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Antonia Pozzi

poetessa italiana
Antonia Pozzi

Antonia Pozzi (1912 – 1938), poetessa italiana.

ParoleModifica

IncipitModifica

Il sole
chino sul grembo della montagna
con tensione
grifagna
sembrava un occhio stupefatto d'arancione
cigliato
di raggi a lame vivide
sotto un sopracciglio corrucciato
di nubi livide.

Milano, 14 aprile 1929

CitazioniModifica

  • Guardami: sono nuda. Dall'inquieto | languore della mia capigliatura | alla tensione snella del mio piede, | io sono tutta una magrezza acerba | inguainata in un color d'avorio. (Canto della mia nudità)
  • Vieni, mio dolce amico: sulla bianca | e soda strada noi seguiteremo | finché tutta la valle s'inazzurri. | Vieni: è tanto soave camminare | a te d'accanto, anche se tu non m'ami. (Canto rassegnato)
  • Le ciglia ti segnavano sul viso | due strisce d'ombra. Io vibravo, forse, | insieme con le corde, nei singhiozzi | che l'anima imprimeva alla tua mano | e t'incontravo al sommo delle dita. (Vaneggiamenti)
  • Inciamperemo | nelle radici, disperate membra | brancicanti la terra; strettamente | ci addosseremo ai tronchi, per sostegno; | e fuggiremo. Con la piena forza | della carne e del cuore fuggiremo: | lungi da questo velenoso mondo | che mi attira e respinge. (Fuga)
  • Vedi la falda erbosa da cui balza | questo zampillo estatico di rupi | somiglia a un camposanto sconfinato, | con le sue pietre bianche. | Io mi vorrei tuffare a capofitto | nella fluidità vertiginosa; | vorrei piombare sopra un duro masso | e sradicarlo e stritolarlo, io, | con le mie mani scarne. (Vertigine)
  • Gridava la follia d'inabissarsi | in profondità cieca; | rombava la tortura di donarsi, | in veemente canto, | in offerta ruggente, | al vorace mistero del silenzio. (Vicenda d'acque)
  • Ogni rintocco | è una carezza fonda, un vellutato | manto di pace, sceso dalla notte | ad avvolger la casa e la mia vita. (Pace)
  • Leggo per un gran tratto nel futuro | come sul foglio che mi sta dinnanzi: | poi, la visione cade bruscamente | nel buio dell'ignoto, come questa | pagina bianca, che si rompe, netta | sul panno scuro della scrivania. (Pace)
  • So che forse noi siamo creature | nate tutte da un'ansia eterna: il mare; | e che la vita, quando fruga e strazia | l'essere nostro, spreme dal profondo | un po' del sale da cui fummo tratte. (Lagrime)
  • Ho gridato di gioia, nel discendere. | Ho adorato la forza irta e selvaggia | che fa le mie ginocchia avide al balzo, | la forza ignota e vergine che tende | me come un arco nella corsa certa. (Canto selvaggio)
  • E noi strisciamo | sull'ignota fermezza: a palmo a palmo, | con l'arcuata tensione delle dita, | con la piatta aderenza delle membra, | guadagniamo la roccia; con la fame | dei predatori, issiamo sulla vetta | il nostro corpo molle; ebbri d'immenso, | inalberiamo sopra l'irta vetta | la nostra fragilezza ardente. (Dolomiti)
  • Sì, bello morire, | quando la nostra giovinezza arranca | su per la roccia, a conquistare l'alto. | Bello cadere, quando nervi e carne, | pazzi di forza, voglion farsi anima; | quando dal fondo d'una fenditura, | il cielo terso pare un'imparziale | mano che benedica e i picchi, intorno, | quasi obbedienti a una consegna arcana, | vegliano irrigiditi. (Alpe)
  • Non impeto d'ascesa | sferza le vette ad assalir l'azzurro, | ma paurosa immensità di cielo | le respinge, le opprime. (Lago in calma)
  • Sordo per il gran vento | che nel castello vola e grida | è divenuto il cane. || Sopra gli spalti – in lago | protesi – corre, | senza sussulti: | né il muschio sulle pietre | a grande altezza lo insidia, | né un tegolo rimosso. || Tanto chiusa e intera | è in lui la forza | da che non ha nome | più per nessuno | e va per una sua | segreta linea | libero. | 25 settembre 1933 (Il cane sordo, p. 126)
  • La tua voce era un mare di purezza: | ogni ombra di materia vi affogava. | A tratti le parole si frangevano | in lunghe sfumature di silenzio | e all'anima sembrava di vibrare | nuda nel vento e di sfiorare Dio. (La stazioncina di Torre Annunziata)
  • In ogni lacrima | che, nelle notti insonni e solitarie, | beve con le sue ciglia chi è rimasto | vive e brucia il tuo pianto; e nel mio cuore | largo di lontananza, tu divampi: | alla mia fonda e cupa tenerezza, | alla rinuncia mia che si dibatte, | tu dai la luce bianca e rassegnata, | tu dai la rossa luce di battaglia. | Tu mi rinsaldi, tu mi rendi pura: | nel mio amore, la tua morte è Vita.
  • Sarebbe buona come quella luce | che gli lavò di bianco le pupille | nel suo ultimo istante. (Anniversario)
  • Nascostamente avrei voluto porre | in quelle anime ignare di fanciulli | tutta la gioia che mi è riservata | perch'essi la ritrovino, da uomini, | quando conosceranno la stanchezza | e piangeranno, soli, nella vita. (Scampagnata)

BibliografiaModifica

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