Beatrice Mautino

divulgatrice scientifica italiana

Beatrice Mautino (1978 – vivente), divulgatrice scientifica e saggista italiana.

Beatrice Mautino (in piedi, terza da sinistra) con alcuni colleghi del CICAP, 2 novembre 2014.

Citazioni di Beatrice Mautino

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  Citazioni in ordine temporale.

  • [Sulle aspettative nei confronti della scienza e degli scienziati] [...] «funzionano» molto meglio sui mezzi di informazione, ma anche nei social, quegli esperti che si sbilanciano, che esprimono opinioni nette e non importa se poi se le rimangiano dopo pochi giorni o settimane. Quello che importa è avere qualcuno che ti dia una «certezza inconfutabile». Se poi la confuta, alla peggio, te la prendi con lui. E, alla fine, credo che stia tutto qui. Avere qualcuno a cui delegare la scelta e con cui prendersela se le cose vanno male. L'alternativa è un processo lungo, lento, intricato, molto difficile da comprendere e anche da comunicare. Per questo risulta molto più immediato applicare un bollino verde o rosso e far passare l'idea che un ingrediente sia buono o cattivo. Per questo è molto più semplice dare un consiglio netto in una situazione di incertezza. È la strada più semplice, certo, ma siamo sicuri che sia anche utile e corretta? I bollini, le «certezze inconfutabili», ci prendono per mano e ci indicano una via, ma come sia stata tracciata quella via non ci è dato saperlo, né ci è permesso di valutare se sia davvero la migliore. È un'illusione, uno specchietto per le allodole. E le allodole siamo noi.[1]
  • La comunicazione della scienza in Italia in poche parole (personali e incomplete. Lo dico subito. [...]): abbiamo centinaia di professionisti che si occupano di comunicazione della scienza a vari livelli, dal giornalismo scientifico alla didattica informale passando per musei, enti di ricerca e social media. Questi professionisti hanno una formazione specifica. Ci sono scuole, congressi nazionali e internazionali, ci studi qualitativi e quantitativi, manuali e tanta letteratura. In altri posti nel mondo questi professionisti sono usati sia nei media più tradizionali per coprire le notizie di scienza sia nelle istituzioni per studiare le strategie di comunicazione. Tutti a dire "magari avessimo un [Anthony] Fauci anche noi, così chiaro e preciso". In realtà non vogliamo un Fauci, ma vogliamo il team di comunicatori della scienza che studia assieme a Fauci che cosa dire, come dirlo, quando farlo. Questo perché la strategia di comunicazione è parte integrante di ogni strategia per affrontare [...] qualsiasi [...] emergenza o situazione critica. [...]. Succede poi che nelle redazioni dei principali quotidiani nazionali non c'è neanche un giornalista scientifico. C'erano in passato, li hanno eliminati man mano. Le notizie di scienza vengono affidate a collaboratori esterni (se di colore o molto tecniche. Classico: i buchi neri, il robottino su Marte). Le notiziole le scrivono direttamente gli uffici stampa degli enti di ricerca (o delle aziende) e vanno in pagina così. Quando una notizia di scienza diventa grossa o si intreccia con la politica, l'attualità, l'economia, passa alle GrandiFirme o agli esperti. Non avete letto di Stamina, OGM, pandemia dai giornalisti scientifici, ma ne avete letto dalla GrandeFirma o dallo scienziato x. Anzi, avete letto lo scienziato x che dice una cosa e a fianco lo scienziato y che dice l'opposto. Questo succede per diversi motivi. Lo scienziato non costa, lo scienziato dà autorevolezza (tant'è che al giornalista scientifico chiedono sempre "il virgolettato" dell'esperto). Ma il motivo principale credo che sia (opinione personale, felice di essere smentita) che i direttori, i caporedattori e il giornalismo in generale non conosca e riconosca le peculiarità del giornalismo scientifico. E quindi? E quindi niente. Io che faccio questo mestiere [...] ho rinunciato a credere che le cose, nei media e nelle istituzioni, possano cambiare. Mi sono costruita i miei spazi e come me praticamente tutti i colleghi. Lavoriamo su Instagram, su YouTube, nei festival, con i libri, con le scuole, nelle riviste e nelle trasmissioni di settore e con un pubblico che, a differenza di quello dei giornali, cresce e paga per avere informazione che là non trova. Certo, spiace per le istituzioni.[2]
  • Spesso si utilizza il greenwashing [...] ma nella pratica a volte si crede di fare un buona scelta senza pensare che in realtà non lo è. [«Fa l'esempio della plastica e del vetro»] Esatto. Sostituire la plastica con il vetro sembra una scelta davvero ecologica, è facile pensare che sia la migliore possibile. Trasportare vetro, però, costa di più, con un impatto ambientale non da poco. Ci sono cascata anche io quando durante il lockdown ho ordinato latte in vetro al posto di quello nel tetrapack, pensando che fosse più ecologico, invece sul fronte ambientale è la scelta peggiore. Il problema fondamentale è che il consumatore tipo non ha strumenti per valutare la complessità di ciò che sta dietro a un prodotto, e di certo al supermercato nessuno si mette davanti allo scaffale a rimuginare sugli effetti di una scelta o di un'altra, dovremmo avere degli strumenti a monte di facile utilizzo che ci aiutino a capire come fare la nostra parte.[3]
  • [Sul lavoro di ] Questi ultimi due anni sono stati un frullatore per chi fa il mio mestiere e hanno messo in luce tutte le difficoltà del riuscire a comunicare efficacemente la scienza. Ci siamo sempre detti che la scienza è un processo, che non dà certezze, che la conoscenza muta e quindi le scoperte vanno sempre messe nel contesto scientifico e storico, che anche gli scienziati sbagliano, eccetera. In questi due anni ci siamo trovati di fronte a una scienza che si costruiva giorno per giorno, con scoperte che potevano risultare contraddittorie, con un proliferare di esperti che dicevano la loro e un sistema mediatico incapace di gestire questa complessità. I risultati li abbiamo visti tutti e se penso oggi alle difficoltà maggiori che incontro non penso al mio lavoro in sé, ma alla difficoltà di far capire a media e istituzioni che il mio lavoro serve anche a loro. Il pubblico lo ha capito. [...] ha capito che esistono figure che hanno il compito di far capire come stanno le cose quando si parla di scienza. Ecco, mi piacerebbe che lo capissero anche nelle redazioni e nelle istituzioni, nelle quali la figura del divulgatore è ancora un po' al livello della particella di sodio nella pubblicità dell'acqua minerale.[4]
  • I cosmetici sono un argomento sufficientemente leggero e poco polarizzato dove è più difficile scannarsi, anche se non impossibile. Così ho l'occasione di introdurre una forma di pensiero scientifico che poi spero venga applicato altrove, anche in ambiti più complessi, come quello medico. L'altra ragione per cui mi piace fare divulgazione partendo dalle cremine è che la scienza è difficile, ed è difficile che chi non ha una formazione scientifica ci si avvicini, mentre i temi come i cosmetici e il cibo sono trasversali e interessano tutti. I trucchi sono una scorciatoia o uno stratagemma per parlare di scienza, sarebbe più complicato farlo con i neutrini superluminali. Mostrare che la scienza è dappertutto, anche nelle cose frivole, è il mio approccio alla divulgazione.[5]
  • La cosa spiazzante dello schema dei talk che danno valore a posizioni assurde è che funziona. Prendi un tema, tira su il prof dissidente, aggancia un giornalista "controcorrente", mettici un conduttore che sembra caduto da Marte e per qualche settimana sei a posto con gli ascolti. Qualcuno ci casca sempre, e spiace, ma sono quelli che ci cascano solo ogni tanto a lasciar perplessi. Perché riconosci lo schema quando si parla di Covid, ti indigni e protesti e invece non lo riconosci quando si parla di clima? È davvero tutto solo bias di conferma? È perché il giornalista controcorrente è il direttore del giornale che leggi e che sul Covid aveva fatto tanto un bel lavoro? È perché ce l'hai con gli ambientalisti? Che cosa ti porta a non riconoscere lo schema?[6]
  • Piero Angela usava spesso la metafora della divulgazione come chiave per accedere alle stanze della conoscenza che, con tutti i limiti delle metafore, rende bene il senso di un lavoro che si fa per permettere a chi legge e ascolta di accedere a luoghi e dinamiche altrimenti inaccessibili.[7]
  • Sapete che cos'è che mi dà noia del dibattito sulla carne coltivata? Che del merito della faccenda non importa a nessuno, men che meno a Coldiretti e al Ministro. Così come non è mai importato niente del merito degli ogm. Sono solo monete di scambio per tessere e voti. Sanno bene che non possono bloccare la libera circolazione delle merci e così come han sempre venduto i mangimi ogm importandoli dall'esterno venderanno anche le farine di insetti o quelle derivanti da carne coltivata, se autorizzate nella UE. Con quella bella ipocrisia che abbiamo già visto con il "no ogm" stampigliato su formaggi e salumi prodotti usando proprio mangime ogm (ah, le grandi dop...). Perché l'apparenza conta più della sostanza. E a rimetterci saranno di nuovo la ricerca e quelle aziende italiane che ci avrebbero anche provato a fare un po’ di innovazione.[8]

Sulla cosmesi; laregione.ch, 6 febbraio 2018.

  • [...] a differenza del mondo dell'alimentazione dove forse con un po' di fatica la si trova, in quello della cosmetica praticamente non c'era informazione critica. Si legge di tutto, soprattutto un sacco di pubblicità ma informazione critica praticamente niente. E così mi sono messa al lavoro, e ho presto capito perché... [«Cioè?»] La letteratura scientifica, soprattutto se paragonata a quella sull'alimentazione, è poca. E non è per niente indipendente: le ricerche sono quasi tutte finanziate o commissionate dalle case produttrici. Del resto, la ricerca pubblica deve darsi delle priorità... Il risultato è che quando devi parlare di efficacia di un prodotto – non di sicurezza, ma di efficacia – è impossibile trovare informazioni soddisfacenti.
  • La cosmetica è un po' terra di nessuno: c'è una legislazione sulla sicurezza che garantisce il consumatore, ma sulla pubblicità manca una regolamentazione che ad esempio obblighi le aziende a sostanziare le affermazioni. [...] al momento sulle confezioni si può scrivere praticamente di tutto, nonostante le linee guida e il rischio di sanzioni. Sarebbe ad esempio proibito scrivere "senza parabeni", perché si tratta di un ingrediente autorizzato, ma di fatto lo fanno tutti... [«Quello del "senza" è una bella strategia di marketing, perché è ovvio che se leggo "non contiene x", immagino che quel x sia pericoloso...»] Infatti è proibito a livello pubblicitario, perché scredita quell'ingrediente e quindi i prodotti che lo contengono.
  • [«Restando a livello pubblicitario, è interessante notare l'ambivalenza della scienza: a volte è la soluzione a un problema, altre volte è essa stessa il problema, da risolvere tornando a pratiche più naturali...»] [...] cito Massimiano Bucchi che parla di "scienza prêt-à-porter": mi tengo quello che mi serve e mi piace e butto via tutto il resto. Magari diffido delle grandi industrie, ma poi compro il prodotto con un determinato ingrediente che percepisco come una innovazione utile... In generale, a quello che è percepito come "curativo" – quindi antirughe, anticellulite... – si prediligono prodotti con ingredienti "magici"; per la cura normale del corpo, quindi shampoo o creme idratanti, non c'è bisogno di cose particolari e c'è la rincorsa alla natura e al "meno ci metto meglio è".
  • [...] non sapevo nulla della produzione dei cosmetici e scoprire l'esistenza di queste aziende terziste che producono per tutti – e quindi hai prodotti molto simili venduti con marchi differenti e a prezzi molto diversi – mi ha aperto gli occhi. Ho capito che il prezzo ha poco a che vedere con la qualità degli ingredienti ma viene stabilito in base a parametri commerciali. Il che se vogliamo è banale e avviene in moltissimi altri settori, ma non avevo mai pensato ai cosmetici.

Citazioni non datate

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Intervista di Gabriele Ferraresi, luz.it.

  • [«Tra smartphone, internet e social media dovremmo essere consumatori consapevoli, invece continuiamo a farci fregare dal marketing: perché?»] Perché siamo umani e il nostro cervello è portato evolutivamente a ingannarci. Siamo portati a collegare eventi che avvengono uno vicino all'altro, questo perché millenni fa se sentivi il classico fruscio da dietro al cespuglio, prima di chiederti se fosse un leone oppure il vento, scappavi. [...] Questa cosa ci ha portato nel corso dell'evoluzione a sviluppare delle scorciatoie mentali che ci hanno permesso di sopravvivere — e quindi di arrivare fino a oggi — ma che di fronte a questioni complesse o magari a temi presentati in un certo modo ci traggono di fatto in errore. Poi c'è chi conosce bene queste scorciatoie e le sfrutta.
  • [«I social media hanno salvato la divulgazione?»] Senza questi mezzi saremmo morti, se vedi l'andamento delle riviste classiche c'è da chiedersi quando moriranno, non se. Noi siamo andati su Youtube o Instagram un po' per disperazione, perché Facebook ormai era invivibile ed era difficilissimo raggiungere questi nuovi pubblici. Invece vedo che adesso le Scienze qualcuno lo compra e mi manda le foto, ma non è una roba da giovani, così come leggere i blog, che sono una roba veramente da matusa. Per iniziare però la cosa più importante per arrivare al pubblico giovane è fargli sapere che esisti e che sei affidabile.
  • [«Uno degli stili della comunicazione scientifica degli ultimi anni è la blastata: è un atteggiamento che ha fatto bene o male al dibattito?»] Quella cosa lì secondo me ha una funzione, raggiungere in tempi veloci una quantità di pubblico pazzesca. Quando provochi, quando fai la battuta sagace, funziona, è un'esca per riuscire a raggiungere un pubblico molto ampio. Quello che è mancato in quel movimento lì, del blastaggio, è stata la parte successiva. [...] Raggiungi un pubblico enorme, ma non puoi continuare a blastare e basta, devi dare a quel pubblico gli strumenti per andare un po' oltre, devi metterti lì e ricostruire. Secondo me è mancata quella parte lì, un po' per colpa di chi si è fatto portavoce di questa cosa, un po' per colpa "nostra" che non abbiamo saputo cogliere il momento. Anche perché poi le battute piace farle a tutti, no? [...] Ed è divertente eh, però bisogna fare un passo in più altrimenti ti fermi lì, e secondo me non fai bene il tuo mestiere.
  1. Da Certezze inconfutabili, mautino-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it, 15 aprile 2020.
  2. Da un thread sul profilo ufficiale twitter.com, 13 giugno 2021.
  3. Dall'intervista di Antonella Rossi, "È naturale bellezza", il libro che racconta la verità sui cosmetici green, vanityfair.it, 29 novembre 2021.
  4. Dall'intervista La divulgazione scientifica è fondamentale, lo spiega bene una delle nostre migliori divulgatrici: Beatrice Mautino, agrifoglio.ilfoglio.it, 4 marzo 2022.
  5. Dall'intervista di Marina Marzulli, Creme eco-friendly e trucchi bio: la cosmetica green spiegata da Beatrice Mautino, ecodibergamo.it, 7 marzo 2022.
  6. Da un thread sul profilo ufficiale twitter.com, 6 luglio 2022.
  7. Citato in Massimo Sandal, L'eredità che ci lascia Piero Angela non è solo conoscenza, è grazia, esquire.com, 13 agosto 2022.
  8. Da un thread sul profilo ufficiale twitter.com, 30 marzo 2023.

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