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*La [[grandezza]] vera è semplice e figlia del pensiero. Non puoi comprenderla e valutarla senza pensarci su, senza disamina critica: Solo esaminando e scrutando ogni particolare, ogni motivo: vedendo la purezza e la magnificenza di ognuno, si giunge ad afferrare la purezza e la grandezza dello insieme.<br/>Una grandezza di qualunque genere torna più facilmente comprensibile, quando ha in sé qualcosa di {{sic|meschina}}, {{sic|difettosa}}, quando claudica in parte. La parte scadente fa risaltare l'eccellente: la parte piccola ti fa capire la grandezza delle colossali: in quel modo appunto in cui la vicinanza d'uno edificio volgare, ti fa subito afferrare la sublimità e le proporzioni del monumento vicino. (da ''Diaro romano, Basilica di S. Pietro, Giovedì, 30 Novembre 1876'', p. 64)
*Sì, [[Roma]] sembra soprattutto bella, non pel suo presente o pel passato prossimo; ma per quel passato remoto, che tutto rammenta. Comprendo benissimo quindi che il soggiorno ne sembri increscevole a' commessi viaggiatori ed a' travetti, per cui la bellezza d'una città consiste ne' caffé, balli pubblici e peggio, che ignorano la storia e non sentono neppur vergogna d'ignorarla. Comprendo che possa increscere a chi non prova simpatia per quel passato; a qualche barbaro discendente d'Arminio e protestante giunta. Ma ad un uomo veramente colto, ad un Italiano soprattutto, il viver qui è un'ebbrezza continua. (da ''Diaro romano, Il [[Colosseo]], Sabato, 2 Dicembre 1876.'', p. 72)
*Dopo mezzo secolo dalla sua visita quanti mutamenti non ritroverebbe il [[Giacomo Leopardi|Leopardi]]! Sant'Onofrio è sgomberato da' monaci; le signore possono entrar liberamente nel convento; non c'è più clausura; anzi dicono di volerci mettere non so che caserma di guardie municipali o simili. Povero convento! Povera cameretta in cui spirò l'autore della ''Gerusalemme!'' Povera quercia alla cui ombra egli, e poi, [[Filippo Neri|San Filippo Neri]] si compiacquero di sedere, ammirando la sottoposta Roma, e che, fulminata una quarantina d'anni fa, è risorta vivace e rigogliosa, come la fama di que' due magnanimi che nessun morso d'invidia può oscurare. (da ''Diaro romano, Sant'Onofrio, Domenica, 3 dicembre 1876'', pp. 78-79)
*Ci volevan proprio le mie padrone, ci voleva l'obbligo di accompagnarle, per indurmi a rimettere il piede nel baraccone di Montecitorio. Sapevo di dover soffrire rientrandovi, come un cristiano che entrando in un celebre santuario, truovi scassinato il ciborio, rubato il calice, sparpagliate e calpeste l'ostie consacrate. Quell'aula, che fu già agli occhi miei il più augusto luogo del mondo ed il più sacro, ora è divenuto un mercato vilissimo, nel quale da barattieri ignoranti si traffica dello Stato, dell'Italia e della Monarchia. Lo Stato è per me quanto v'ha di più sacro. Ma se lo Stato viene amministrato e rappresentato da' Depretis, da' Nicotera, e da simil ribaldaglia, come conservargli l'antica venerazione? Lo schianto ch'io pruovo, può provarsi solo a quello d'un cristiano, che vedesse un malfattore sulla cattedra di [[Pietro apostolo|{{sic|Piero}}]], malfattori nel sacro collegio, radunato un Concilio di malfattori, che promulgassero dogmi eretici ed immorali... e forse neppure... (da ''Diaro romano, Montecitorio, Martedì, 5 dicembre 1876.'', pp. 81)
*In [[Roma]] il gran pericolo è il disgusto delle cose belle, che viene come conseguenza triste del vederne troppe. I marmi più preziosi, le statue più perfette, dopo alcun poco non ti sollecitano più.<br/>Altrove dieci statue di quelle, che raccoglie il [[Città del Vaticano|Vaticano]], sarebbero stimate una ricca collezione. Ma in Roma! Ma fra tante!<br/>Altro {{sic|guajo}}: l'attenzione smussata non è più stuzzicata dal bello, anzi solo dallo strano, dallo insolito, dallo stravagante, dal capriccioso. Si comprende la necessità del [[Barocco]] qui. Ci volevano statue, che per la bizzarria loro richiamassero gli occhi, si facessero distinguere in mezzo alle altre.<br/>In mezzo a questi [[monumento|monumenti]] dell'antichità vetusta e bellissima a poco a poco uno si sente trasportato in un altro mondo. (da ''Diaro romano, I Musei, Mercoledì, 6 {{sic|Decembre}}1876'', p. 84)