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{{NDR|Stendhal, ''La Certosa di Parma'', traduzione di Annamaria Laserra, Gruppo Editoriale L'Espresso SpA, Roma, 2004}}
 
==''Dell'amore''==
*Lasciate lavorare la testa di un amante per ventiquattr’ore, ed ecco cosa troverete. Alle miniere di sale di Salisburgo, si getta, nelle profondità abbandonate della miniera, un rametto d’albero spoglia a causa dell’inverno; due o tre mesi dopo lo si ritrae coperto di cristallizzazioni brillanti: i rami più piccoli, quelli che non sono più grossi della zampina di una cinciallegra, sono guarniti d’una infinità di diamanti, mobili e abbaglianti; è impossibile riconoscere il rametto primitivo. Quel che chiamo cristallizzazione, è l’operazione dello spirito che trae da tutto ciò che si presenta la scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato. Un viaggiatore parla della freschezza dei boschi d’aranci a Genova, sulla riva del mare, nei giorni brucianti dell’estate; che piacere gustare questa freschezza con lei! Un vostro amico si rompe un braccio a caccia; com’è dolce ricevere le cure di una donna che si ama! Essere sempre con lei e vederla amarvi continuamente, farebbe quasi benedire il dolore; e partite dal braccio rotto dell’amico, per non dubitare dell’angelica bontà della nostra innamorata. In una parola, basta pensare a una perfezione per vederla in ciò che si ama.
*L’anima, a sua insaputa annoiata di vivere senz'amare, convinta malgrado se stessa, dall’esempio delle altre donne, dopo aver superato tutti i timori della vita, scontenta della triste soddisfazione dell’orgoglio, s’è fatta, senza accorgersene, un modello ideale. Essa incontra un giorno un essere che assomiglia a questo modello, la cristallizzazione riconosce il suo oggetto dal turbamento che ispira e consacra per sempre al padrone del suo destino ciò che essa sognava da tanto tempo.
*Il fluido nervoso negli uomini è consumato dal cervello e nelle donne dal cuore; è per questo ch’esse sono più sensibili. Un intenso lavoro obbligato, e nel mestiere che abbiamo fatto tutta la vita, ci consola, ma per loro niente può consolarle se non la distrazione.
*Nelle donne tenere che non hanno avuto molti amanti, il pudore è un ostacolo alla disinvoltura dei modi, e ciò le espone a lasciarsi un po’ guidare dalle loro amiche che non hanno da rimproverarsi la stessa mancanza, essere prestano attenzione ad ogni caso particolare, invece di rimetterci ciecamente all’abitudine. Il loro pudore delicato comunica alle loro azioni un che di impacciato; a forza di esser naturali esse danno l’impressione di mancare di naturalezza; ma questa goffaggine ha della grazia celeste.
* Ci sono due disgrazie al mondo: quella della passione contrastata e quella del vuoto assoluto. Con l’amore, sento che esiste a due passi da me una felicità immensa e al di là di tutti i miei desideri, che non dipende che da una parola, da un sorriso. Senza passione come Schiassetti, nei giorni tristi, non vedo la felicità da nessuna parte, arrivo a dubitare che essa esista per me, cado nello ''spleen''. Bisognerebbe essere senza passioni forti e avere solo un po’ di curiosità o di vanità.
* Se c’è naturalezza perfetta, la felicità di due individui arriva a fondersi. A causa della simpatia e di parecchie altre leggi della nostra natura, questa è semplicemente la più grande felicità che possa esistere. È tutt’altro che facile determinare il senso di questa parola: naturalezza, condizione necessaria della felicità che si ottiene con l’amore.
* Un uomo sensibile, dal momento in cui il suo cuore è emozionato, non trova più in sé tracce d’abitudine per guidare le sue azioni; e come potrebbe seguire un cammino di cui non ha più la traccia? Egli sente il peso immenso che si attacca ad ogni parola che egli dice all’oggetto amato, gli sembra che una parola deciderà della sua sorte. Come potrà non cercare di dire bene? O almeno come non avere la sensazione di dir bene? Da quel momento non c’è più candore, questa qualità di un’anima che con fa alcun ritorno su di sé. Si è quel che si può, ma si sente quello che si è.
* Quel che è forse più saggio, è di farsi confidenti di se stessi. Scrivete stasera sotto falsi nomi, ma con tutti i particolari interessanti, il dialogo che avete appena avuto con la vostra amica, e la difficoltà che vi turba. Tra otto giorni se voi provate l’amore- passione, sarete un altro uomo, e allora, consultando il vostro scritto, voi potrete darvi un buon consiglio.
* Tra uomini, quando si è più di due e l’invidia è possibile, la correttezza obbliga a parlare soltanto di amore fisico; guardate la fine delle cene tra uomini.
*Più grande è la noia della vita abituale, più sono attivi i veleni chiamati gratitudine, ammirazione, curiosità. Occorre allora una rapida, pronta ed energetica distrazione.
*L’amore è un fiore delizioso, ma bisogna avere il coraggio di andare a coglierlo sui bordi di un precipizio spaventoso. Oltre al ridicolo, l’amore vede sempre al suo fianco la disperazione d’esser lasciato dall’oggetto amato, e non resta più che un ''dead blank'' per tutto il resto della vita.
* Quello che mi fa credere i Werther più felici, è che Don Giovanni riduce l’amore a essere soltanto un affare ordinario, invece di avere come Werther delle realtà che si modellano sui suoi desideri, ha dei desideri soddisfatti imperfettamente dalla fredda realtà, come nell’ambizione, l’avarizia e le altre passioni. Invece di perdersi nei sogni incantatori della cristallizzazione, egli pensa come un generale al successo delle sue manovre, e in una parola uccide l’amore invece di goderne più di un altro come crede la gente comune.
{{NDR|Stendhal, ''Dell'amore'', traduzione di Maddalena Bertelà, Aldo Garzanti Editore, 1976}}
 
==[[Incipit]] di alcune opere==
*Stendhal, ''Il rosso e il nero (Cronaca del 1830)'', traduzione di Alfredo Fabietti, Mondadori, Milano, 1990.
*Stendhal, ''Il rosso e il nero'', traduzione di [[Massimo Bontempelli]], Newton Compton editori, 1994.
*Stendhal, ''Dell'amore'', traduzione di Maddalena Bertelà, Aldo Garzanti Editore, 1976
*Stendhal, ''Vanina Vanini e altre "Cronache italiane"'', traduzione di [[Maria Bellonci]], BMM 1961.
*Vittorio Del Litto, ''Stendhal'', traduzione di Mirella Brini, CEI, Milano, 1967.