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Aurelio Saffi

patriota e politico italiano
Aurelio Saffi in una litografia di Giacinto Pin (anni 1880 circa)

Aurelio Saffi (1819 – 1890), patriota e politico italiano.

Citazioni di Aurelio SaffiModifica

  • [Rievocando l'incontro con Giuseppe Mazzini, al tempo della Repubblica Romana del 1849] Al guardo aperto e sorridente, alla fronte ampia e serena, all'aspetto umano e gentile e alle parole liberamente cortesi, vôlte senz'altro alle cose del Paese, io mi sentii come in compagnia d'amico conosciuto da tempo; e si formò in breve fra noi quel legame d'affetto che più non si sciolse per volger d'anni e vicende. E ciò che più mi strinse a Lui fu la inconscia Virtù che lo rendeva alieno da ogni pensiero di sé medesimo dinanzi al dovere di consacrarsi tutto al grande intento che gli occupava il core e la mente. D'onde la perfetta semplicità della sua vita, al tutto spoglia di volgari ambizioni.[1]
  • Del Piemonte[2], pochi pensavano che potesse farsi centro d'iniziativa italiana, perché parevano ivi meno facili le condizioni a un moto popolare, meno disposti li spiriti ad operarlo e la guerra regia sembrava un sogno. I libri di Gioberti e di Balbo[3] erano riguardati dalla maggior parte dei nostri liberali, ed anche da molti di quelli che poi si fecero seguaci della loro scuola, ed oggi ancora vi si mantengono fedeli, come visioni ed utopie create a bella posta per addormentare li animi e sviarli dall'azione. Ricordo che a me, giovine e desideroso di studiare le varie manifestazioni politiche del pensiero nazionale, mentre leggeva le opere di quei due scrittori, un professore di molta rinomanza per la scienza, ma che si è poi dato in politica alle pratiche di quella scuola, disse allora ch'io faceva male a perdere il mio tempo nella lettura «di quelle astrattezze e di quelle illusioni che avrebbero guastato il buon senso degli italiani e falsata l'opera del loro risorgimento».[4]
  • Il sunto delle cose esposte dall'Azeglio ai liberali delle Romagne[5] era questo: cessare da inutili moti parziali e dal ripor fede nella insurrezione; cercassero di dare un indirizzo più solido alla pubblica opinione; facessero guerra legale al governo del papa[6]; e intanto a conforto e pazienza de' loro mali presenti volgessero i loro sguardi e la loro fiducia al Piemonte e all'esercito regio; da quella terra e da quell'esercito uscirebbero in breve la salute loro e l'indipendenza d'Italia. Non parlare egli a caso; potere certificarli che re Carlo Alberto non era alieno dall'impresa, la Lombardia essere apparecchiata a grandi fatti, e il re sabaudo mettere in serbo armi e tesori in gran copia. Se tentennasse, se non si risolvesse ala magnanima guerra, la forza dell'opinione ve lo costringerebbe, e opponendosi cadrebbe dal trono.[4]

NoteModifica

  1. Da Aurelio Saffi, Mazzini e Roma nel 1849, Rimini, Tipografia Albertini e C., 1882.
  2. Intende il Regno di Sardegna di cui il Piemonte era parte cospicua.
  3. Gioberti, Del primato morale e civile degli italiani; Balbo, Le speranze d'Italia.
  4. a b Da una lettera di A. Saffi a Brofferio, del 4 giugno 1850, riprodotta in A. Brofferio, Storia del parlamento subalpino, Milano, 1856, vol. I, pp. CLXI-CLXIII; citato in Denis Mack Smith, Il Risorgimento italiano. Storia e testi, Gius. Laterza & Figli, 1968; edizione Club del Libro, 1981, pp. 222-223.
  5. Nel 1846, d'Azeglio aveva pubblicato l'opuscolo Degli ultimi casi di Romagna.
  6. La Legazione delle Romagne fece parte, sino al 1860, dello Stato Pontificio.

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