Domenico Gnoli (poeta e storico)

poeta, storico e bibliotecario italiano

Domenico Gnoli (1838 – 1915), poeta, storico dell'arte e bibliotecario italiano.

Domenico Gnoli

Studi letterariModifica

  • [Giuseppe Gioachino Belli] Era ben' infelice il suo stato: poiché fanaticamente devoto dell'altare e del trono, non poteva aprir bocca senza che un allegro stormo di sonetti fuggitigli dal nido gli svolazzassero intorno ridendogli sul viso e canzonandolo, audaci araldi d'idee dalle quali allora abborriva. Avrebbe voluto ripigliarli per l'ali, fulminare solennemente la paterna maledizione contro a' figli irriverenti che simili a Cam[1] osavano disvelare le sue passate vergogne; ma un sorriso involontario, e seguìto da rimorso, tradiva sul volto del vecchio la tenerezza paterna. (pp. 3-4)
  • Lo ricordo come fosse adesso il povero Belli, con quella ipocondria che gli grommava giù dalla faccia, con quel suo fare da misantropo, la fronte alta, la faccia lunga e piuttosto gialla che pallida, i movimenti penosi come d'uomo che abbia il freddo nell'ossa: lenti ed arguti l'occhio e la voce, chiuso il collo nel suo cravattone nero. Dove fosse gente raccolta, non gli era permesso di parlare sul serio; che ciascuno deve portare il peso della riputazione che si è fatta. (p. 4)
  • [Giuseppe Gioachino Belli] La sua riputazione era d'uomo che faceva ridere: ed egli, che lo sapeva, non si faceva pregare a giocar di facezie, ora argute ora grosse e volgari, ma che non mancavano mai di produrre il loro effetto: parte per la prevenzione che quando egli apriva bocca si avesse da ridere; parte pel bizzarro contrasto tra le facezie che diceva e il modo serio del dirle. Ma quasi mai non gli era permesso uscir d'una casa senza aver detto alcuno dei suoi sonetti romaneschi: ed egli (parlo sempre degli ultimi anni) soleva scegliere i più innocenti tra quelli che aveva a memoria. I verità i suoi sonetti, recitati da lui con voce alquanto sommessa, con espressivo spianare e aggrottare di ciglia, col più puro accento trasteverino e cento gradazioni di voce e inflessioni finissime, pigliavano un colore che, recitati o letti, non avranno mai più. (pp. 4-5)
  • Dalle origini della nostra letteratura fino al cadere del Cinquecento (poi, raramente) a dire rima e rimatore era come dire poesia e poeta: tanto la rima si riteneva come essenziale alla poesia. Né questo solo in Italia, ma in tutte le letterature europee: che anzi l'Italia, in fatto di rima, non seguì mai gli eccessi dell'antica poesia francese, e presto lasciò da parte i giochetti della provenzale. (p. 181)
  • Le opere di Pier Jacopo Martelli sono sepolte da un pezzo nelle biblioteche, e di lui non sopravvive che il nome appiccicato al verso che, ad imitazione de' francesi, volle introdurre nella tragedia italiana. Questa novità che ha salvato il suo nome dall'onda letea[2] non fu un vano capriccio. Osservando egli con quanto favore fossero accolte le tragedie francesi e quanto poco piacessero le italiane, credette che ciò derivasse in gran parte dal non essere l'endecasillabo italiano adatto al teatro. (p. 328)

Citazioni su Domenico GnoliModifica

  • E di tanti [dei poeti della scuola romana] solo uno sopravvive in ispirito e in corpo, Domenico Gnoli, che, dopo molteplici reincarnazioni in avventurosi pseudonimi, trovò la sua anima sotto le spoglie di Giulio Orsini, e la manifestò in alcune liriche, Orpheus, ch'ebbero clamorosa fortuna finché il pubblico poté udirvi il primo grido di una nuova energia poetica ricca d'avvenire, e poi furono messe un poco da parte quando non senza delusione si seppe che l'autore era a mezza via fra i sessanta e i settant'anni. Ma si tornerà a cercare in quel gramo libriccino quanto di più vivo abbia dato la poesia della nuova Italia dopo Pascoli e D'Annunzio. (Giuseppe Antonio Borgese)

NoteModifica

  1. Cam, figlio di Noè, aveva visto la nudità del padre ubriaco.
  2. Del Lete, fiume mitologico le cui acque portavano all'oblio.

BibliografiaModifica

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