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Violette Leduc

scrittrice francese

Citazioni di Violette LeducModifica

  • [Su Paolo Vallorz] Paolo Vallorz uscì dal suo atelier veloce come una saetta. Indossava un maglione nero a collo alto. La sua semplicità nel vestire doveva piacere a Jacques[1]. I suoi piccoli denti brillavano affabili quando mi salutò. Il suo viso mi sembrò più infantile, i suoi occhi più ridenti. Entrai. Non era una serra. Una soffitta scesa al pianterreno. No. Un atelier. In fondo alla stanza, il cavalletto, immerso nell'umile luce d'un inizio d'inverno, aspettava pronto per l'uso. Vecchi elenchi del telefono erano stati lasciati in disordine sui tavolini, tra coperchi di scatole, riviste e ogni tipo di cianfrusaglia. Il cavalletto colpì la mia attenzione quanto l'avrebbe fatto un pianoforte a coda prima dell'arrivo del pianista. Un vecchio cane sognava e mugolava su un canapé sfondato accanto alla stufa. Le delizie di Capua. La bohème, la famosa vita di bohème, m'arrivava in faccia come una manciata di castagne calde. […] Fu un nudo mistico. Spento dall'età. Singolare grazie al talento del pittore. Piacque a Jacques. L'espose in un angolo discreto della sua biblioteca di Flurares[2]. Non ero imbarazzata quando lo guardavamo. Avevo davanti, su una tela, un'anacoreta dalle braccia penzolanti.[3]

Thérèse e IsabelleModifica

  • Non ha nemmeno la curiosità di vedere chi ha alle spalle. Non sarei venuta se avessi previsto la sua indolenza. La credevo lontana, ma è vicino a me. La sua brocca sarà presto piena. Finalmente. Conosco i suoi lunghi capelli sciolti, non sono una novità i suoi lunghi capelli sciolti perché lei li porta così in corridoio. Scusa. Mi ha chiesto scusa. Ha sfiorato il mio viso con i capelli mentre ci pensavo. Questo supera l'immaginazione. Ha gettato indietro i capelli per buttarmeli sul viso. La sua massa di capelli sulle labbra. Non sapeva che fossi alle sue spalle e mi ha chiesto scusa. È incredibile. Non dice: vi faccio aspettare, sono lenta, il rubinetto non funziona. Vi butta addosso la sua chioma mentre vi chiede scusa. (p. 11)
  • Durante quell'istante di immobilità, tutto nostro, la terra smise di girare, gli uomini cessarono di nascere, di vivere e di morire. Il tempo, lo spazio, gli oggetti, la coscienza di noi stesse, erano stati aboliti. Esistevamo solo nelle nostre labbra unite. Come sonnambuli che non dormono. (p. 17)
  • Ci stringevamo ancora, volevamo farci inghiottire. Ci eravamo spogliate della famiglia, del mondo, del tempo, della ragionevolezza. Volevo che Isabelle, stretta al mio cuore spalancato ci entrasse dentro. L'amore è un'invenzione che sfinisce. Isabelle, Thérèse, ripetevo per abituarmi alla magica semplicità dei due nomi. (p. 19)
  • Perché non posso moltiplicarmi e farle dono di mille Thérèse? Ma sono solo una, sono solo me stessa. È troppo poco. Non sono una foresta. Un filo d'erba tra i capelli, un coriandolo tra le pieghe del grembiule, una coccinella tra le dita, un po' di peluria sul collo, una cicatrice sulla guancia... come vorrei possedere questi tesori per essere più preziosa. Perché non sono la capigliatura del salice per la sua mano che accarezza i miei capelli?
    Ho preso il suo viso tra le mie mani:
    "Amor mio".
    La contemplavo, e mi ricordavo di lei, era accanto a me, ogni istante l'ultimo. Quando si è innamorati si vive sempre sul marciapiede di una stazione. (p. 32)
  • Dateci i vostri brandelli, stagioni. Saremo le vagabonde dai capelli laccati dalla pioggia. Vuoi, Isabelle, vuoi venire a vivere con me sull'orlo di una scarpata? [...] Ti spoglierò nei campi di grano, ti farò dormire nei covoni, ti coprirò nell'acqua sotto i rami bassi, ti curerò sul muschio delle foreste, ti prenderò nell'erba medica, ti isserò sui carri di fieno, mia donna carolingia. (p. 72)
  • Il suo passo.
    Calpestava il mio cuore, il mio ventre, la mia fronte prima di entrare. Una città-luce veniva verso me. Un incantesimo terribile. Sapevo che dietro il vetro lei mi cercava. La vedevo nella notte sotto le mie palpebre. Non alzavo la testa, non uscivo dalla mia vedovanza. Dei corvi presero il volo, i noccioli erano bianchi di brina. Veniva, respirava con i miei polmoni. (p. 74)

Citazioni su Violette LeducModifica

  • Violette ha posato per me un centinaio di volte dal 1963 al 1965, prima che diventasse famosa. Poiché viveva in miseria la pagavo. […] Dopo una decina di pose in cui aveva notato disseminati nel mio atelier alcuni nudi di ragazze giovani mi disse, con tono di rimprovero, che a lei non avrei mai chiesto di posare nuda perché era vecchia – aveva 57 anni – e brutta. Risposi, invece, che mi interessava molto e che l'avrei volentieri dipinta nuda. Colta di sorpresa dalla mia disponibilità, aggiunse che prima, però, bisognava chiedere il permesso a Simone de Beauvoir. Osservai che Simone de Beauvoir dopotutto non era sua mamma. Violette non replicò ma introdusse un nuova difesa: se i l'avessi vista nuda, disse, dopo non saremmo stati più uguali. Ma anche questa difesa crollò perché mi mostrai disposto a dipingere nudo. Non disse più nulla e mi chiese “Come vuole che posi?”. Ed è così che l'ho ritratta: nella sua dolorosa e struggente bellezza simile a quella di un albero invecchiato. (Paolo Vallorz)

NoteModifica

  1. Si tratta di Jacques Guérin (1902-2000), profumiere, filantropo, grande collezionista di arte, manoscritti e libri. Cfr. la voce biografica in Wikipedia France.
  2. Flurares è nome di fantasia per Luzarches, il comune nella regione dell'Île de France che ospitava gli impianti dell'industria di Jacques Guérin.
  3. Da In posa per Paolo, citato in Marco Goldin, Vallorz. Figure 1959-1970, Marini Editore, Villorba (TV), 1993, pp. 22 e 26.

BibliografiaModifica

  • Violette Leduc, Thérèse e Isabelle, traduzione di L. Cimenti e A. Spatola, Baldini Castoldi Dalai, 2002. ISBN 9788884901378

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