Andrea Frediani

storico e romanziere italiano (1963-)

Andrea Frediani (1963 — vivente), scrittore e saggista italiano.

Incipit di alcune opere

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300 guerrieri. La battaglia delle Termopili

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La donna si alzò dal giaciglio con indifferenza, come se non vi fosse nessuno accanto a lei. E perché avrebbe dovuto considerare la presenza di Aristodemo, poi? Lo spartiata non aveva combinato nulla, in tutte quelle ore di intimità, che la sia inazione aveva trasformato in dormiveglia.
La osservò mentre, ancora nuda, la schiava di raccoglieva i capelli e li fasciava con la sciarpa, che annodò sopra l'orecchio sinistro, lasciando scoperte solo la fronte e la parte superiore della nuca. Continuò a fissarla mentre lei si rimetteva il chitone dandogli ostentatamente le spalle. Gli sembrò che lo stesse provocando, con quel leggero movimento d'anca con cui si infilava il vestito, ondeggiando le natiche: natiche che lui non aveva saputo stringere con la veemenza e l'intensità che ci si aspetterebbe da un uomo.
"Stupida ilota", pensò Aristodemo. "Dovrebbe essermi grata dell'attenzione che le ha riservato un Eguale. Ringrazi Apollo se non la faccio punire, per non avermi saputo eccitare. Forse non sa eccitare neanche uno di quegli animali con cui copula abitualmente. Non sa usare le mani, la bocca la usa solo per mangiare, e come si può pensare che una così te lo faccia diventare duro? E poi... e poi non è neanche attraente, con quel corpo tozzo, da animale da soma, soprattutto agli occhi di chi è abituato a condividere il piacere con le spartiate".

Jerusalem

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Gerusalemme, agosto 70 d.C.
Assedio dei romani di Tito

Devastazione. Macerie. Scempio. Orrore. Sacrilegio. Solo questo Zoker scorgeva di fronte a sé.
In un istante, la visione apocalittica che il sole incendiato del tramonto gli offriva, con angosciante evidenza, aveva cancellato l'immagine mentale della sua città, abbandonata con l'intera comunità ebionita sette anni prima: una sterminata messe di edifici, circoscritta e suddivisa da imponenti mura e torrioni troneggianti su scoscesi dirupi, e dominati dall'acrocoro del tempio, i cui rivestimenti d'oro e d'argento riflettevano bagliori accecanti. E una possente fortezza, l'Antonia, le cui quattro torri angolari si protendevano verso il cielo sovrastando l'area sacra; e i rigogliosi dintorni dell'abitato, le ricche valli intersecate da muriccioli, siepi, steccati per gli orti, alberi e boschi e giardini.
Zoker cercava disperatamente con gli occhi qualcosa di familiare, qualcosa che gli ricordasse la prima parte della sua vita. Frugava nel lugubre paesaggio per scovare una testimonianza del proprio passato, e del motivo che lo aveva indotto a tornare. Ma non c'era nulla; nulla che gli permettesse di scorgere tracce dell'attività di Giacomo il Giusto, dei suoi sermoni lungo le scalinate del Tempio, delle processioni di cui si metteva a capo per protestare contro i sacerdoti e il re Agrippa II, dei sacrifici che presiedeva davanti al popolo.

Un eroe per l'impero romano

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Hatra, deserto arabico, 117 d.C.

La staffetta maledisse l'incarico che gli era stato affidato. Avrebbe impiegato un bel po' per trovare il decurione dell'ala II Pannoriorum.
In quel campo, nel quale era rimasto ben poco dell'efficienza romana, nessuno era mai dove sarebbe dovuto essere. Quelli delle ali di cavalleria, poi, erano tra i più elusivi: i compiti di ricognizione e di foraggiamento offrivano loro un bel pretesto per andarsene a zonzo senza rendere conto dei loro movimenti ai comandi. Perfino gli ufficiali, i prefetti e gli stessi decucioni, si limitavano a impartigli generici ordini di esplorazione, disinteressandosi poi delle modalità e dei tempi di svolgimento. Anzi, sovente li accompagnavano, per sottrarsi al frustrante assedio della fortezza di Hatra, una specie di isola in un mare di sabbia e rocce, sulla quale l'invitto esercito romano non riusciva ad approdare.
Quelli dell'ala II Pannoriorum, dunque, potevano essere in ricognizione, in cerca di cibo, di acqua, di legname per le macchine d'assedio, di villaggi ove reperire approvvigionamenti, ma, più probabilmente, erano rintanati dovunque la rara ombra di quel miserabile deserto potesse recar loro un po' di refrigerio.
A quanto pareva, i soldati romani avevano smesso di venerare la dea Disciplina, dopo aver conquistato il mondo.

Dictator

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L'ombra di Cesare

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«Si ebbe così un vero e proprio combattimento tra nemici, il primo in Roma, non più con l'aspetto di una sedizione, ma propriamente con trombe e insegne secondo le regole di guerra.»
Appiano, Le guerre civili, 58, 259

Roma, 88 a.C.

Frastuono. No. Non il solito frastuono dei carri di Suburra, dei litigi e delle baruffe di strada, dei venditori che vantano le qualità delle loro merci. Frastuono che sa di paura, grida che comunicano agitazione, un'ansia che pervade gli abitanti appena svegli del sordido quartiere ai piedi di Viminale ed Esquilino.
Il ragazzo, balzato improvvisamente dal letto, immagina di quale paura si tratti.
È una paura che Roma non ha mai vissuto, se non nell'antico passato: quella di un esercito in armi in marcia verso la città.
Ma sì, pensa il ragazzo, forse si saranno sentiti così i suoi concittadini giusto tre secoli prima, quando i galli di Brenno, vincitori sull'Allia, so apprestavano a calare sull'Urbe, ma erano barbari, quelli. Un nemico naturale, al quale gli dèi potevano semmai concedere la vittoria in una singola battaglia, mai nella guerra.
Ma a chi avrebbero concesso la vittoria, gli dèi, in una lotta tra romani?

Il nemico di Cesare

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Ravenna, 10 gennaio 49 a.C. (tardo autunno)[1]

Il mirmillone eluse la rete del reziario con uno scatto felino, a dispetto del suo armamento pesante. Il suo avversario si sbilanciò in avanti rischiando di cadere, ma fu altrettanto rapido a sostenersi con il tridente, che riuscì a puntare a terra recuperando stabilità. Il mirmillone cercò subito di sottrargli l'appoggio, spingendosi contro il tridente con il grande scudo da legionario. Le due armi si toccarono, il reziario perse l'equilibrio e finì a terra. L'antagonista puntò il gladio per finirlo, ma l'altro lanciò di nuovo la rete, rasoterra, agganciandogli la caviglia. Un attimo dopo anche il mirmillone era nella polvere. Il tempo che questi impiegò a rialzarsi permise all'avversario di fare altrettanto e di recuperare il tridente.
Tutto da rifare, per entrambi.

Il trionfo di Cesare

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Zela, Ponto, 2 agosto 47 a.C. (tarda primavera[2])

«Massacrateli tutti! Tutti!». Le guardie germaniche di Cesare rimasero sconcertate di fronte al curioso contrasto tra le feroci parole del dittatore e la sua espressione beffarda, quasi divertita. Si guardarono, sorrisero anche loro e poi cavalcarono verso l’esercito pontico in rotta, che risaliva faticosamente il crinale in direzione del proprio campo.
Cesare non li seguì con lo sguardo. I suoi occhi si soffermarono sui resti di uno dei carri falcati di Farnace, il sovrano che era stato tanto sciocco da pensare di sorprendere i legionari intenti a fortificare un avamposto. La quadriga, dalla quale fuoriuscivano ancora le temibili lame, aveva atterrito e poi falciato da diversi soldati, prima che il suo auriga fosse colpito e i quattro cavalli si azzoppassero nella loro folle corsa sul terreno frastagliato del crinale.

Marathon

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Capo Artemisio, Eubea, agosto del 480 a.C.

C'era grande curiosità a bordo. Per qualche tempo gli uomini, gli opliti imbarcati, i marinai e perfino i rematori, avevano smesso di porsi domande sulla situazione alle vicine Termopili, ed erano intenti a scrutare la superficie dell'acqua, nell'attesa di veder affiorare dall'oscurità la sagoma dell'imbarcazione di cui un araldo persiano aveva annunciato l'arrivo.
E poi tutti guardavano lui, il poeta, trattenendosi a stento dal chiedergli perché mai una donna, proveniente dalla flotta persiana, dovesse venire a fargli visita tra un combattimento e l'altro. Ma nessuno osava avvicinarlo e interrogarlo esplicitamente. Come reduce di Maratona, Eschilo era uno dei pochi che avesse già affrontato i persiani in passato; anche per questo esercitava una certa soggezione tra le reclute. Come autore di drammi teatrali, si era fatto un nome al di fuori della pratica bellica, e gli altri veterani trovavano poco dignitoso mostrare interesse verso chi, come lui, aveva preferito concentrare le proprie energie su un'attività ritenuta assai poco virile.

La dinastia. Il romanzo dei cinque imperatori

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Egitto, dintorni di Alessandria, 30 agosto del 30 a.C.

Il ragazzo ha la sgradevole sensazione di aver sbagliato. A nulla valgono gli sguardi rassicuranti del suo precettore Rodone: da quando ha avvistato il campo romano, un senso di angoscia si è impadronito di lui. Cosa ci sia che non va, non sa spiegarlo: il suo maestro pare tranquillo e speranzoso. Sua madre gli ha ripetuto, fin da quando è bambino, che è figlio di un dio, e non può affidarsi al giudizio di un comune mortale, se i suoi sensi gli suggeriscono il contrario.
Vorrebbe essere di nuovo a Berenice, sul Mar Rosso, e salire su quella nave pronta a salpare per l'India che gli ha messo a disposizione sua madre. E non lì, non a pochi passi da un vallo che ai suoi occhi assume contorni sempre più netti: torrette di guardia sulle quali si intravedono le loriche scintillanti dei soldati, sotto un sole cocente che fa tremare ogni cosa.
Si accorge che anche lui sta tremando. E non è il turbamento per l'imminente incontro: è paura. Eppure, un semidio non dovrebbe provare simili emozioni. A meno che non sia un avvertimento che gli dèi inviano sotto forma del comune, umano sentimento della paura.
Scappare.
Ecco cosa deve fare. Scappare.

Il tiranno di Roma

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Etruria, tarda primavera, 87 a.C.

Un tambureggiante rombo di zoccoli di cavalli risuonò sul terreno. Crisso buttò a terra la falce e sollevò lo sguardo verso l'orizzonte, delimitato dalla cerchia d'alberi ad alto fusto che circondava la tenuta del suo padrone. Non vide altro che il verde delle fronde e il giallo dei campi ancora da mietere, ma quel suono inconfondibile, che fin troppe volte aveva udito sui campi di battaglia del padre prima di diventare uno schiavo, gli provocò brividi intensi, restituendogli sensazioni che credeva ormai sopite. Non c'erano dubbi: un esercito stava per attraversare i possedimenti in cui viveva e lavorava da quando era bambino.
Anche gli altri schiavi nei campi avevano smesso di lavorare e trattenevano il fiato. E una volta tanto, i liberti incaricati della loro sorveglianza tenevano a riposo le fruste, anche loro in attesa di veder spuntare tra gli alberi la causa di quel rumore incessante, quasi assordante.
Che fosse l'armata raccolta da Lucio Cornelio Cinna, il console rivoluzionario cacciato da Roma, acceso avversario dei conservatori? Era noto che stava radunando truppe per riprendersi il potere, che il senato e l'altro console Gneo Ottavio gli avevano sottratto. O magari Silla di ritorno dall'Oriente, dove era appena andato a combattere il re del Ponto Mitridate? O una delle tante fazioni che preparavano la strada a Gaio Mario, in esilio in Africa e in attesa di un'opportunità per rivestire il suo settimo consolato? Crisso era certo che le stesse domande aleggiassero nelle menti dei suoi compagni, con un misto di paura per ciò che poteva succedere, e di speranza che i populares tornassero a prendere il sopravvento sui senatori e sugli aristocratici Silla e Gneo Ottavio. Nessuno dei servi si illudeva che il loro destino potesse cambiare, qualunque delle fazioni l'avesse spuntata: ma il compiacimento di veder soffrire i loro aguzzini sarebbe stata la miglior consolazione che potessero aspettarsi da una vita di schiavitù.

Gli invincibili

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Alla conquista del potere

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«Cesare è morto». L'annuncio del cugino Lucio Pinario, appena introdotto da uno schiavo, gelò Ottavia e le fece perdere la presa sulla piccola Claudia Marcella. La bambina cadde per terra strappando alla madre un urlo tale da coprire il suo pianto dirotto. Per fortuna Ottavia, già minuta e di bassa statura, si era sentita tremare le ginocchia e la figlia era cascata da un'altezza minima. Piangeva più per lo spavento che per il dolore, dunque, ma ciò non valse ad attenuare la disperazione della madre, che si chinò e la prese in braccio con cautela, aiutata prontamente dalla sua zelante ancella Etain.
Quando si rese conto che Marcella non si era fatta nulla, Ottavia la consegnò all'assistente e rivolse di nuovo la sua attenzione al cugino, fissandolo con sguardo truce.
«Non dovresti farmi questi scherzi di cattivo gusto. Lo sai che mi faccio prendere facilmente dall'ansia». «Vorrei che fosse uno scherzo, cara cugina», rispose Pinario, imbarazzato. Era di diversi anni più grande di lei; ma sembrava più giovane, e solo perché Ottavia dimostrava un'età maggiore dei suoi venticinque anni. L'uomo scandì le parole, conferendo enfasi ad ogni sillaba:
«Giulio Cesare, il nostro prozio, il dittatore, è stato ucciso un'ora fa o forse meno alla Curia di Pompeo, durante la seduta al Senato. Non senti le urla per strada?».

La battaglia della vendetta

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Sicariio. Sembrava quasi un'attività onorevole, se la si faceva per il partito vincente. Ci si poteva perfino illudere di uccidere per una giusta causa, e che non ci fosse poi una gran differenza tra pugnalare un uomo a tradimento e affrontarlo a viso aperto sul campo di battaglia. Guardando il grande fiume che lo separava dalla terra dove aveva trascorso l'infanzia, Ortwin scosse la testa. Quando viveva ancora in Germania, prima ancora di conoscere i Romani, di combattere al fianco di Giulio Cesare e del suo giovane erede, avrebbe disprezzato chiunque facesse il suo attuale lavoro.
Sognava cavalcate e battaglie, allora, e in seguito aveva anche realizzato le sue aspirazioni, sebbene in modo molto diverso da come se l'era immaginato; ma poi la vita gli aveva riservato diversi rovesci di fortuna, e aveva dovuto ricominciare dal principio, lungo una strada che non avrebbe mai pensato di dover percorrere.
Sicario. Quella parola, adesso, aveva un sapore meno amaro, da quando era tornato dall'Oriente e aveva trovato il suo capo all'apice del potere, console perfino, e alla testa di tante legione, quasi quante ne aveva comandate Cesare. Aveva sperato che il giovane Ottaviano lo ricompensasse per aver svolto al meglio il compito che gli aveva assegnato, concedendogli l'onore di cavalcare al suo fianco nella guerra civile che si apprestava a combattere, come tutti gli altri soldati della setta di Marte Ultore; e invece, Ottaviano lo aveva nuovamente destinato a fare il lavoro sporto, spedendolo fuori dai confini italici, e quasi oltre quelli gallici. Era in vista della terra che era stato costretto ad abbandonare per ben due volte, adesso. E come in Oriente, ancora una volta aveva il ruolo di giustiziere.

Guerra sui mari

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Era meglio non avvicinarsi troppo a quelle due teste appese sulla tribuna dei Rostri, in mezzo al Foro. Ormai non erano altro che due ammassi di carne decomposta e marcia, attaccata solo a tratti dal teschio, le orbite degli occhi vuote, i pochi capelli rimasti appiccicati al cranio, le labbra disseccate. Gaio Cilnio Mecenate ebbe un moto di disgusto, contemplando i macabri cimeli, sorpreso dal capannello di gente che si era assiepata intorno a ciò che restava di Bruto e Cassio, i due cesaricidi sconfitti a Filippo poco più di un mese prima.
Era straordinario che, a una settimana dall'esposizione, i cittadini continuassero a recarsi al Foro anche solo per guardarle disfarsi, giorno dopo giorno.
«Secondo te, perché sembrano tanto attratti da quei due schifosi trofei?», chiese a Ottaviano, avvertendo una nuova fitta al fianco, come gli capitava ogni volta che parlava da quando era stato ferito in Macedonia. E non dal nemico.
«Mi stavo giusto chiedendo se vengono qui per il pellegrinaggio, per una sorta di venerazione nei confronti degli assassini di Cesare, o se lo fanno per esprimere tutto il loro disprezzo...», rispose Ottaviano, anche lui sofferente e debilitato per la malattia che gli aveva impedito di partecipare al primo scontro di Filippi. certo, si era rifatto nel secondo, combattendo in prima fila a dispetto delle sue condizioni non ancora ottimali, ma aveva pagato lo sforzo nelle settimane seguenti, versando in cattive condizioni già durante il tragitto per mare che lo riportava in Italia.

Sfida per l'impero

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Gaio Giulio Cesare Ottaviano sbuffò e si voltò verso il bordo del letto, dando le spalle a sua moglie Livia Drusilla. Il fuoco che gli bruciava in mezzo alle gambe impiegò del tempo a svanire, mentre lei gli accarezzava dolcemente le braccia, sussurrandogli parole di scuse. Ma il giovane triumviro continuò a fissare un punto indefinito sulla parete, senza dire una parola e facendo lavorare il cervello sulle opportunità che gli si presentavano adesso.
Era tempo di prendere una decisione, si disse. Non poteva andare avanti così. Per quanto fosse attratto dalla sua consorte, se non andava bene per un uomo nella sua posizione, doveva decidersi a ripudiarla, come aveva fatto con le due precedenti: Clodia Pulcra - figlia di una donna diventata sua implacabile nemica e figliastra di un uomo che presto o tardi avrebbe dovuto affrontare - e Scribonia, insopportabile matrona legata al partito di Sesto Pompeo, di cui aveva potuto liberarsi quando aveva rotto con quel pirata.
Se non altro, almeno Scribonia gli aveva dato una figlia, Giulia, che avrebbe potuto usare in futuro per un'alleanza matrimoniale: già adesso, nonostante avesse solo due anni, era promessa sposa di Antillo, il figlio di Marco Antonio. Un fidanzamento, ne era consapevole, destinato a rompersi presto, così come la sua fragile alleanza con l'altro triumviro.
Livia, invece, a quanto pareva, non gli avrebbe dato figli e lui di Tiberio e Druso, i due avuti dalla donna nel suo precedente matrimonio, non sapeva che farsene.

300 guerrieri. Nascita di un impero. La battaglia di Salamina

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«Arrivano! Arrivano!». Il grido rimbalzò sulla sommità e sulle pendici della collina dell'Acropoli, il solo posto, in tutta Atene, dove un annuncio del genere poteva far accorrere tanta gente. Labda si vide sfrecciare accanto uomini e donne atterriti, e dall'espressione del viso fu in grado di distinguere chi correva semplicemente in cerca di un riparo e chi, invece, si affrettava per rinforzare le famigerate "mura di legno".
Si diceva che, alle Termopili, i persiani del gran re Serse avessero oscurato il cielo con le saette dei loro arcieri, e che avessero seppellito sotto un cespuglio di dardi i superstiti di tre giorni di resistenza disperata, trecento spartani e pochi altri, guidati dal re Leonida. E il pensiero dei rifugiati sull'Acropoli, la ragazza ne era certa, correva proprio a quell'immagine, a quella minaccia dal cielo che, da un momento all'altro, avrebbe potuto investirli. Ma si rendeva conto che si trattava di paura irrazionale: lei e gli altri occupavano il punto più alto della città, e un muro e degli svenuti dall'Oriente più estremo, però, sembravano capaci di imprese impossibili. Ed erano così tanti che temeva potessero costituire una piramide umana e bersagliare perfino la gente assiepata sulla collina.

Roma Caput Mundi

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L'ultimo pretoriano

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Margum, Pannonia, 285 d.C.

Foglie rosse, come in autunno?
Sesto Martiniano trovò strano che l'albero più vicino a lui presentasse sfumature rossicce tra le sue fronde. Ma poi, evitando un nuovo affondo dell'avversario con un agile spostamento del corpo, gli parve ancor più strano che una recluta alla sua prima battaglia trovasse il tempo e il sangue freddo di notare l'aspetto della vegetazione.
Schizzi di sangue... Ecco perché d'improvviso, in piena estate, gli alberi si tingevano dei colori che precedono la stagione seguente, si disse, accostando lo scudo a quello del compagno a fianco, per serrare i ranghi e resistere alla pressione avversaria. Zampillava sangue sopra gli elmi dei combattenti, che si affrontavano per il dominio dell'impero, com'era accaduto tante volte nel corso degli anni precedenti. Non orde barbariche assetate di bottino, che pure premevano lungo i confini, non eserciti stranieri dalle armi inconsuete, ma uomini che, di diverso da lui avevano solo il simbolo delle rispettive legioni.
In un altro periodo della storia di Roma avrebbero combattuto fianco a fianco contro un nemico comune.

L'ultimo Cesare

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Bisanzio, primavera 313 d.C.

Il frastuono di un masso di catapulta che si schiantava su un edificio, fin troppo familiare per un militare di carriera, ricordò a Sesto Martiniano che era sotto assedio. Lanciò uno sguardo sconsolato alla sua amata Minervina, che fissò su di lui l'azzurro oceano dei suoi occhi, sempre splendenti nonostante il dolore provocato dalle doglie, e uscì di casa per accorrere sugli spalti. Mai avrebbe voluto lasciare la donna proprio in quel momento, che entrambi non pensavano sarebbe mai arrivato; ma sapeva bene di poter assicurare un futuro alla propria famiglia più in prima linea che accanto a lei.
Non era sicuro di voler combattere. Se solo fosse stato più rapido a raggiungere l'Oriente, molto probabilmente si sarebbe trovato tra le schiere assedianti, e non rintanato tra le mura di Bisanzio. Ma non poteva neppure lasciar distruggere il posto nel quale si era rifugiato, senza rischiare di finire coinvolto nella rovina della città. Era arrivato da appena un mese, con una compagna in avanzato stato interessante, e l'intenzione di raggiungere i domini del solo imperatore ancora legato ai valori e agli dèi tradizionali, in un mondo che sembrava aver perso il proprio baricentro. Non si riconosceva, Sesto Martiniano, rampollo di un'illustre famiglia senatoria di Roma, nella politica di favoritismo verso cristiani e barbari degli altri due sovrani, Costantino e Licinio. Aveva combattuto strenuamente per difendere il suo mondo, a fianco di Massenzio, il signore di Roma cui aveva concesso piena fiducia; ma sul Ponte Milvio i suoi sogni si erano infranti di fronte alle schiere galliche e barbariche di Costantino, e si era salvato solo grazie all'aiuto di Minervina. Da allora, non aveva fatto altro che peregrinare sempre più verso Oriente, nel tentativo di sottrarsi alle rappresaglie cui il vincitore della battaglia aveva sottoposto chiunque appartenesse al corpo dei pretoriani, che lo aveva avversato fino all'ultimo respiro. Il suo solo cruccio era di non essere morto a fianco dei commilitoni, per la gran parte caduti lungo il Tevere con la fronte rivolta al nemico, trafitti da mille lance.

L'ultima battaglia

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Costantinopoli, giugno 337 d.C.

Martino Martiniano estrasse la spada dall'addome dello schiavo che si era parato davanti al suo obiettivo, guardò il sangue e i filamenti di intestino che ricoprivano la lama e si rese conto solo in quel momento che era la prima volta.
La prima volta che uccideva un essere umano.
Il suo bersaglio, il prefetto del pretorio Ablabio, fissò terrorizzato l'uomo che, col suo gesto disperato, aveva prolungato solo di qualche istante la sua miserabile vita. Martino sentì intorno a sé i suoi commilitori ridere. Ridevano delle sue esitazioni o della paura dell'alto dignitario che erano venuti a uccidere?
Un soldato avanzò verso il prefetto puntandogli la spada contro, ma una camerata lo bloccò, dicendogli: «Aspetta. Lasciamolo fare al ragazzino.» Poi fece segno a Martino di procedere.
Il giovane sentiva di aver già perso la baldanza che lo aveva spinto a sferrare quasi senza esitare il colpo fatale allo schiavo. Incrociò gli occhi del prefetto e vi vide Cristo. Perché Cristo era in tutti gli uomini, e specialmente quelli che credevano in Lui. E il prefetto ci credeva, altrimenti il grande Costantino non lo avrebbe collocato al vertice della burocrazia imperiale. Dovette ricordare a se stesso perché era lì e cosa aveva fatto a quell'uomo. Doveva recuperare lo spirito di vendetta che lo aveva spinto fino al palazzo del pretorio insieme ai soldati della sua unità. Quella volontà dei militari di farsi giustizia da sé, che li aveva pervasi da quando avevano ricevuto la terribile notizia.

Il custode dei 99 manoscritti

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Roma, A.D. 848

Martina si appoggiò al davanzale della finestra e scrutò il profilo ormai scuro dei tetti che si stagliavano lungo l'orizzonte rossastro. L'elegante palazzo sull'Aventino le consentiva una vista magnifica. Da lì, l'Urbe non sembrava quel fetido immondezzaio in cui era costretta a camminare ogni giorno; da lontano e alla fioca luce del giorno che se ne andava, i ruderi e gli edifici semidistrutti accanto ai quali era solita passare non le incutevano la tristezza si sempre, ma anzi le apparivano come una maestosa testimonianza delle glorie passate. Gli acquitrini e le zone dove l'incuria regnava sovrana, le erbacce che avevano avvolto interi quartieri, i mendicanti e i malati, i resti carbonizzati degli incendi quasi quotidiani, tutto era scomparso come d'incanto, da quel punto di vista privilegiato. Roma sembrava una città in cui valeva finalmente la pena vivere.
Non faticò a individuare l'ansa del Tevere, parzialmente coperta dall'elegante sagoma della chiesa di Santa Maria in Cosmedin, e le venne voglia di gettarsi nel fiume e farsi un bagno.
Nuda, com'era in quel momento.

Missione impossibile

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Rufo Sita fissò incredulo i quattro astragali depositati per terra, nel ristretto spazio tra le sue gambe incrociate e quelle del suo avversario. Avevano proprio tutte le facce diverse. Poi spostò lo sguardo ai sesterzi che si erano ammucchiati al loro fianco nel corso della partita.
Non poteva credere che fosse accaduto.
«Incredibile... Non mi era mai successo... Il colpo di Venere! Gli dèi mi amano!» esclamò entusiasta la giovane recluta che Rufo aveva individuato come pollo da spennare; e adesso, invece, era quell'imbecille a spennare lui. Neppure ricordava il suo nomen, accidenti... Lo aveva scelto proprio per quell'espressione ebete, tipica della recluta cresciuta nella bambagia, di buona famiglia e con ampie disponibilità economiche, ancora fiduciosa della lealtà dei camerati, disposta a credere che tutti i soldati si aiutassero e si rispettassero in ogni circostanza. MA soprattutto perché nessuno voleva più giocare con lui, sapendo che i suoi astragali erano truccati e che era uno spiantato incapace di onorare i propri debiti.
O quel tizio la sapeva più lunga di quanto lasciasse credere, oppure il suo era stato davvero un imprevedibile colpo di fortuna.
In entrambi i casi, non poteva permettersi di perdere tutti quei soldi. Doveva ancora molto denaro a chi gli aveva fatto credito, ed era certo che non lo avrebbero lasciato arrivare vivo alla fine della guerra se non avesse pagato.

La spia dei Borgia

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Roma, estate 1497

«Siete stanco, santità?» Il consueto zelo del maestro di cerimonie Burcardo riscosse il pontefice dal torpore cui si era abbandonato alla fine dell'udienza. I convenuti si erano congedati da un pezzo, ma il capo della cristianità trovava gravoso perfino alzarsi al trono e dirigersi verso il suo cubicolo, nell'adiacente torre che aveva fatto costruire nel Palazzo Apostolico.
Alessandro, sesto del suo nome, al secolo Rodrigo Borgia, si limitò a un cenno di assenso col capo. Pur avendo abbondantemente superato i sessant'anni, si era sempre sentito un torello, proprio come l'animale che contemplava in alto di fonte a sé, sulla sommità dell'Arco di Costantino, che l'abile Pinturicchio aveva dipinto quattro anni prima come sfondo dell'affresco sulla parte opposta, la Disputa di Santa Caterina ad Alessandria.
Un torello, come il simbolo della sua casata: ne era sempre stato fedele, forse più a quello che al segno di Cristo, come ben testimoniavano i suoi sette figli, la sua ascesa al soglio pontificio, che aveva finalmente coronato cinque anni prima, l'instancabile attività per rafforzare le fortune della famiglia e la potenza della Chiesa, la strenua difesa della sua posizione dai tanti nemici che la minacciavano senza sosta.

Il cospiratore. La congiura di Catilina

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Ascoli, 89 a.C.

Sul muro della città si disegnarano rapide delle crepe che, nel giro di pochi istanti, si trasformarono in fessure. Un attimo dopo, pietre iniziarono a staccarsi e a cadere dalla cortina, creando varchi che divennero ben presto una breccia. Quando la nube di polvere sollevata dalla caduta delle macerie si diradò, i tre giovani tribuni poterono scorgere distintamente i difensori che si affannavano ad ammucchiare i detriti per ostruire il carco.
L'azione costante della ballista, sempre nello stesso punto, aveva ottenuto l'effetto sperato.
Il console Gneo Pompeo Strabone alzò il braccio e la colonna di cavalieri ispanici si schierò in posizione. Suonarono le trombe e l'attacco partì. Gli ausiliari si lanciarono contro la porzione di muro crollata prima che gli ascolani potessero arginarla. I soldati schierati appena fuori dall'accampamento degli assedianti li incitarono, mentre gli ispanici urlavano a squarciagola, battendo i giavellotti sugli scudi.

La guerra infinita

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Penisola iberica, 137 a.C.

Il soldato si tuffò precipitosamente nel fiume Tago, cercando di recuperare la testa dell'ennesimo prigioniero celtibero giustiziato, rotolata in acqua e trascinata via dalla corrente.
Muzio Spurio aprì la bocca per richiamare il soldato e impedirgli di compiere quel gesto insensato, ma poi decise di lasciar perdere, quando si rese conto che la sua affannosa rincorsa stava provocando l'ilarità dei commilitoni: un po' di divertimento, in quell'orrore senza fine, non poteva che far bene alla truppa.
E anche a lui.

L'enigma del gesuita

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Rashid, Egitto, 1634

Un rumore alle spalle. Il vecchio Milad Sumir ruotò appena il collo anchilosato dall'artrosi e con la coda dell'occhio notò l'acqua sobbalzare nella scodella del cane, appoggiata accanto all'uscio di casa. Qualcuno aveva aperto violentemente la porta, mandandola a sbattere contro la parete ancora umida per la recente inondazione.
Sentì la bestia abbaiare. Ma solo per un instante. Subentrò un guaito, che si trasformò in un rantolo. Le paure che avevano guidato ogni azione del dottore nelle ultime settimane presero corpo. Non osò guardare cosa era capitato al fedele amico di tanti anni, e neppure quale minaccia gravasse sul suo capo. Lasciò cadere il calamo che aveva in mano e cercò di strappare il foglio di carta su cui aveva iniziato a scrivere la lettera.
Ma una poderosa stretta alla spalla gli bloccò il movimento del braccio.
«A chi stai scrivendo, vecchio?» La voce era fredda come la lama di un coltello. Le parole incomprensibili come quelle di una creatura dell'inferno. Il dottore rabbrividì.
«À qui es-tu en train d'écrire?» disse l'uomo, stavolta nella sua lingua. La voce rimaneva quella di un demone. Un demone francese.

Il bibliotecario di Auschwitz

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Mi considero un uomo fortunato. Volitivo e determinato anche, ma senza le occasioni, la volontà di un uomo può ben poco.
E io ne ho vista tanta, di gente cui è stata preclusa ogni occasione di mettersi alla prova.
Adesso che inizio a scrivere, ogni parola mi sembra inadeguata agli eventi che ho deciso di raccontare. Ogni frase mi pare puerile superficiale; la mia penna si rivela indegna della tragedia di cui ho fatto parte, del trauma che rivivrò per tutta la vita nella mia memoria, nel cuore e nell'animo; i rapporti sociali, il lavoro e ogni gesto quotidiano risentiranno per sempre del confronto con l'esperienza di guerra subita in cui sono precipitato. Guerra subita, certo, non guerra al fronte: lì, almeno, ogni uomo ha un'arma con cui può provare a difendersi. Ma in un campo di sterminio non ci sono armi, se non l'intelletto e la mancanza di scrupoli, spesso insufficienti contro la convinzione del tuo nemico che tu non sei nulla, e che può far scomparire ogni traccia di te con un semplice desiderio... Perché un uomo non si preoccupa di chi non ritiene alla sua altezza. Né dei suoi sentimenti, né della sua storia. Non pensa neppure che li abbia, sentimenti e storia; altrimenti, forse, non avrebbe l'animo di spazzare via un essere umano con la stessa noncuranza con cui si calpesta un nido di formiche.

L'eroe di Milano

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Anatolia, 10 giugno 1190

«Ho un cattivo presentimento» disse Elsa, infilando nell'acqua stagnante un ramoscello strappato dal canneto adiacente e muovendolo lentamente in cerchio.
Seduto accanto a lei, Alberto si lasciò rapire dall'illusione ipnotica del piccolo gorgo che la donna disegnava sulla superficie del Salef. Rimase qualche istante in silenzio, poi volse lo sguardo alle increspature nelle modeste onde che lambivano la rive, riflesso della corrente impetuosa che scorreva al centro del fiume, una scia luccicante attraverso le montagne del Tauro.
In cuor suo, sapeva che la sua donna aveva tutti i motivi per dirlo. Quell'impresa non era nata sotto i migliori auspici: ci voleva una buona dose di ottimismo per convincersi che sarebbe stata più fortunata degli ultimi tentativi occidentali in Terrasanta.

I Lupi di Roma

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Roma, Anno del Signore 1241, 21 agosto

«L'Anticristo è alle porte, senatore! Pentitevi! Pentiamoci tutti, se non vogliamo che il Signore ci lasci in balia della sua ira!». Un francescano con gli occhi spiritati arringava un piccolo gruppo di persone sulla riva del Tevere, ma non gli era sfuggito il passaggio di Matteo Rosso Orsini, il capo del comune romano, lo aveva additato immediatamente e aveva iniziato a urlargli dietro.
Il senatore avrebbe voluto ricordargli che era stato il protettore di Francesco, fondatore del suo ordine: non c'era bisogno che gli si dicesse cosa fare della sua anima. Aveva anche guidato le armate romane alla conquista dei capisaldi ghibellini che sostenevano l'imperatore, e aveva ben chiaro in mente come impedire che Roma cadesse nelle mani del sovrano e subisse gli eccidi e i saccheggi di cui era stata vittima meno di un secolo prima col nonno di Federico II, il Barbarossa.
Ma era coi suoi figli e con suo nipote e non aveva intenzione di intavolare una discussione con un invasato. Lo ignorò e proseguì oltre, mentre la voce rauca e impastata del frate echeggiava alle sue spalle. «La fine del mondo si avvicina, chiunque lo capirebbe! L'uomo più malvagio del mondo, l'imperatore due volte scomunicato, tiene sotto assedio Roma, la malaria imperversa, le grandi famiglie romane lottano tra loro invece di fare fronte comune contro l'invasore teutonico, la Chiesa e il papato ostentano sfarzo senza rispettare il voto di povertà, le eresie abbondano, gli infedeli prosperano, e sul trono che è stato di Carlo Magno siede un Anticristo! Siamo Sodoma e Gomorra e come quelle città blasfeme finiremo, se non corriamo ai ripari!».

Invasion Saga

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I tre cavalieri di Roma

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Seleucia, impero partico, 165 d.C.

Una lingua di fuoco guizzò dal la finestra dell'edificio. Risalì rapida lungo il muro, deturpando il magnifico palazzo che Bendix si era soffermato a contemplare.
Subito dopo, un gruppo di legionari uscì dal portone, portando a spalla sacchi ricolmi di bottino e trascinandosi dietro uomini e donne, spaventati e feriti. Nel frattempo che impiegarono a discendere la scalinata di accesso all'entrata, le fiamme si moltiplicarono, avvolgendo ampi settori della facciata: la costruzione, che il giovane cavaliere aveva appena giudicato la più maestosa della città conquistata dall'armata romana, si trasformò in pochi istanti in un rogo.
«Ma cosa sta succedendo? Non si può andare in libera uscita un attimo che subito scoppia un putiferio...», si lamentò.
«Non oso immaginare cosa farà il comandante a quei razziatori...», commentò il suo compagno Magnus. «Sono aperte le scommesse: gli farà solo mozzare la mano o le gambe, li crocifiggerà o li brucerà, per aver rotto la tregua?»

Attacco all'impero

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Cesarea Marittima, provincia di Siria, 169 d.C.

«Eccola, è lei! È lei che ha cercato di convertirmi al suo ridicolo dio!».
«Allora quelli vicino a lei devono essere cristiani anche loro!».
«Di sicuro... È assurdo: cerchi di portarti a letto una donna e finisci in un vortice demoniaco! Dicono che ammazzino i bambini».
«È vero! E che poi se li mangino a pranzo. Si cibano di carne umana, lo sanno tutti!».
«E praticano l'incesto, quindi è probabile che quella donna che volevi portarti a letto sia stata abusata dal padre. Non ti fa schifo?».
«Magari sono stati proprio loro a causare la pestilenza... Non si sa mai di cosa sono capaci, questi cristiani...».
«Ma certo: se gli imperatori dicono che sono un danno per lo Stato, qualcosa di male devono averlo fatto!».
«Potrebbero aver avvelenato i pozzi. Ecco perché si è diffusa la malattia!».
«Facciamoglielo confessare! Che ne dite?»
«Buona idea. Venite con noi, brava gente! Difendiamo lo Stato dai suoi nemici interni, mentre i generali pensano a difenderci da quelli esterni!».

L'ultimo soldato di Mussolini

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Roma, 17 giugno 1970

«La rimessa in gioco di Held... Grabowski... Grabowski... Riesce a effettuare il cross... Ed è il pareggio di Schnellinger! A due minuti... due minuti oltre il tempo regolamentare... Un recupero clamoroso concesso dall'arbitro Yamasaki. Il pareggio tedesco a opera di Schnellinger».
«Ma non è possibile. Ha fatto di tutto per farli pareggiare, quel giapponese di merda!», esclamò Dario.
«Un servo dei tedeschi, come dicevi di nonno Ulisse!», gli fece eco Livio.
«Hanno ricreato l'asse Berlino-Tokio, a quanto pare, stavolta ai danni dell'Italia...», ironizzò Flavia, alzandosi di scatto dal divano.
«Ma no. Si chiama Arturo di nome... È messicano. Ma forse sì, le sue ascendenze giapponesi devono aver influito», commentò il marito.
«Rivediamola quest'azione... Purtroppo la dobbiamo rivedere. Vedete l'azione di Grabowski... Il suo cross... E Schnellinger che batte Albertosi. Si va quindi ai tempi supplementari...», riprese il telecronista.
«Si poteva tranquillamente evitare. Una difesa di burro. Non ce la fanno più i nostri. Nei supplementari sarà un massacro», si lamentò Dario, mantenendo lo sguardo fisso sul televisore.
«Sicuro. Mamma, giacché ti sei alzata, portami un altro sacchetto di patatine... Ne avremo per un'altra mezz'ora, minimo...», le chiese Livio, anche lui senza staccare gli occhi dallo schermo.
Flavia si sentì invisibile. Non che fosse una sensazione nuova, d'altra parte: da lungo tempo la provava con marito e figlio, senza bisogno di un evento sensazionale come una semifinale della Coppa del Mondo di calcio. Ma stavolta si sentì assalita da un altro, inedito impulso. andò in cucina, prese meccanicamente il pacchetto di patatine e, senza neppure chiudere lo sportello, tornò nel soggiorno consegnandolo al ragazzo, che allungò la mano senza guardarla né ringraziarla.
Avrebbe voluto che Dario intimasse al figlio di essere più rispettoso nei suoi confronti; ma poi concluse che fosse troppo pretenderlo, visto che anche lui non esitava a criticarla e mortificarla davanti a Livio.

L'eroe di Atene

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L'improvviso cigolio delle assi di legno sommerse le grida di acclamazione dei troiani, che fino a quel momento erano risuonate ovattate nella pancia del cavallo. Acamante ondeggiò, andando a urtare il suo compagno di destra, il coetaneo Neottolemo, ma si ritrovò quasi in braccio Odisseo, che si era accucciato immediatamente alla sua sinistra. Si accorse che lance e scudi e spade danzavano sul fuoco urtandosi a vicenda, producendo lo stesso clangore che si sarebbe udito sul campo di battaglia, e trasalì; ma poi vide il re di Itaca ammiccare con espressione rassicurante, e si rese conto che si trattava di un rumore blando, rispetto a quello della struttura in movimento. Non c'era possibilità che i suoi nemici lo udissero.
«Sembra di stare nella stiva di una nave con il mare mosso, eh?» commentò il re di Atene Menesteo. Come ogni volta che apriva bocca, Acamante provò un brivido di indignazione; nutriva sentimenti ambivalenti nei suoi confronti. I trentatré compagni che condividevano con loro quell'avventura si aspettavano che lui lo odiasse, ma il giovane guerriero, dentro di sé, non riusciva neppure a disprezzarlo; in fin dei conti, lo aveva liberato da un'ombra molto ingombrante.
«E allora qui l'unico che non si sentirà male sarà Odisseo, suppongo», dichiarò Menelao; ma solo qualcuno rise alla sua battuta. E non perché non l'avessero capita: il re di Sparta era più vicino alla coda del cavallo, e gli scricchiolii del legno coprivano ogni altro suono, per chi era a ridosso del collo.
«Ma sì, Odisseo, spiegaci tu come si evitano nausee quando si ha a che fare col rollio di una nave... Nella tua isoletta c'è così poco spazio che starete più tempo in mare che a terra, suppongo», intervenne il re di Argo, Diomede, che non perdeva occasione per sminuire l'importanza del sovrano di Itaca, a suo giudizio eccessiva, rispetto a chi, come lui, governava una città tra le più potenti della Grecia.
Odisseo lo fissò con espressione ironica, accennando un sorriso, poi finse un balzo in avanti e sumilò un conato. Diomede, che era accovacciato proprio di fronte a lui, d'istinto si spostò, finendo addosso al valente arciere Teucro, le cui frecce uscirono dalla faretra subito dopo l'impatto, spargendosi sulle assi. Quando poi il re di Argo si rese conto di essere stato preso in giro, assunse un atteggiamento sdegnato e guardò altrove.

Il nazista che visse due volte

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Vienna 1928

L'aria è satura dell'odore penetrante dei medicinali predisposti per i due contendenti. Tutti gli sguardi convergono sui dilettanti: due statue, immobili l'uno di fronte all'altro prima ancora che l'arbitro decreti l'inizio della sfida, tradendo l'impazienza di mostrare il loro coraggio e onorare la propria confraternita.
Otto fissa il suo antagonista e teme di essere altrettanto ridicolo. Di sicuro un guerriero medievale che li osservasse, bardato di tutto punto, si farebbe un mucchio di risate, di fronte al loro approssimativo equipaggiamento: collare simile a una gorgiera medievale, le braccia ricoperte di anelli di gomma, e sul viso, al posto dell'elmo, occhiali spessi e neri, muniti di paranaso adunco, simili a quelli dei medici che, secoli prima, curavano la peste.
Il solo elemento per il quale non prova vergogna è la sciabola: una lama lunga e spuntata, ma con il filo tagliente e con una guardia estesa, tanto da inglobare anche il polso. Di tutto il corpo, il solo viso è esposto ai colpi, e sarebbe facile dedurlo anche se non si osservasse l'equipaggiamento dell'avversario: i più anziani tra i presenti hanno guance e tempie segnate da cicatrici, alcune zone del cuoio capelluto scoperte, e Otto si chiede se sarà proprio quello il duello in cui anche lui riceverà il marchio di appartenenza alla confraternita. Nel corso di nove scontro sostenuti nell'arco di un anno, il suo braccio è stato abbastanza rapido da impedire agli avversari di scalfire in modo significativo il suo volto.

  1. È la data conforme al calendario in vigore all'epoca, prima che lo stesso Cesare lo riformasse adeguandolo alle stagioni. In realtà, secondo il nostro computo si era in autunno inoltrato, ovvero il 22 novembre del 50 a.C.
  2. Le date riportate sono quelle antecedenti la riforma del calendario, promossa da Cesare nel corso del 45 a.C. Fino ad allora, riporto tra parentesi a quale stagione corrisponde, per far capire al lettore in quale periodo dell’anno ci troviamo.

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