Antonio Anzilotti

storico italiano

Antonio Anzilotti (1885 – 1924), storico italiano.

Dal neoguelfismo all'idea liberale

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  • La Rivoluzione francese e il regime napoleonico si possono considerare come una vasta esperienza umana, effettuatasi con la rivolta contro le istituzioni del passato e col rovesciamento delle idee morali e politiche tradizionali.
    A chi la consideri a distanza e nel suo insieme, quell'epoca di continui rivolgimenti nei rapporti interni e nelle relazioni internazionali appare come un temerario tentativo compiuto da una società che vuol trovare nel suo seno, senza alcuna limitazione, la sua ragion d'essere, che cerca il suo nuovo equilibrio attraverso al suo stesso disordine. Mai si era avuta una più sterminata fiducia nella possibilità d'instaurare un regime secondo ragione e d'imporlo colla forza. Sembra quasi che gli uomini vogliano rifare il mondo ex novo, ad arbitrio e siano presi dall'esaltazione di saggiare i propri poteri nel gigantesco lavoro di abbattimento e di riedificazione. La fede in questa potenza si riflette nell'idea del progresso, nel liberalismo e nel culto di un'astratta umanità. (p. 227)
  • La democrazia moderna è figlia spirituale di quelle ideologie [della rivoluzione francese]: anch'essa ha il culto della volontà collettiva, reputata sempre buona solo perché creduta espressione della maggioranza; anch'essa ha fatto dell'uomo, per dir così, la misura di tutte le cose, e nella scienza e nella facile cultura ha ravvisato il mezzo per elevare e render felici i nostri simili. (p. 229)
  • [...] il liberalismo ha le sue sorgenti nella filosofia che nel secolo XVIII condusse a dar valore universale all'individuo. A raggiungere questo risultato influirono le varie tendenze speculative del secolo. Vi influì la dottrina del diritto naturale; vi influì Rousseau coll'idea fondamentale dell'eguaglianza e della libertà primitiva di tutti gli uomini, da riconquistare col regime della gestione diretta dei propri interessi per parte del popolo; v'influirono il costituzionalismo di Montesquieu, l'economia liberista dei fisiocratici e di Adamo Smith, la filosofia idealistica di Kant e di Fichte, che innalzava i valori dello spirito, ed inoltre il culto per la scienza e per l'intelligenza, diffuso largamente dagli enciclopedisti. (p. 230)
  • Il sec. XVIII era stato «una grande crisi d'orgoglio». Negata la trascendenza, s'era cercato di costituire un'etica, fondata sulla natura dell'uomo, creduta istintivamente buona e sul dovere e l'utilità sociale. Ma ormai si era constatato a che cosa si riducesse la presunta bontà naturale dei nostri simili, quando vi siano abbandonati, senza un freno etico. (p. 250)
  • La concezione religiosa mazziniana, come quella dei seguaci di Saint-Simon e quella cristianizzante di Rousseau, s'ispira a quell'ottimismo che era stato il lievito della democrazia rivoluzionaria. Basterà, infatti, per convincersene, pensare che secondo Mazzini il criterio della verità religiosa consiste nel consentimento generale degli uomini e che per lui la volontà popolare indica i fini di Dio ed è sempre vera, buona, infallibile. (p. 252)

Gioberti

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  • Le conseguenze scettiche del sensismo del sec. XVIII avevano risollevato la questione, puramente filosofica, del valore della nostra conoscenza. Abbassare la ragione significava anche rivolgersi verso la fede e quindi verso la Chiesa e negare la democrazia; – esaltarne invece la potenza significava riconoscere il divino nell'uomo e credere nella civiltà e nel popolo. Sono questi in sostanza i due atteggiamenti, che si contrastano, sia nel campo speculativo, sia nelle teoriche di tradizionalisti e di democratici, negli anni in cui s'inizia il movimento liberale. (cap. I, p. 10)
  • Se è innegabile che la filosofia del Gioberti tende ad un fine politico, è anche vero che la sua politica è mezzo, avviamento, preparazione ad una mèta più lontana e più alta: la riforma intellettuale e religiosa. Le opere postume perciò non si contrappongono a quelle edite; ma ci manifestano più apertamente l'idea centrale, che ha ispirato quest'ultime e che l'autore ha dovuto, secondo criteri di opportunità, negli scritti pubblicati, velare e adombrare con simboli. L'intima coerenza, l'unità spirituale di tutta l'opera del Gioberti, sia come pensatore, sia come uomo politico (due faccie di un'unica attività) si dimostrano proprio nelle postume. Qui noi risaliamo alla sorgente. Qui ci apparisce in piena luce quella concezione, che è il fulcro di tutto il sistema giobertiano. (cap. IX, p. 425)
  • Più volte dicemmo che le opere del Gioberti concludono in una entusiastica apologia della civiltà e della scienza. Le opere postume (La Protologia, La filosofia della Rivelazione, Della riforma cattolica della Chiesa, Della libertà religiosa) manifestano questa profonda fede religiosa nello spirito, che, per mezzo dell'umanità celebra la sua infinita potenza, manifesta la sua infinita ricchezza. Il cattolicismo tradizionale nei frammenti della Riforma e della Libertà cattolica ringiovanisce e si trasfigura per opera del vivo pensiero che lo penetra e si riveste delle sue forme. I dogmi, i sacramenti, gli atti del culto esprimono veri filosofici e politici; la Chiesa e lo Stato, il tempio e la città si armonizzano e si completano a vicenda. I missionari moderni sono le nazioni civili, il sacerdozio è la superiorità dell'ingegno. I santi mistici, negatori della vita e del mondo, divengono quindi inutili. Quando nell'avvenire sarà attuata l'unità degli spiriti per opera del completo «invasamento del Cristianesimo nel costume», lo stesso Papa sarà superfluo, poiché la fusione ideale sarà sufficiente a mantenere l'unità della Chiesa. (cap. IX, p. 430)
  • Per il filosofo torinese [Gioberti] si tratta di creare il popolo italiano; crearlo nell'intimo delle coscienze. Bisogna perciò insegnargli innanzi tutto a pensare, a ragionare indipendentemente e profondamente. Bisogna, in una parola, fortificare gl'intelletti. La personalità nazionale sorgerà, quando si conquisteranno per proprio sforzo salde convinzioni, sulle quali costruire l'avvenire.
    Occorre quindi ispirare la fiducia nel popolo di poter foggiare da sé stesso il proprio destino. La concezione dello spirito come collaboratore di Dio, come creatore a sua volta di una nuova realtà, come attività capace, operando, di superare continuamente il suo limite, ben corrisponde a questo compito dello scrittore e del cittadino. (cap. IX, p. 431)

Bibliografia

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