Simon Scarrow

scrittore britannico

Simon Scarrow (1962 — vivente), scrittore britannico.

Simon Scarrow

Incipit di alcune opereModifica

Saga Le aquile dell'imperoModifica

Sotto l'aquila di RomaModifica

«Non va bene, signore, il bastardo è completamente bloccato.»
Il centurione si appoggiò al carro e fece una pausa per riprendere fiato. Attorno a lui una ventina di legionari sfiniti erano immersi fino alla vita nella melma maleodorante della palude. Dal ciglio della strada il generale seguiva i loro sforzi con crescente frustrazione. Si stava imbarcando su una delle navi da evacuazione quando era giunta la notizia che il convoglio era uscito di strada. Aveva immediatamente preso uno dei pochi cavalli rimasti ed era tornato al galoppo, attraversando la palude, per esaminare la situazione in prima persona. Appesantito dall'ingombrante cassa poggiata sul pianale, il carro resisteva a ogni sforzo fatto per smuoverlo. Non vi erano altri aiuti poiché la retroguardia, avendo finito di caricare, si era già imbarcata. Solo il generale, quegli uomini e un esiguo reparto di ricognitori della cavalleria dividevano il carro dall'esercito di Caswollan che era alle calcagna degli ex invasori romani.
Il generale si lasciò sfuggire un'imprecazione e, dal vicino boschetto dove era stato legato, il suo cavallo alzò la testa allarmato. Il carro era ormai perso, era evidente, e la cassa era troppo pesante per portarla fino all'ultima nave che aspettava all'ancora. Per ragioni di sicurezza, la chiave era rimasta al quartier generale, ormai in mare aperto, e la cassa era stata costruita in modo da renderne impossibile l'apertura senza gli strumenti adatti.
«E adesso, signore?», chiese il centurione.
Il generale guardò fisso a lungo la cassa, in silenzio. Non c'era niente che potesse fare, davvero niente.
Carro, cassa e contenuto non si sarebbero spostati. Per un momento non osò pensarci, poiché la perdita della cassa avrebbe riportato i suoi progetti politici indietro di almeno un anno. In quell'angosciante momento di indecisione, un corno di battaglia risuonò nelle vicinanze. Stravolti dal terrore, i legionari si precipitarono a riprendere le armi lasciate sulla strada.
«Rimanete al vostro maledetto posto!», ruggì il generale. «Non vi ho ordinato di muovervi!».
Tale era la profondità della soggezione e del rispetto per il proprio comandante che i legionari, nonostante il nemico fosse così vicino, si fermarono. Con un'ultima occhiata alla cassa, il generale annuì prendendo la sua decisione.

Roma alla conquista del mondoModifica

«Non mi va di puntare su quello alto», borbottò il centurione Macrone.
«Per quale motivo, signore?»
«Ma guardalo, Catone! È pelle e ossa. Non durerà a lungo contro l'avversario». Macrone indicò con un cenno del capo l'altro lato dell'arena improvvisata, dove un prigioniero tarchiato stava ricevendo uno scudo e una spada corta. L'uomo prese con riluttanza quelle armi sconosciute e adocchiò il suo avversario. Catone tornò a esaminare il Britanno alto e magro, vestito soltanto di un piccolo guardareni di pelle. Uno dei legionari addetti all'arena gli infilò in mano una lunga fuscina. Il Britanno la soppesò e regolò la presa per ottenere il massimo bilanciamento. Dava l'impressione di conoscere le proprie armi e si muoveva con una certa padronanza.

La spada di RomaModifica

Il bagliore dei lampi illuminò per un istante il tumulto delle onde attorno alla nave. La furia spumeggiante delle acque si immobilizzò quando le ombre dei marinai e del sartiame si stagliarono nette sul punte della trireme illuminato a giorno. Poi la luce svanì e l'oscurità inghiottì di nuovo la nave. Basse nel cielo incombevano enormi nuvole nere, fluttuanti sulle onde grigie spinte da nord. L'ora del tramonto era ancora lontana, ma l'equipaggio e i passeggeri terrorizzati ebbero l'impressione che il sole avesse ormai da tempo abbandonato la terra. Solo un'indistinta macchia grigio chiaro a ovest della linea dell'orizzonte ne indicava il passaggio. La flotta si era completamente sparpagliata e il prefetto, da poco designato al comando dello squadrone di triremi, imprecava violentemente. Tenendosi saldamente aggrappato con una mano a uno strallo, con l'altra si riparava gli occhi dagli spruzzi gelidi mentre scrutava la superficie spumeggiante delle onde.
Solo due navi della sua flottiglia erano ancora in vista: riapparvero come sagome scure e traballanti quando la sua ammiraglia venne sollevata sulla cresta di un'onda gigantesca. Le due imbarcazioni erano state sospinte lontano a oriente e, dietro di esse, doveva necessariamente trovarsi il resto della flotta, disperso nel mare in tempesta. Avrebbero ancora potuto farcela a guadagnare l'accesso al canale che conduceva nell'entroterra verso Rutupiae. La nave ammiraglia, invece, non aveva speranze di raggiungere la grande base di approvvigionamento che riforniva di armi e vettovaglie l'intero esercito romano. Era lì, in quella zona interna, al sicuro dell'accampamento invernale, che le legioni si preparavano per la ripresa della campagna di conquista della Britannia. Nonostante tutti gli sforzi degli uomini ai remi, la nave continuava a essere spinta alla deriva, e si allontanava sempre più da Rutupiae.

Roma o morteModifica

«Fermi!», gridò il legato alzando un braccio.
La scorta a cavallo dietro di lui tirò le redini, e Vespasiano tese l'orecchio per afferrare il suono che aveva udito un momento prima. Non più coperto dal pesante rumore di zoccoli sull'accidentata pista nativa, il debole e aspro squillo dei corni di guerra britanni giunse dalla direzione di Calleva, distante alcune miglia. La vasta e caotica città era la capitale degli Atrebati, una delle poche tribù alleate di Roma, e per un attimo il legato si chiese se il comandante nemico, Carataco, avesse portato uno sfrontato attacco alle retrovie delle forze romane. Se Calleva era sotto attacco...
«Andiamo!»
Affondando i tacchi degli stivali nei fianchi del cavallo, Vespasiano si piegò sull'animale spronandolo su per il pendio. Gli uomini della scorta, una dozzina di esploratori della Seconda Legione, lo seguirono. Avevano il sacro dovere di proteggere il loro comandante.

La battaglia finaleModifica

«Quanto manca ancora per raggiungere il campo?», chiese il Greco, voltandosi di nuovo indietro per guardarsi alle spalle. «Ce la faremo prima che faccia buio?».
Il decurione al comando della piccola scorta a cavallo sputò un semetto di mela e ingoiò il boccone di polpa aspra prima di rispondere.
«Lo raggiungeremo in tempo, non vi preoccupate, signore. Mancheranno cinque o sei miglia, a occhio e croce, non di più».
«E non possiamo andare più veloci?».
All'ennesima occhiata che l'uomo si lanciava alle spalle, il decurione non poté più resistere alla tentazione di guardare anch'egli indietro lungo il tragitto percorso. Non c'era più nulla da vedere, però, il sentiero era sgombro fino al canalone che separava due colline ricoperte di folti boschi luccicanti per la calura. Su quel snetiero erano soli e lo erano sempre stati sin da quando erano partiti dall'avamposto fortificato a mezzogiorno. Da quel momento, il decurione, i dieci soldati a cavallo della scorta al suo comando e il Greco con le sue due personali guardie del corpo si erano sempre tenuti in marcia puntando in direzione del campo del generale Plauzio. Vi si trovavano acquartierate tre legioni e una decina di unità ausiliarie con l'ordine di lanciare un decisivo colpo finale contro Carataco e la sua orda di guerrieri provenienti dalle tribù ancora in aperta guerra contro Roma.
Per quali faccende quel greco dovesse incontrarsi con il generale Plauzio era motivo di grande curiosità per il decurione. Alle prime luci dell'alba, il prefetto della coorte di cavalleria tungra gli aveva ordinato di prendere gli uomini migliori del suo squadrone e scortare il Greco dal generale. Il decurione aveva eseguito l'ordine senza fare domande, ma a quel punto, sbirciando il Greco con la coda dell'occhio, la curiosità iniziava a essere sempre più pressante.
Quell'uomo puzzava di ricchezza e classe nonostante il semplice mantello e la tunica di tessuto rosso che indossava. Aveva le unghie delel mani perfettamente curate, notò quasi con disgusto il decurione, e dai radi capelli scuri e dalla barba emanava un effluvio di costosa pomata al limone. Non indossava gioielli alle mani, ma strisce di pelle più chiara indicavano chiaramente che l'uomo aveva l'abitudine di fare grande sfoggio di anelli. Storcendo la bocca, il decurione capì che doveva essere uno dei liberti greci insinuatisi nel cuore pulsante della burocrazia imperiale. Il fatto che si trovasse in quel preciso momento in Britannia - e soprattutto il suo plateale tentativo di non attirare su di sé attenzioni - poteva significare solo che stava svolgendo una missione di tale segretezza da non poter essere affidata nemmeno ai messaggeri imperiali.

La profezia dell'aquilaModifica

Le tre navi si sollevarono quando la leggera brezza passò sotto la chiglia. Dall'alto ponte di comando del mercantile, il porto di Ravenna divenne visibile per un momento prima che le imbarcazioni ricadessero nel solco dell'onda. Il mercantile era bloccato tra due agili liburne, assicurate alla nave da rampini legati ai robusti alberi su entrambi i lati. I pirati a bordo delle liburne avevano ritirato i remi e calato le rande alla svelta prima di sciamare sul mercantile. L'assalto era stato sofferto e sanguinoso.
Sul ponte erano disseminate le prove della furia degli assalitori: i corpi straziati dei marinai, riversi sulle macchie scure di sangue sul fasciame liscio e consumato. Tra di essi giacevano i cadaveri di una ventina di pirati. Dal ponte di comando, il capitano della liburna più grande guardava accigliato la scena. Avevano perso anch'essi molti uomini nell'assalto della nave. Di solito, l'urlante orda di uomini armati che si riversava a bordo spaventava a tal punto le sue vittime che esse deponevano le armi e si arrendevano all'istante. Non questa volta.
L'equipaggio del mercantile, insieme a un gruppo di passeggeri, aveva affrontato i pirati proprio sulla balaustra della nave e cercato di respingerli con una coraggiosa determinazione che il capitano non ricordava di aver mai visto - di certo non nella lunga serie di navi commerciali che con i suoi uomini aveva depredato negli ultimi mesi. Armati di picche, gaffe, caviglie e qualche spada, i difensori avevano tenuto testa più a lungo possibile prima di vedersi costretti a cedere di fronte alla superiorità numerica di uomini meglio armati.

L'aquila dell'imperoModifica

Il centurione Macrone fu il primo a notarli: un piccolo gruppo di uomini con i cappucci sulla testa che si immettevano con aria indifferente nella strada gremita di gente da un vicolo buio e si mescolavano alla folla di persone, animali e carretti diretti verso il grande mercato nel cortile esterno del tempio. Anche se era solo metà mattina, il sole batteva a picco su Gerusalemme, riempiendo l'aria degli stretti vicoli di un miscuglio soffocante di profumi intensi: gli odori familiari delle città di tutto l'impero, e altri profumi insoliti evocati dall'Oriente - spezie, cedro e balsamo.
Sotto il sole accecante e l'aria rovente, Macrone sentiva il sudore pizzicargli il volto e il corpo, e si chiese quanto un uomo potesse resistere incappucciato con quel caldo. Fissò il gruppo che percorreva la strada, a meno di venti passi davanti a lui. Non parlavano tra loro, e sembravano rendersi conto appena della ressa di gente intorno mentre si muovevano seguendo la massa. Macrone spostò nell'altra mano le briglie del mulo e diede un colpo di gomito al compagno, il centurione Catone, che montava al suo fianco alla testa di una piccola colonna di reclute ausiliarie che si trascinavano alle spalle dei due ufficiali.

Il centurioneModifica

Mentre il crepuscolo calava sul porto, il comandante della coorte s'affacciò dalla scogliera per scrutare il fiume. Una bruma leggera ricopriva l'Eufrate, espandendosi oltre le sue sponde e risalendo alta fin sopra le cime degli alberi che le costeggiavano: faceva pensare al ventre liscio di un serpente che striscia sinuoso attraverso il territorio. Quell'immagine fece rizzare i capelli sulla nuca del centurione Castore, che si strinse il manto intorno al corpo, strizzò leggermente le palpebre e fissò lo sguardo su quelle terre che si espandevano dall'altra parte dell'Eufrate: le terre dei Parti.
Era passato più di un secolo da quando Roma s'era scontrata per la prima volta con i Parti, e da quel momento in poi i due imperi avevano ingaggiato una battaglia letale per la conquista di Palmira e delle terre situate ad est della provincia romana della Siria. E adesso che Roma era intenta a negoziare un trattato più stretto con Palmira, la sua influenza s'era espansa fino alle rive dell'Eufrate, proprio ai confini con i territori del suo vecchio nemico. Non c'era più nessuno stato cuscinetto fra Roma e la Partia ed erano in pochi a dubitare che quanto prima quella latente ostilità si sarebbe tramutata in un rinnovato conflitto. Le legioni di stanza in Siria si stavano già preparando a una campagna, quando il centurione e i suoi uomini avevano oltrepassato a passo di marcia le porte di Damasco.
Quel pensiero indusse il centurione Castore a tornare a dolersi amaramente degli ordini ricevuti da Roma di condurre una coorte di ausiliari attraverso il deserto, oltre Palmira stessa, per erigere un avamposto fortificato qui sulle scogliere sopra l'Eufrate. Palmira era a otto giorni di marcia verso occidente e i soldati romani più prossimi erano di stanza ad Emesa, a ulteriori sei giorni di distanza da Palmira. Castore non s'era mai sentito tanto isolato in vita sua. Lui e i suoi quattrocento uomini si trovavano ai margini stremi dell'impero, appostati su quella scogliera per captare ogni minimo segnale d'attacco proveniente dalla Partia, sulla sponda opposta dell'Eufrate.

Il gladiatoreModifica

«Dovremmo raggiungere Matala alla prossima bordata», annunciò il capitano riparandosi gli occhi e guardando la costa cretese, baciata dal sole del tardo pomeriggio. Accanto a lui, sul ponte, si trovavano alcuni passeggeri: un senatore romano, sua figlia e due centurioni, tutti diretti a Roma. I quattro erano saliti a bordo a Cesarea, insieme all'ancella della figlia, una giovanissima giudea. Il capitano era orgoglioso del proprio vascello. La Horus era una vecchia nave proveniente da Alessandria, e un tempo faceva parte della flotta che trasportava granaglie a Roma da tutto il Mediterraneo. Nonostante i tanti anni di servizio, la nave era ancora robusta e teneva bene il mare; d'altra parte, il capitano era un uomo sicuro di sé, e aveva tutta l'esperienza necessaria per allontanarsi dalla costa, se necessario. Di conseguenza, una volta lasciato il porto di Cesarea, la Horus aveva puntato direttamente verso il largo, ed era giunta in vista della costa cretese dopo una navigazione di tre giorni.

La legioneModifica

Il comandante della stazione di approvvigionamento navale di Epichos stava consumando il suo pasto del mattino quando l'optio responsabile del turno di guardia arrivò a fare rapporto. Dalle prime luci dell'alba aveva iniziato a cadere una pioggerella sottile – la prima precipitazione dopo lunghi mesi di siccità – e il mantello dell'optio era ricoperto di minuscole gocce simili a perline di vetro.
«Cosa c'è, Settimo?», chiese in maniera stringata il trierarco Filippo, inzuppando un grosso pezzo di pane nella piccola ciotola colma di garum che aveva davanti. Era sua abitudine fare un giro di controllo nella piccola fortificazione e poi rientrare nelle sue stanze per la colazione, senza più essere interrotto.
«Vengo a riferire l'avvistamento di una nave, signore. Si dirige verso di noi lungo la costa».
«Una nave, dici? Del resto questa è una delle vie marittime più affollate dell'impero». Filippo fece un profondo sospiro per tentare di contenere l'insofferenza. «E il classiario di vedetta ritiene forse che la cosa sia insolita?»
«È una nave da guerra, signore, e si sta dirigendo verso l'imboccatura della baia».

Il pretorianoModifica

Quando attraversò il confine della provincia della Gallia Cisalpina, il piccolo convoglio di carri coperti viaggiava ormai da dieci giorni. Sulle montagne che svettavano a Nord, oltre la strada, era già caduta la prima neve: le cime rilucevano contro l'azzurro intenso del cielo. L'inverno, seppur precoce, era stato clemente che marciavano in coda alla colonna e, nonostante la gelida aria pungente, non c'era stato un solo giorno di pioggia da quando avevano lasciato la zecca imperiale con sede a Narbo Martius, nella Gallia Narbonense. La temperatura rigida aveva indurito il terreno, rendendolo ottimale per le ruote dei carri stracarichi.
Il tribuno pretoriano al comando anticipava di poco la testa del convoglio e quando la strada raggiunse la cima di una collina, diede un leggero strattone alle redini, facendo fermare il cavallo. Di fronte a lui la strada si allungava in linea retta seguendo l'ondulazione naturale del terreno. Il tribuno aveva una vista chiara e tersa della città di Ausculum, distante appena qualche miglio, in cui avrebbe dovuto incontrarsi con la scorta a cavallo inviata dalla Guardia pretoriana di Roma, il corpo scelto di soldati incaricati di proteggere l'imperatore Claudio e la sua famiglia. La centuria di ausiliari che aveva scortato i quattro carri da Barbo Martius sarebbe poi tornata indietro alle caserme nei pressi della zecca, lasciando che, per il resto del viaggio fino alla capitale, della protezione del piccolo convoglio si occupassero i pretoriani sopraggiunti, al comando del tribuno.

Il sangue dell'imperoModifica

Febbraio, 51 d.C.

La colonna di cavalieri arrancava lungo il sentiero che conduceva alla cima della piccola altura quando il comandante alzò una mano segnalando di fermarsi e tirò le redini. La pioggia recente aveva trasformato il terreno in una distesa sconnessa e dissestata di fango appiccicoso, e i destrieri della cavalleria sbuffavano e ansimavano, mentre i loro zoccoli venivano catturati dal pantano. Nell'aria fresca risuonava lo scalpiccio bagnato dei cavalli che rallentavano per poi fermarsi, soffiando sbuffi di fiato umido. Il comandante indossava uno spesso mantello rosso sopra il pettorale splendente, attraversato da bande annodate che stavano a indicare il suo grado. Era il legato Quintato, comandante della Quattordicesima Legione, responsabile della difesa della frontiera occidentale della provincia della Britannia, recentemente annessa all'impero.
Non era un compito facile, rifletté amaramente fra sé. Erano passati ormai otto anni da quando l'esercito era sbarcato sull'isola che si trovava ai confini del mondo conosciuto. A quel tempo, Quintato era un tribuno poco più che ventenne, pervaso dal senso del dovere e dal desiderio di conquistare gloria per se stesso, per Roma e per il nuovo imperatore Claudio. L'esercito si era fatto strada combattendo verso l'entroterra, sconfiggendo la potente forza messa insieme dalle tribù indigene, sotto il comando di Carataco. Battaglia dopo battaglia, avevano sopraffatto i nativi, finché, alla fine, le legioni erano riuscite ad annientare i guerrieri dopo una strenua, ultima resistenza davanti alla loro capitale, Camulodunum.

Sotto un unico imperoModifica

Roma, febbraio 52 d.C.

Le strade della capitale erano affollate di gente che godeva il caldo eccezionale fuori stagione. Era da poco passato mezzogiorno e il sole splendeva nel cielo limpido. Musa avvertì che lo stavano seguendo ancor prima di scorgere chi fosse il suo inseguitore. Era quello l'istinto che all'inizio aveva attirato l'attenzione del suo padrone: l'innata capacità di fiutare il pericolo. Una qualità inestimabile per il suo lavoro. La piccola fortuna che era stata spesa per insegnargli il mestiere dopo che era stato tolto dalle strade dell'Aventino, aveva affinato la sua intelligenza vivace e i suoi riflessi pronti.
Era esperto come ogni altra spia che lavorava al di fuori del palazzo imperiale. Sapeva come fare gli appostamenti senza essere notato e come uccidere senza far rumore. Come sfigurare e sbarazzarsi di un corpo, così da correre il minimo rischio che qualcuna delle sue vittime venisse trovata, e ancor meno identificata. Sapeva come cifrare un messaggio e come decifrarlo, quali veleni agivano in modo più efficace, senza lasciare tracce che li rilevassero. Musa sapeva come pedinare un uomo nella folla e come seguirlo in vicoli pressoché deserti senza mai farsene accorgere.

Per la gloria dell'imperoModifica

Ottobre, 52 d.C.

«Che ne pensi?», chiese il prefetto Catone, osservando dall'alto di un declivio l'insediamento fortificato che si estendeva sul fondo della vallata. Non era certo formidabile come quelle fortezze di collina che aveva visto nelle terre meridionali della Britannia, ma i Deceangli avevano comunque eretto delle buone difese. L'insediamento era stato costruito su un terreno rialzato vicino al fiume che scorreva rapido attraverso la valle. Un profondo fossato circondava una fortificazione di torba sormontata da una solida palizzata e agli estremi del perimetro erano stati posti dei cancelli d'entrata fortificati da dove, arroccate su torrette, le sentinelle sorvegliavano l'area circostante. Catone stimò che all'interno di quelle difese dovevano esserci diverse centinaia di capanne circolari, oltre a molti animali e a quello che sembrava essere un ammasso di tende: le coperture dei pozzi in pietra che i nativi usavano per immagazzinare i cereali.
Accanto al giovane ufficiale, Macrone, il centurione dal volto grinzoso, strizzava gli occhi nella luce del pomeriggio inoltrato che inondava la vallata, dando un bagliore brunito ai campi pieni di stoppie e ai rami verde scuro dei pini che ricoprivano le colline su entrambi i lati dell'insediamento. I due uomini si erano tolti gli elmi e li avevano lasciati nelle mani della piccola pattuglia che li attendeva dall'altro lato del crinale, la stessa che aveva fatto rapporto riguardo alle attività insolite che erano avvenute il giorno prima al villaggio. Grazie ai mantelli marrone spento e al loro avanzare furtivo verso quella posizione privilegiata tra gli alberi rachitici del colle, Catone e Macrone erano riusciti ad evitare gli occhi nemici e a passare al vaglio i preparativi dei guerrieri Deceangli.

L'armata invincibileModifica

Provincia della Spagna Tarragonese, inizio dell'estate 54 d.C.

Dalla folla si levarono grida di rabbia quando il prigioniero fu trascinato sotto l'accecante luce del sole, che inondava il foro nel cuore di Asturica Augusta. Era rimasto in catene in una delle umide celle sotto il palazzo del senato per più di un mese, nell'attesa che il magistrato romano tornasse dalla sua tenuta di campagna e pronunciasse la sentenza. Adesso il giudice si trovava sui gradini del senato, circondato dagli altri notabili della città, tutti vestiti con le loro toghe più eleganti e le tuniche ricamate, pronto a emettere il giudizio. Ma nella mente della folla c'erano ben pochi dubbi, così come in quella del prigioniero, riguardo la sua sorte.
Iskerbeles aveva aggredito e ucciso il funzionario che si era presentato al suo villaggio per esigere schiavi come pagamento del debito nei confronti di un senatore di Roma immensamente ricco. Aveva ucciso l'uomo davanti a centinaia di testimoni e i soldati ausiliari che stavano accompagnando lo sventurato liberto mandato a riscuotere il debito. Non importava che il funzionario avesse appena dato ordine di sequestrare dieci bambini del villaggio e che il colpo fosse inferto in un accesso di rabbia.

La spada dell'imperoModifica

Roma, fine del 54 d.C.

Cominciò, come accade sempre, a causa di qualche bicchiere di troppo. Non che le risse fossero una rarità, nella Suburra, men che meno nella locanda che si chiamava Romolo e la Lupa, ben nota per il suo vino da due soldi, le sue ragazze sempre allegre e per gli informatori che vendevano notizie sulle squadre degli aurighi nelle corse dei carri. Era uno dei più grossi rifugi per ubriachi dei bassifondi, e occupava l'intero pianterreno di un edificio di insulae all'angolo di una piccola piazza. Un lungo bancone correva lungo la parete in fondo, e lì il proprietario, Tribonio, gestiva un gruppetto di donne pesantemente truccate che offrivano da bene ai clienti, insieme a qualche pasto e ad altri servizi per chi voleva soddisfare appetiti più carnali. Due grossi uomini se ne stavano accanto a ciascuna delle entrate che davano sulla strada, per controllare che i clienti non fossero armati, prima di permettere loro di entrare. Alcuni osti si rifiutavano di prendere certe precauzioni per timore di allontanare potenziali clienti, ma Tribonio era in affari da più di vent'anni, e aveva una clientela fissa che accettava le sue regole per poter godere dei piaceri che si trovavano nella sua taverna.
Quella notte, circa un mese dopo la morte dell'imperatore Claudio, stava piovendo, e le strade di Roma scintillavano sotto lo scroscio regolare dell'acqua. La dipartita di Claudio era stata salutata da un bel po' di cautela e ansia, da parte del popolo della capitale, e non era stato un bene per gli affari di Romolo e la Lupa, perché molti cittadini si tenevano il più possibile lontani dalle strade, temendo tumulti tra le fazioni rivali che sostenevano i due figli dell'imperatore, Nerone e Britannico. Il vecchio imperatore poteva anche essere stato un po' stordito e goffo, ma aveva dato sempre al popolo pane e giochi circensi, e soprattutto, il suo regno era stato stabile, senza la crudeltà e la spietatezza immotivate dei due imperatori che lo avevano preceduto. Ma la presenza di due eredi al più potente Impero del mondo conosciuto non poteva che portare, come minimo, a una serie di tensioni.
Nerone aveva sedici anni, e ne contava tre più di Britannico. Non era figlio naturale di Claudio, bensì il figlio dell'imperatrice Agrippina, che a sua volta era figlia del fratello di Claudio. Il matrimonio tra zio e nipote aveva richiesto di cambiare la legge, ma i senatori avevano deciso di perdonare un problema minimo come quello di un possibile incesto, pur di mantenere il favore dell'imperatore. Così, Nerone era diventato figlio adottivo di Claudio. Tuttavia, il figlio naturale di Claudio, Britannico, non aveva mai accettato il fratellastro, che ben presto era diventato anche il favorito dell'imperatore, a causa del potere che sua madre aveva sulla mente e sui desideri carnali di Claudio. Così, negli ultimi anni del suo regno, Claudio aveva involontariamente creato una rivalità che ora minacciava la pace di Roma. Sebbene l'imperatrice si fosse affrettata ad annunciare che suo figlio era salito al trono, si sapeva bene che Britannico e i suoi alleati non avevano accettato la situazione, e il popolo era di conseguenza preoccupato, mentre attendeva che la rivalità si risolvesse.

Lunga vita all'imperoModifica

Ctesifonte, capitale dell'impero dei parti, marzo, 55 d.C.

Il sole al tramonto illuminava un ampio tratto del fiume Tigri che luccicava come oro fuso come l'arancione pallido del cielo. L'aria era calma e fresca e le ultime nuvole del temporale che aveva colpito la città si erano spostate a sud, lasciando un leggero odore di ferro nel crepuscolo. Gli schiavi del palazzo reale correvano da una parte all'altra mentre preparavano la tenda a bordo fiume per la riunione di quella sera tra il re e i suoi consiglieri in cui si sarebbe discusso della recente minaccia romana nei confronti della Partia. Erano spronati dalle impazienti urla e dai fischi del ciambellano, un uomo molto esile, invecchiato anzitempo per l'ansia derivata dall'occuparsi dell'irascibile sovrano di un impero che si estendeva dall'argine del fiume Indo fino ai confini della provincia romana della Siria. Re Vologase era un uomo desideroso di far tornare in auge l'impero dei parti e non disposto a tollerare chiunque si frapponesse tra lui e il suo destino, nemmeno in piccolissima parte. Tantomeno nobili ribelli o servitori goffi e inefficienti. L'ultimo ciambellano non era riuscito ad assicurarsi che il cibo servito a un banchetto fosse abbastanza caldo una volta raggiunta la tavola reale. Per questo motivo era stato frustato quasi a morte prima di essere gettato per strada. L'attuale ciambellano era risoluto, nono avrebbe seguito il suo esempio, quindi malediceva e picchiava i suoi sottoposti mentre disponevano divani, pile di legna accanto ai bracieri e spessi paraventi ricamati sui tre lati del padiglione. Il quarto era stato lasciato aperto per permettere al re e ai suoi ospiti di godere della vista del fiume mentre il sole scompariva dietro l'orizzonte e le stelle spuntavano e iniziavano a luccicare sulle scure acque del fiume.

Il traditore di RomaModifica

Autunno, 56 d.C.

«Eccoli», mormorò il centurione Macrone guardando dall'altro lato del campo d'addestramento, verso la nuvola di polvere che annunciava l'avvicinarsi di una colonna di soldati. Smise di masticare un rametto di anice sfilacciato e lo gettò a terra, sputando poi la polpa fibrosa che gli era rimasta in bocca. Si girò verso il suo superiore, che sonnecchiava all'ombra di un cedro. Il tribuno Catone era un uomo snello ormai prossimo ai trenta. I capelli scuri erano stati tagliati il giorno precedente, e la barba ispida lo faceva sembrare una recluta. Nel sonno il suo volto sarebbe apparso sereno e giovanile, se non fosse stato per la cicatrice bianca che dalla fronte tagliava in diagonale il sopracciglio e la guancia destra. Era un veterano che aveva partecipato a numerose campagne, e ne aveva tutto l'aspetto. Accanto a lui riposava il suo cane, una bestia imponente dall'aspetto selvaggio con un pelo marrone e ispido. Un orecchio era stato dilaniato prima che Catone decidesse di prenderlo con sé l'anno precedente, durante la campagna in Armenia. Poggiava la testa sulle gambe del padrone, e di tanto in tanto scodinzolava a dimostrazione del proprio appagamento.
Macrone lo guardò in silenzio per qualche momento. Sebbene avesse prestato servizio per il doppio del tempo, aveva iniziato a capire che l'esperienza non era tutto. Un buon ufficiale doveva avere anche cervello. E muscoli, aggiunse fra sé alla lista. Forse Catone non disponeva di una grande forza fisica, ma compensava con il coraggio e la resistenza. Quanto a sé, Macrone accettava di buon grado che l'esperienza e la forza fossero le sue qualità principali. Sorrise mentre rifletteva sui motivi per cui erano amici da tutto quel tempo: entrambi compensavano la qualità di cui l'altro era carente. Quel rapporto regalava loro soddisfazioni da quasi quindici anni, durante i quali avevano partecipato a campagne in tutto l'Impero, dai gelidi argini del Reno ai cocenti deserti del confine orientale. I due ufficiali potevano vantare uno stato di servizio invidiabile, e cicatrici con cui dimostravano di aver versato sangue per Roma.
Tuttavia, Macrone aveva iniziato a domandarsi per quanto ancora avrebbe potuto sfidare le Parche. Fino ad allora lo avevano risparmiato, ma prima o poi anche la loro indulgenza sarebbe venuta meno. Che la sua morte fosse inflitta da una spada, una lancia o la freccia di un nemico, o causata da un evento inglorioso come una caduta da un cavallo o una malattia, sentiva che il momento era sempre più vicino. Ciò che temeva più di ogni altra cosa era una menomazione che lo avrebbe lasciato invalido per il resto dei suoi anni.

Impero senza confiniModifica

Roma, estate del 57 d.C.

Dal giardino dell'Orgoglio del Lazio si godeva una vista straordinaria sulla città. La taverna era posta in cima a una piccola altura poco distante dalla via Ostiensis, la strada che conduceva dal porto di Ostia alla città di Roma, distante all'incirca quindici miglia. Una leggera brezza soffiava tra i rami di un alto pioppo che cresceva nei pressi della taverna. Una serie di pergolati coperti da piante rampicanti schermavano i tavoli e le panche nel cortile dai soffocanti raggi del sole di metà pomeriggio. L'Orgoglio del Lazio era stata eretta in posizione strategica, affinché approfittasse al meglio del traffico di persone e merci. La strada veniva percorsa da mercanti e carrettieri che trasportavano beni verso la capitale da ogni regione dell'impero, funzionari e turisti che andavano e venivano dal complesso portuale recentemente completato di Ostia. C'erano viaggiatori che lasciavano Roma per attraversare l'oceano o, come nel caso del piccolo gruppo seduto al tavolo con la migliore vista su Roma, che tornavano nella capitale dopo un periodo di servizio lungo i confini orientali.
Erano in cinque, due uomini, una donna, un giovinetto e un grosso cane dall'aspetto selvaggio. Il proprietario della taverna li teneva d'occhio con attenzione mentre con un vecchio straccio ripuliva il bancone dalle formiche. Era abbastanza navigato da riconoscere un soldato quando ne vedeva uno, che fosse in uniforme o meno. Sebbene gli uomini indossassero leggere tuniche di lino piuttosto che le pesanti vesti di lana delle legioni, avevano il portamento dei veterani, e sfoggiavano le cicatrici di uomini che avevano vissuto una vita densa d'azione. Il più anziano del gruppo era più basso della media, ma vantava una stazza possente. I suoi capelli neri rasati erano screziati di grigio e i lineamenti pronunciati erano segnati da numerose cicatrici. Ma le rughe attorno agli occhi e ai lati della bocca e un sorriso spontaneo tradivano il suo buon cuore, oltre a essere i segni di un'esperienza di lungo corso guadagnata a fatica. Doveva avere una cinquantina di inverni alle spalle, stimò il locandiere, e doveva ormai essere al termine della sua carriera. Anche il secondo uomo, seduto accanto al bambino, aveva i capelli scuri, ma in tutta probabilità aveva più di un decennio in meno, forse poco più di trent'anni. Era difficile esserne certi, poiché aveva un'aria riflessiva e i suoi movimenti denotavano una grazia controllata che evidenziava una maturità solitamente tipica di persone più anziane. Se il suo compagno era basso, lui era alto, e laddove il vecchio soldato era tozzo e muscoloso, quello più giovane aveva una corporatura più longilinea.

Il gladiatoreModifica

La lotta per la libertàModifica

Il centurione Tito Cornelio Pollenio si asciugò il sudore sulla fronte mentre scrutava il campo di battaglia tutto attorno a lui. Il versante della collina era ricoperto di corpi che, nei punti in cui gli scontri erano stati più violenti, giacevano ammassati uno sull'altro. I suoi uomini erano alla ricerca di compagni feriti o di quel po' di bottino che era possibile recuperare dai nemici caduti. Qua e là si udivano le grida strazianti dei feriti che si contorcevano in mezzo a quella carneficina. Fra i corpi non mancavano quelli di legionari romani nelle loro tuniche rosse e nelle cotte di maglia, macchiate di sangue. Tito calcolò di avere perso alcune migliaia di compagni in quella battaglia. E tuttavia, le perdite romane non erano niente al confronto di quelle nemiche. Scosse il capo con ammirazione davanti agli uomini, e alle donne, contro cui fino a poco prima aveva combattuto tanto strenuamente. Si erano lanciati all'attacco senza altre armi che coltelli e utensili da agricoltura, e per lo più privi di armatura, perfino di scudo, con grida di rabbia e un coraggio disperato che gli ardeva negli occhi. Né l'una né l'altro, però, li avevano salvati dalla dalla disfatta contro i soldati meglio addestrati e adeguatamente equipaggiati del generale Pompeo, il comandante dell'esercito romano che aveva braccato e messo in trappola il nemico.
«Schiavi» borbottò fra sé mentre guardava quei corpi con rispetto. «Solamente schiavi».
Chi avrebbe mai pensato che uomini e donne, considerati dalla maggior parte dei romani poco più che utensili dotati di gambe, avrebbero avuto dentro di sé tanto ardore? Erano passati quasi due anni dall'inizio della rivolta degli schiavi, quando avevano sconfitto cinque legioni che Roma aveva inviato contro di loro. E avevano anche appiccato il fuoco a molte delle loro ville e saccheggiato le proprietà delle famiglie più potenti di Roma. Una volta, rammentò Tito, i rivoltosi avevano addirittura marciato su Roma stessa.

Guerra di stradaModifica

Nel momento stesso in cui arretrò nell'angolo del cortile, Marco seppe di avere commesso un errore fatale. Sentì il calzare sfregare contro l'intonaco crepato del muro e istintivamente fece un mezzo passetto in avanti per riconquistare terreno. Era quanto gli avevano insegnato alla scuola per gladiatori di Porcino: nello scontro, lasciarsi sempre possibilità di movimento, oppure cedere l'iniziativa all'avversario e affidarsi alla sua misericordia. Era una lezione che Tauro, il severo e crudele istruttore capo, aveva inculcato nella testa dei suoi allievi.
Marco era alto per la sua età; il duro addestramento gli aveva dato forza e resistenza, oltre a una certa abilità con la spada. Ma anche così, mentre fronteggiava il suo avversario, un uomo robusto sulla trentina, dai pieci veloci e dallo sguardo attento e capace di anticipare quasi ogni sua mossa, sapeva che le probabilità gli erano contro.
Sbatté gli occhi per scacciare una gocciolina di sudore e si sforzò di mettere da parte l'ansia. Sapeva che la sua unica speranza stava in un gesto inaspettato, qualcosa che il suo avversario non fosse pronto ad affrontare. Dal modo in cui l'uomo si muoveva e maneggiava il gladio, era evidente che aveva avuto un addestramento da soldato, o forse perfino da gladiatore, proprio come lui. Quando aveva sfoderato l'arma, aveva iniziato con finte e pigri affondi, ma via via che marco parava con sicurezza i suoi assalti, il ghighno iniziale che aveva sulla faccia era rapidamente sparito. C'era stata una breve pausa, mentre l'uomo arretrava di qualche passo per lanciare una nuova occhiata al suo giovane contendente.

Il figlio di SpartacoModifica

VendettaModifica

«Pronto?» chiese Festo.
Marco annuì e subito dopo si guardò attorno nella piazza del mercato di Lepanto, un porticciolo sulla costa del Golfo di Corinto. Sotto di loro il terreno digradava verso il mare, di un azzurro luminoso sotto il cielo limpido e il sole abbagliante del primo pomeriggio. Erano arrivati in città dopo aver e camminato per tutta la mattinata lungo la strada costiera, quindi si erano fermati per consumare un pasto semplice a base di stufato in una locanda accanto al mercato. Tra le bancarelle si aggirava ancora una discreta folla e attorno alla fontana sostavano i soliti capannelli di ragazzi, facili prede per l'occhio esperto di Marco.
«Dobbiamo proprio farlo?» chiese Lupo, il ragazzo seduto accanto a lui. Aveva diciassette anni, quattro più dell'amico, ma spesso venivano scambiati per coetanei. Mentre Lupo era magro e basse, Marco era alto, per la sua età. Il duro addestramento subito alla scuola di gladiatori, e poi sotto la guida di Festo quando entrambi si erano ritrovati al servizio di Giulio Cesare nella sua casa di Roma, gli avevano regalato un fisico muscoloso.

Roma, sangue e arenaModifica

La conquistaModifica

Roma, tardo 41 d.C.
Il gladiatore imperiale sbatté le palpebre lanciando schizzi di sudore e osservò immobile gli inservienti Caronte dell'anfiteatro trascinar via i cadaveri sparpagliati sul terreno di combattimento.
Dal punto del buio tunnel di accesso in cui si trovava, Gaio Nevio Capitone aveva un'ampia visuale del sanguinoso risultato della battaglia siulata. Al centro dell'Anfiteatro Statilio Tauro era stato grossolanamente ricostruito un villaggio celtico, disseminato di corpi massacrati. Capitone sollevò gli occhi verso le gallerie e individuò l'imperatore seduto sul podio circondato dalla sua cricca di liberti, che sgomitavano per attirare su di sé ogni attenzione imperiale, dai senatori e dagli alti sacerdoti seduti sul perimetro della pedana nelle loro tipiche toghe. Più in alto del podio, sui sedili marmorei delle gallerie superiori, l'impressionante calca del pubblico popolare. Udendo il boato della folla, Capitone si sentì fremere fin nelle ossa. Osservò un paio di Caronte che con un ferro arroventato pungolavano un barbaro accasciato a terra. L'uomo sobbalzò. Con una cascata di fischi il pubblico derise il bieco tentativo dell'uomo di fingersi morti; uno degli inservienti fece segno di avvicinarsi a uno schiavo con un enorme martello a doppia testa. Nel frattempo un secondo inserviente terminava di spargere nuova sabbia bianca sul terreno di combattimento chiazzato di sangue. Una volta terminato, si ritirarono tutti nel tunnel di accesso, sedendosi nell'ombra a pochi passi da Capitone.

La sfidaModifica

Roma, tardo 41 d.C.

Alla fioca luce del sole morente, l'optio Lucio Cornelio Macrone osservava gli operai smontare le tribune dell'anfiteatro temporeaneo, scuotendo la testa. I lavori di sgombero nel Foro di Cesare erano mastodontici. Appena qualche ora prima, nel pomeriggio, aveva assistito all'incontro in cui il giovane allievo Marco Valerio Pavone aveva sconfitto il barbaro Britomaris mandando il pubblico letteralmente in delirio. L'imperatore Claudio e il suo seguito di liberti, invece, sulle prime erano rimasti a osservare con glaciale disprezzo quell'espressione di adorazione nei confronti del figlio di un legato traditore di Roma, poi avevano abbandonato speditamente l'arena. Qualche minuto dopo anche il resto del pubblico si era riversato nelle strade, svuotando la cavea, e Pavone era stato rispedito nella scuola gladiatoria di Paestum. In quel momento sul Foro incombeva una quiete quasi sinistra: gruppi di inservienti spazzavano da terra le tesserae d'accesso in argilla gettate via e frammenti di boccali. Due schiavi si affannavano per issare, non senza difficoltà, il corpo di Britomaris su un barroccio.
«Per la miseria!», borbottò tra sé Macrone, scalciando, indispettito, un pezzo di boccale a terra. «A quest'ora avrei dovuto essere in Germania, non in questa dannata Roma».
«Puah! Ringraziali, gli dèi, invece di imprecarli!», lo rimbeccò il pretoriano a presidio dell'entrata dell'arena. Il compagno abbozzò un sorriso. I due avevano ricevuto l'ordine ben preciso di tenere d'occhio Macrone finché il braccio destro del segretario imperiale non fosse tornato da palazzo. «Se vuoi sapere come la penso io, amico, ritieniti fortunato a non essere stato eliminato. Di solito è questa la fine di tutti quelli che fanno girare le scatole agli imperatori e Claudio non fa certo eccezione». Ammiccò al compagno. «Il che mi ricorda una cosa. Come va la testa?».
Macrone si portò una mano sulla ferita e grugnì disgustato. Il sangue si era seccato, appiccicando insieme ciocche di capelli. Indispettito, ricordò il colpo che solo un istante prima dell'entrata dei gladiatori nell'arena gli aveva mollato proprio il pretoriano che in quel momento aveva di fronte. Steso da un dannato pretoriano, pensò con una fitta allo stomaco per l'umiliazione.

La spada del gladiatoreModifica

Capua, inizio del 42 d.C.

Il giovane gladiatore fu risvegliato bruscamente nel mezzo della notte da una pedata alle costole.
«Svegliati, inutile pezzo di merda!».
Sbattendo rapidamente le palpebre, Marco Valerio Pavone si mosse, rovesciandosi sulla sedia. Strizzò gli occhi nell'oscurità e mise a fuoco una guardia armata che gli torreggiava davanti; una seconda guardia attendeva sulla soglia dell'angusto cubicolo. Il giovane si portò una mano sulla costola dolorante e scosse la testa per scacciare il sonno.
«Che succede?», chiese con voce gracchiante.
«Murena vuole parlarti», gli ringhiò contro la guardia più vicina a lui.
Al sentir nominare Servio Ulpio Murena, il braccio destro del segretario imperiale, Pavone rabbrividì: Murena era uno dei tanti liberti esecutori del lavoro sporco per l'imperatore e Pavone aveva avuto la sfortuna di incrociarne il cammino ripetutamente, negli ultimi tempo.
«Quella serpe di un greco», mormorò a denti stretti. «Che vuole da me, adesso?»
«E che cazzo ne posso sapere io?», gli ringhiò di rimando la guardia afferrandolo per un braccio e strattonandolo in piedi. «Adesso muoviti! A Murena non piace aspettare!».

La rivincitaModifica

Roma, inizio del 42 d.C.

Lucio Cornelio Macrone, optio della Seconda legione, imprecò a denti stretti udendo riecheggiare nel tunnel dell'anfiteatro Statilio Tauro il boato della folla. Davanti a lui, in fondo al corridoio sottosanta la cavea, una nutrita colonna di gladiatori, criminali condannati e commedianti attendeva trepidante il segnale dell'editor. La tradizione dei giochi stabiliva che uscissero sfilando sulla distesa di sabbia sotto gli occhi degli spettatori, e solo a quel punto l'imperatore Claudio avrebbe ufficialmente dichiarato aperti i giochi. Macrone ricordava bene l'ordine della sfilata. Da bambino aveva assistito a parecchi giochi gladiatori; mai, però, avrebbe immaginato che un giorno sarebbe entrato nell'arena da protagonista. Allo squillo delle buccine e al segnale di movimento dato dagli inservienti, Macrone sentì salirgli un sapore amaro in bocca. Il corteo si mise in moto a scossoni. Avvicinandosi all'entrata, l'optio si sentì ribollire il sangue nelle vene.
«Condannato a combattere contro bestie feroci», brontolò tra sé e sé. «Mi porterò dietro questa vergogna finché sarò in vita».
«A qualcuno è toccata sorte peggiore», disse il giovane gladiatore al suo fianco con un eloquio forbito, indicando una fila di prigionieri di guerra sporchi e scapigliati esattamente davanti a loro, teste basse in avanti e spalle ricurve. «Una delle guardie dice che quei disgraziati dovranno fasciarsi di pelli animali per poi essere legati a dei pali di legno e sbranati dalle pantere».
«Non mi sembra proprio il momento di andare a cercare il pelo nell'uovo, adesso», ribatté Macrone. «Sto prendendo parte anch'io ai giochi, ragazzo! Un eroe di Roma! Non dovrei esserci proprio, qui».
«Nemmeno io», ribatté Pavone in tono altrettanto amareggiato. «Almeno a te tocca superare solo questa. Per me, invece, è la terza volta che combatto da gladiatore. Dovresti considerarti fortunato, dannazione».

Il campioneModifica

Roma, inizio del 42 d.C.

Marco Valerio Pavone lanciò uno sguardo intorno al Circo Massimo, mentre attendeva di vdere l'uomo che aveva ucciso suo padre. Decine di migliaia di spettatori avevano affrontato il gelo del mattino per riempire gli spalti dello stadio dedicato alle corse delle bighe, situato tra l'Aventino e il Palatino, sciamando dalle entrate che si trovavano sopra alle file di negozi al livello della strada e procedendo lungo le tribune per raggiungere i propri posti. Questa volta, invece di venire ad assistere alla solita corsa di carri, tutto quel pubblico si era recato al Circo Massimo per godersi un raro scontro di gladiatori. Il sole scintillava debolmente sopra al Palatino. Nuvole di fumo si sollevavano dalle centinaia di forge in mezzo ai lontani quartieri delle case popolari, mentre Roma si risvegliava lentamente. Dal suo sedile, su uno degli spalti più bassi, Pavone rabbrividì sotto alla brezza gelida che soffiava attraverso lo stadio, e tentò di calmare l'angoscia che gli bruciava nelle vene.
«Dove cazzo è Ermete?», imprecò il soldato seduto accanto al giovane gladiatore. «Mi sto gelando le palle, qua fuori».
Pavone si girò a guardare il suo vecchio compagno e mentore. L'optio Lucio Cornelio Macrone era stato di pessimo umore da quando i due uomini avevano raggiunto il Circo Massimo, quella mattina presto, per assistere a uno scontro di allenamento di Ermete, il gladiatore più acclamato di Roma, contro un avversario meno noto. Pavone si era svegliato all'alba nella sua cella del ludus imperiale, dove lui e gli altri gladiatori sarebbero rimasti rinchiusi per tutta la durata dei giochi, un festeggiamento di dieci giorni in occasione della deificazione della nonna dell'imperatore Claudio, Livia. Macrone si era presentato al ludus con l'ordine di scortare Pavone al Circo Massimo. Quell'escursione sarebbe dovuta essere un piacevole diversivo nella solita fatica degli allenamenti, ma Pavone provava un crescente disagio dentro al petto. Entro un paio di mesi, sarebbe sceso lui stesso nell'arena contro Ermete, la sua nemesi, in un combattimento all'ultimo sangue.

I conquistatoriModifica

La battaglia della morteModifica

Calleva, 44 d.C.

Una gelida folata attraversò il padiglione del quartier generale, quando il nuovo legato della Seconda Legione varcò a passo svelto l'ingresso.
«Attenti!», tuonò il prefetto dell'accampamento agli ufficiali seduti all'interno. «Ecco il legato». Gli ufficiali si zittirono e balzarono in piedi all'istante restando sull'attenti, mentre il legato gli marciava davanti. Lucio Eliano Celere annuì al prefetto. L'aria frizzante della notte gli aveva intorpidito mani e faccia. Era arrivato solo di recente da Roma per assumere il comando della legione e le condizioni penose dell'isola lo avevano quasi scioccato. Ogni giorno che passava si ritrovava ad agognare il delizioso calore della sua terra natia, la Campania. Superato il senso di freddo, Celere si avvicinò a una mappa di cartapecora, fissata a una cornice di legno davanti alla fila degli ufficiali radunati. Un giovane tribuno augusticlavio avanzò di un passo dal lato della mappa e gli porse un'asticella di legno. Celere lanciò un'occhiata al prefetto e drizzò le spalle.
«Grazie, Quito Silano». Il prefetto annuì. Voltandosi verso gli ufficiali, Celere gli parlò con voce melliflua da aristocratico. «Riposo, signori».

Il sangue del nemicoModifica

Noviomagus, inverno del 44 d.C.

Mentre la galea romana virava sul mare grigio e inquieto, l'optio Orazio Figulo se ne stava sul ponte di poppa a guardare verso la base navale davanti a loro. La struttura era stata costruita nell'ampio porto naturale che si allungava intorno alla nave sotto a un cielo freddo e pallido. Una fila di schiavi avanzava verso i moli, portando le vettovaglie da caricare su diverse navi attraccate. A est della base navale, Figulo notò un brulicante villaggio nativo: Noviomagus, capitale della tribù dei Regni, che erano tra i più fidi alleati di Roma in Britannia.
«Arriveremo in breve tempo», annunciò il trierarca, alzando la voce per farsi sentire al di sopra del forte vento che investiva la nave. «Grazie agli dèi», commentò tra i denti il legionario veterano accanto a Figulo. «Dannato mare! Preferirei imparare il greco, che trascorrere un altro istante su questa maledetta nave».

Il richiamo della spadaModifica

Lindinis, fine del 44 d.C. Forte della Seconda Legione

«Tre sei!», sbottò il legionario barbuto, levando un pugno in aria in segno di trionfo. «Sì!».
Orazio Figulo, il robusto giovane optio seduto di fronte a lui, fissò sgomento i tre dadi sul tavolo nella mensa dei soldati. Scosse la testa e borbottò un'imprecazione contro gli dèi e la sua sfortuna. Intorno alla mensa, gli altri dieci legionari del distaccamento sotto il suo comando continuarono a osservare la partita in silenzio, concentrati, in attesa del turno del gallo. Sul successivo tiro erano puntati cento sesterzi, l'equivalente di quasi un mese di paga per un ufficiale minore della Seconda Legione.
I soldati erano ormai alla fina di una lunga ed estenuante campagna in Britannia, che li aveva visti affrontare una lotta brutale contro le tribù ancora ostili alla loro presenza su quell'isola brulla e inospitale. Figulo e i legionari del suo distaccamento avrebbero dovuto giocare a dadi per tre mesi, sperperando una piccola fortuna in vino scadente, bloccati dall'inverno del loro forte, uno dei tanti sparsi per la provincia. Invece, si ritrovavano a doverlo trascorrere in quel remoto angolo della Britannia sud-occidentale.

L'erede al tronoModifica

Lindinis, fine del 44 d.C. Forte della Seconda Legione

Il pallido sole invernale batteva sulla palizzata del forte mentre l'optio Orazio Figulo e il suo compagno, il legionario Tito Terenzio Rullo, marciavano verso il campo di parata. Davanti a loro, una massa silenziosa di uomini della tribù dei Durotrigi, che rabbrividivano nella brezza gelida, alcuni pestando i piedi a terra nel tentativo di prevenirne l'intorpedimento.
Le reclute per la nuova guardia reale erano sorvegliate da un pugno di ausiliari batavi della guarnigione, le cui armature e gli elmi rilucevano uniformi nella flebile luce mattutina.
Era arrivato l'inverno in Britannia, e le strade principali erano ricoperte dai primi fiocchi di neve.
Questi barbari bastardi fanno pena, disse Rullo, il legionario veterano, scuotendo la testa con una risata disgustata. Ce n'è a malapena qualcuno decente. Ancora non riesco a credere che ci tocchi addestrarli, signore. Perché noi? Perché non farlo fare ai Batavi?.
Figulo guardò il legionario e sogghignò. Rullo era il soldato più anziano del piccolo distaccamento al suo comando, una mezza dozzina di combattenti estratti dai ranghi della Seconda Legione. Figulo e i suoi uomini erano arrivati a Lindinis diversi giorni prima, distaccati dalla legione con l'ordine di servire il legato imperiale, Numerio Scilla. Avevano avuto l'incarico di aiutare un re esiliato a riconquistare il trono dei Durotrigi, una delle tribù più bellicose della Britannia. Sopravvissuto a un attentato, Trenagaso non era riuscito a far molto per consolidare il potere sui suoi irrequieti sudditi. Quando poi le tensioni a Lindinis avevano iniziato ad affievolirsi, l'optio aveva avuto l'ordine di addestrare una nuova guardia del corpo reale per proteggere il re.

Muori per RomaModifica

Lindinis, inizio del 45 d.C.

Un rauco ruggito si levò dalla folla, mentre il prigioniero ribelle entrava nell'arena improvvisata. Si guardò intorno nervosamente, fissando gli spettatori sugli spalti di terra.
Dalla sua posizione elevata sulle tribune di legno, l'optio Orazio Figulo osservò un paio di sentinelle che trascinavano il corpo senza vita del precedente combattente. Il sangue ancora sgorgava da una profonda ferita al petto del britanno ucciso, lasciandosi dietro una scia brillante sull'erba. Il magro prigioniero ebbe un attimo di esitazione, nel vedere il cadavere, prima che uno dei legionari di turno nell'arena lo spingesse in avanti. A diversi passi di distanza di ergeva il suo avversario. Un durotrigio gigantesco, con il torso nudo coperto di tatuaggi e fremente di muscoli tesi. Brandiva una spada corta nella destra, e fissava minaccioso il suo nuovo avversario. L'uomo con la spada aveva già affrontato e battuto tre avversari in una serie di brutali scontri all'ultimo sangue, con il vincitore a cui era permesso di vivere per affrontare un altro combattimento. Ora la folla si zittì, in attesa dell'ultimo duello di giochi di quella giornata.
«Finirà tutto molto presto», commentò il legionario Vazia. «Il gladiatore magro non ha la minima speranza di farcela. Non contro quel grosso bastardo».

RevolutionModifica

La battaglia dei due regniModifica

Irlanda, 1769

Con un'ultima occhiata alla stanza in penombra, la levatrice si ritirò e si chiuse la porta alle spalle. Si girò verso la figura in fondo al corridoio. Pover'uomo, pensò, asciugandosi inconsapevolmente le mani forti nelle pieghe del grembiule. Non c'era un modo facile per dargli la cattiva notizia. Il bambino nono avrebbe superato la notte. Non ne dubitava, avendo fatto nascere più bambini di quanti riuscisse a ricordarne. Era nato almeno un mese prima del termine. C'era stato solo un guizzo di vita in quella creatura quando la signora l'aveva finalmente espulsa dall'utero con un lancinante urlo di dolore, poco dopo mezzanotte. Il risultato era stato uno smorto esserino che tremava, anche dopo che l'aveva lavato, gli aveva tagliato il cordone e l'aveva consegnato alla madre avvolto nelle pieghe pulite di una coperta per neonati. La signora aveva stretto il bambino al seno, travolta dal sollievo che il lungo travaglio fosse finito.
Era così che la levatrice l'aveva lasciata. Voleva che avesse qualche ora di consolazione prima che la natura facesse il suo corso e trasformasse il miracolo della nascita in una tragedia.

Il generaleModifica

Parigi, 1795

Era una calda giornata di agosto, e l'afa gravava sui tetti di tegole di parigi come una coperta, facendo stagnare nell'aria immobile gli odori della città: liquami, fumo e sudore. Nel suo ufficio all'angolo del Palazzo delle Tuileries, Lazare Carnot era seduto a un'ampia scrivania coperta di carte sistemate in scomparti etichettati. Il contenuto di ogni cassetta era stato messo in ordine di priorità dai suoi sottoposti, in modo che il cittadino Carnot - come gli piaceva farsi chiamare - potesse occuparsi in primo luogo dei documenti più urgenti, quelli che riguardavano le truppe francesi che lottavano per difendere la neonata Repubblica. Sin dall'esecuzione del re Luigi, i nemici della Francia l'avevano guardata come una mostruosa aberrazione. Monarchi e aristocratici in tutta Europa non avrebbero dormito sonni tranquilli finché la rivoluzione non fosse stata schiacciata senza pietà e i Borbone rimessi sul trono. Così, la guerra imperversava su tutto il continente, mentre enormi eserciti si scontravano sotto gli stendardi dell'Austria e del tricolore francese. E il compito di Carnot era quello di assicurarsi che i suoi compatrioti fossero organizzati e ben forniti, così da ottenere le vittorie che avrebbero garantito la sopravvivenza degli ideali della rivoluzione.
Le truppe avevano sempre fame di nuove reclute, nuove uniformi, nuovi stivali, polvere da sparo, moschetti, cannoni, cavalli freschi e di riserva per la cavalleria e tutte le minuzie dell'equipaggiamento militare necessarie a un esercito di muoversi e combattere. Ogni giorno, Carnot doveva gestire le richieste urgenti dei generali, accontentandoli al meglio con le risorse non infinite di cui poteva usufruire. Mancava tutto quello di cui avevano bisogno le truppe, in particolare il denaro. La tesoreria era pressoché vuota, e l'Assemblea Nazionale era stata costretta a stampare valuta cartacea - i cosiddetti "assegnati" - che veniva apertamente scambiata per una frazione del suo effettivo valore. Carnot sorrise amaramente al pensiero, mentre cominciava a controllare un'istanza per ottenere uniformi di artiglieria da una fabbrica tessile di Lione. Perlomeno, al governo non sarebbe costato nulla stampare altri assegnati per pagare quelle uniformi. E se il proprietario dello stabilimento tessile avesse subìto una perdita nel riutilizzarli, era un problema suo. Carnot prese la penna, la intinse nel calamaio e firmò con uno svolazzo: Cittadino Carnot, per conto del Comitato di Salute Pubblica.
Un nome ironico per un comitato, rifletté, considerando che i suoi membri erano responsabili della morte di migliaia di concittadini, con la scusa di salvaguardare i princìpi di libertà, uguaglianza e fratellanza. Il Comitato soffocava brutalmente sul nascere qualsiasi sintomo di dissenso all'interno dei confini francesi, mentre comandava la guerra contro i nemici esterni. Eppure, gli stessi membri del Comitato non erano al sicuro, come avevano scoperto Robespierre e i suoi seguaci giacobini, pagando con la testa l'imprudenza commessa. Carnot sospirò, facendo scivolare la richiesta firmata nello scomparto della posta in uscita.
A meno che le sorti della guerra non fossero cambiate e la situazione politica in Francia non si fosse stabilizzata, la rivoluzione avrebbe fallito, e tutto quello che il popolo aveva guadagnato e che avrebbe potuto guadagnare sarebbe andato perduto. E a quel punto, la vendetta dei monarchici, degli aristocratici e del clero sarebbe stata più spietata dei peggiori eccessi nei primi anni della rivoluzione.

A ferro e fuocoModifica

Parigi, dicembre 1804

Mentre la carrozza di Napoleone si fermava davanti a Notre-Dame, dall'enorme folla in attesa nell'aria gelida si levò un'acclamazione che riecheggiò per le massicce mura grigie. Gli edifici che un tempo circondavano la grande cattedrale erano stati abbattuti per fare spazio alla processione per l'incoronazione, e i parigini si erano assiepati nell'area delimitata dai granatieri dell'imperatore. I soldati stavano su due file lungo tutto il tragitto e i loro alti colbacchi coprivano gran parte della visuale, concedendo a chi stava dietro solo fugaci occhiate alle carrozze riccamente decorate e ai loro eleganti passeggeri. Tra le carrozze, trottavano squadroni di corazzieri con i pettorali talmente lustri che riflettevano le immagini distorte della scena circostante. L'imperatore, l'imperatrice, la famiglia imperiale, i marescialli e i ministri occupavano più di quaranta carrozze fabbricate appositamente per l'incoronazione. Parigi non aveva mai veduto nulla del genere: con un colpo solo Napoleone aveva eclissato la pompa e la magnificenza dei Borbone suoi predecessori.
A quel pensiero, Napoleone sorrise soddisfatto. Laddove i re di Francia avevano posseduto la corona semplicemente per diritto di nascita, lui l'aveva conquistata grazie alla sua abilità, al coraggio e all'amore del popolo francese. Era stato il popolo a concedergli la corona imperiale tramite un voto popolare in cui solo qualche migliaio di persone in tutto il Paese gli aveva negato il proprio sostegno. In cambio della corona, Napoleone aveva concesso loro la vittoria e la gloria e già la sua mente era affollata di progetti su come estendere ulteriormente quella gloria.

L'ultimo campo di battagliaModifica

Danubio, aprile 1809

Le difese della cittadina boema di Ratisbona erano davvero formidabili, ammise Napoleone mentre puntava il cannocchiale sui fossati e le vecchie mura di fronte a sé. Battuto in ritirata, l'esercito austriaco aveva tirato su in fretta altri terrapieni per rinforzare le difese già esistenti, e si riuscivano a distinguere le brocche dei cannoni nelle feritoie di ciascuna ridotta, mentre altri cannoni erano stati posizionati sulle torri grosse e tozze della città vecchia. Qua e là le sagome dei nemici, con le loro uniformi bianche, scrutavano l'armata francese in avvicinamento. Al di là delle mura i tetti spioventi e le guglie delle chiese erano appena visibili fra gli ultimi strascichi della foschia del primo mattino che si era sollevata dal Danubio. Dalla sponda opposta del fiume, Napoleone riusciva a intravedere solo i deboli pennacchi di fumo che si innalzavano dal campo degli austriaci sull'altra riva.
Napoleone si accigliò mentre abbassava il cannocchiale e lo richiudeva con uno scatto; la trappola che aveva teso all'arciduca Carlo e ai suoi uomini era stata un fiasco. Soltanto pochi giorni pirma Ratisbona era stata nelle mani dei francesi, e il nemico, bloccato dal fiume, era finito con le spalle al muro; ma il comandante della guarnigione si era arreso dopo una breve resistenza, lasciando intatto il punte sul Danubio. Allora gli austriaci l'avevano attraversato raggiungendo la sponda settentrionale lasciandosi alle spalle abbastanza uomini per resistere agli inseguitori. L'arciduca Carlo l'aveva sorpreso, rifletté Napoleone. Era convinto che gli austriaci si sarebbero ritirati verso Vienna per proteggere le linee di rifornimento e la capitale, invece il generale nemico aveva attraversato il fiume fino in Boemia lasciando libera la strada per Vienna. Ma Napoleone si rendeva conto che non era tutto così semplice. Se avesse condotto l'esercito verso Vienna, sarebbe stato come invitare gli austriaci ad attaccare le sue linee di rifornimento. Forse era un rischio inevitabile.

La spada e la scimitarraModifica

Mar Mediterraneo, luglio 1545

Nella notte il mare era buio come la pece e la galea beccheggiava dolcemente al largo della baia. La Cerva Veloce era in panne a mezza lega dalla costa, appena dietro la massa scura del promontorio. Un giovane cavaliere era solo sul ponte di prua; stringeva con una mano la sartia che scendeva dalla cima dell'albero di trinchetto. Con l'altra si asciugò le gocce di sudore sulla fronte, causate dalla sgradevole umidità. Alle sue spalle c'erano due lunghi cannoni di ottone, puntati verso l'alto per evitare gli schizzi. Era ormai abituato al movimento della galea e non aveva bisogno di un appiglio sul mare calmo, eppure teneva la ruvida corda incatramata nel pugno mentre scrutava la distesa scura, intento a cogliere il minimo suono che non fosse il ritmico sciabordio contro lo scafo. Erano passate più di tre ore da quando il capitano e quattro marinai avevano raggiunto la riva a bordo di una piccola barca. Con una leggera pacca sulla spalla e lo smorzato scintillio di un sorriso rassicurante, Jean Parisot de la Valette aveva consegnato a Thomas il comando della galea durante la sua assenza.
«Quanto ci impiegherete, signore?».
«Qualche ora, Thomas. Il tempo di accertarci che i nostri amici si siano sistemati per la notte».

L'ultimo testimoneModifica

Rose Blake segue il pick-up di Shane Koenig sulla strada serrata, poi su per una salita che porta a un piccolo chalet a due piani. Nel buio della notte appaiono, rosse, le luci dei freni del pick-up di Koenig. Le finestre della casetta fendono l'oscurità con un invitante alone arancione, poi la violenza abbagliante della luce di sicurezza squarcia l'aria fredda mentre entrambi parcheggiano sulla ghiaia coperta di foglie. Sta iniziando a piovere, delle piccole gocce picchiettano tra i rami nudi della foresta. Rose scende dalla macchina e segue Koenig sugli scalini del portico. Gli alti alberi neri incombono tutto intorno allo chalet. Su una targhetta si legge il nome «Conforto». Koenig si volta a guardarla. È bello, con quell'aria da uomo rude, i capelli scuri, i jeans, gli stivali marroni di pelle e un giaccone di lana Tommy Hilfiger chiuso sopra una camicia di flanella rossa a quadri.
«La mia casetta lontano da casa, eh? Carina, vero?».
Apre la porta d'ingresso. I battiti di Rose accelerano mentre lui le fa cenno di entrare.
«Molto».

Eroi in battagliaModifica

Leucade, settembre 1938

L'otturatore scattò, e Karl Muller abbassò la macchina fotografica, sorridendo ai tre adolescenti, due ragazzi e una ragazza, seduti sulla panca. Si schiarì la voce e parlò loro in greco. «Ecco fatto».
Mentre metteva via la sua Leica nella custodia di cuoio, i tre ragazzi si alzarono e si avvicinarono al tavolo dove si trovavano gli ultimi reperti del sito archeologico. Uno studente di Berlino era l'unico assistente che lavorava con Muller; gli altri avevano già fatto i bagagli e se n'erano tornati a casa, dopo essere stati richiamati dal capo del dipartimento all'università. Non sono a quella spedizione, ma anche alle altre due nelle isole Ionie, e, per quel che ne sapeva Muller, a ogni altra squadra di archeologi nel Mediterraneo era stato ordinato di abbandonare il lavoro e tornare in patria. Tutto a causa della situazione internazionale sempre più complicata. Muller aveva ritardato il rientro più che poteva, e si era arreso dopo l'ultimo telegramma da Berlino che gli ordinava di fare ciò che gli era stato ordinato o affrontare le conseguenze.
Mentre pensava a quel telegramma, lanciò uno sguardo preoccupato al figlio. Peter era alto per essere un sedicenne, e avrebbe potuto scambiarlo con facilità per un ragazzo più grande. Era ancora molto snello e poco muscoloso, e per questo sembrava un po' fragile. Gli occhiali che indossava non facevano che accentuare quell'impressione. Muller sospirò appena. Suo figlio era l'unica persona cara che gli era rimasta dopo la morte della moglie, avvenuta qualche anno prima. Aveva paura per il ragazzo. Peter stava osservando affascinato gli ultimi reperti trovati nel sito. In un mondo migliore, sarebbe stato libero di seguire il suo cuore e lo stesso interesse del padre per l'archeologia. Ma il mondo era quello che era, dominato dalle spietate convinzioni di potenti dittatori e dei loro tirapiedi. Minacciavano di far scoppiare una guerra, e se ci fossero riusciti, Peter sarebbe stato trascinato nel suo pericoloso abbraccio. Muller aveva prestato servizio sul Fronte Occidentale nel primo grande conflitto di questo secolo, e non riusciva ancora a dimenticarne gli orrori. Pregò che il suo ragazzo, e milioni di altri, non dovessero condividere lo stesso destino della precedente generazione.

La flotta degli invincibiliModifica

Pireo, inizi 25 a.C.

Una forte raffica di vento e pioggia investì il capitano greco che avanzava vacillando lungo la strada poco illuminata. Era una terribile sera di inizio primavera e le vie del porto erano deserte. Clemeste camminava in fretta, voltandosi di tanto in tanto a guardare le tre figure tarchiate che lo seguivano da vicino. L'esperto capitano del mercantile Selene era tornato di recente da un fruttuoso viaggio a Salamina con un carico di garum e pesce sotto sale. Malgrado la spedizione gli avesse procurato uno scarso profitto, sufficiente appena a coprire i costi dell'equipaggio e della nave, Clemeste se l'era cavata meglio di buona parte dei suoi colleghi. Erano tempi duri per i capitani mercantili del Pireo, poiché due anni di cattivi raccolti e scorrerie dei pirati avevano determinato un calo nei commerci che passavano dal porto. Diversi si erano visti obbligati ad abbandonare l'attività, e molti di quelli rimasti erano costretti a prendere in prestito dai mercanti somme significative per coprire le perdite. Clemeste aveva deciso di festeggiare il raro viaggio di successo sbronzandosi di mulsum in una delle taverne del posto e, quando i lcrepuscolo era sceso sul porto e la luce sbiadita, aveva lasciato il Marinaio Giocondo per tornare al tepore della sua piccola cabina a bordo della nave. Poco dopo, aveva notato gli uomini che lo seguivano.
La pioggia continuava a cadere costante, picchiettando sui tetti a scandole degli edifici mentre Clemeste si inoltrava nei vicoli bui del quartiere portuale. A quell'ora di solito i magazzini erano pieni di stivatori che scaricavano le merci dai mercantili appena attraccati, la maggior parte delle quali destinate ad Atene, ma quella sera sulle strade regnava un silenzio inquietante. La minaccia di un attacco delle bande pirata famose per depredare le principali rotte commerciali aveva innervosito i mercanti e gli armatori del posto, rendendo molti restii correre il rischio di trasportare le merci dall'altra parte dell'Impero, e la città di Pireo ne aveva risentito pesantemente, precipitando in un periodo di turbolenze economice da cui non mostrava segni di ripresa.

BlackoutModifica

Berlino, 19 dicembre 1939

La festa di Natale era iniziata da poco quando, alle otto e mezza di quella sera, arrivarono Gerda Korzeny e il suo accompagnatore. Fuori la neve era alta, così fecero del loro meglio per liberarsi dal ghiaccio sotto le scarpe prima di entrare nell'atrio e consegnare i propri cappotti e cappelli di pelliccia a una domestica. Gerda si sfilò gli stivali e li lasciò accanto alla porta, dopodiché indossò un paio di scarpe da sera con tacco Luigi XV, estraendole dalla borsa che aveva portato con sé. Fissò il suo riflesso nello specchio appeso al muro dell'atrio. Dopo aver stirato le pieghe che segnavano il suo abito da sera, sollevò una mano e si sistemò i capelli castani con la punta delle dita. Quando notò il suo accompagnatore che sorrideva alle sue spalle fece una smorfia.
«Così va meglio», commentò. «Mi sentò più umana».
L'uomo sorrise, le si avvicinò e le prese il gomito. Gli stivali neri erano tirati a lucido, e con indosso la sua impeccabile uniforme faceva un'impressione notevole.
«Siamo una splendida coppia», disse la donna, sollevando una mano guantata per sfiorargli il mento. «Peccato che non siamo sposati. L'uno con l'altra, intendo».

BibliografiaModifica

  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Sotto l'aquila di Roma, traduzione di Rosa Prencipe, Newton Compton, 2009. ISBN 978-88-541-2657-2
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Roma alla conquista del mondo, traduzione di Annalisa Biasci e Milvia Faccia, Newton Compton, 2010. ISBN 978-88-541-2659-6
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. La spada di Roma, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2011. ISBN 978-88-227-0703-1
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Roma o morte, traduzione di Milvia Faccia, Newton Compton, 2012. ISBN 978-88-541-3717-2
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. La battaglia finale, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2013, ISBN 978-88-541-5042-3
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. La profezia dell'aquila, traduzione di Rosa Prencipe e Monica Ricci, Newton Compton, 2013, ISBN 978-88-541-5794-1
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. L'aquila dell'impero, traduzione di Monica Ricci, Newton Compton, 2014, ISBN 978-88-541-8191-5
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Il centurione, traduzione di Stefania Di Natale, Newton Compton, 2009, ISBN 978-88-541-1209-4
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Il gladiatore, traduzione di Roberto Lanzi e Lucia Mori, Newton Compton, 2010. ISBN 9788854117686
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. La legione, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2011. ISBN 978-88-541-2970-2
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Il pretoriano, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2012, ISBN 978-88-541-4157-5
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Il sangue dell'impero, traduzione di Elisabetta Colombo e Gian Paolo Gasperi, Newton Compton, 2014, ISBN 978-88-541-7137-4
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Sotto un unico impero, traduzione di Cristiana Giotti, Newton Compton, 2015, ISBN 978-88-541-8488-6
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Per la gloria dell'impero, traduzione di Francesco Chiaro, Newton Compton, 2016, ISBN 978-88-541-9796-1
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. L'armata invincibile, traduzione di Rosa Prencipe, Newton Compton, 2018, ISBN 978-88-227-1450-3
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. La spada dell'impero, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2018, ISBN 978-88-227-2362-8
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Lunga vita all'impero, traduzione di Lorena Aristide e Rosa Prencipe, Newton Compton, 2019, ISBN 978-88-227-3502-8
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Il traditore di Roma, traduzione di Andrea Russo, Newton Compton, 2020, ISBN 978-88-227-4643-6
  • Simon Scarrow, Le aquile dell'impero. Impero senza confini, traduzione di Marzio Petrolo, Newton Compton, 2021, ISBN 978-88-227-5807-1
  • Simon Scarrow, Il gladiatore. La lotta per la libertà, traduzione di Anna Carbone, Giunti, 2012, ISBN 978-88-09-77420-9
  • Simon Scarrow, Il gladiatore. Guerra di strada, traduzione di Anna Carbone, Giunti, 2013, ISBN 978-88-09-77776-7
  • Simon Scarrow, Il gladiatore. Il figlio di Spartaco, traduzione di Anna Carbone, Giunti, 2013, ISBN 978-88-09-78566-3
  • Simon Scarrow, Il gladiatore. Vendetta, traduzione di Anna Carbone, Giunti, 2014, ISBN 978-88-09-79347-7
  • Simon Scarrow, Roma, sangue e arena. La conquista, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2013, ISBN 978-88-541-5677-7
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  • Simon Scarrow, Roma, sangue e arena. La spada del gladiatore, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2014, ISBN 978-88-541-6090-3
  • Simon Scarrow, Roma, sangue e arena. La rivincita, traduzione di Roberto Lanzi, Newton Compton, 2014, ISBN 978-88-541-6093-4
  • Simon Scarrow, Roma, sangue e arena. Il campione, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2014, ISBN 978-88-541-6096-5
  • Simon Scarrow, I conquistatori. La battaglia della morte, traduzione di Elena Papaleo, Newton Compton, 2014 ISBN 978-88-541-7608-9
  • Simon Scarrow, I conquistatori. Il sangue del nemico, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2014 ISBN 978-88-541-7609-6
  • Simon Scarrow, I conquistatori. Il richiamo della spada, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2015 ISBN 978-88-541-7610-2
  • Simon Scarrow, I conquistatori. L'erede al trono, traduzione di Maria Cristina Cesa, Newton Compton, 2015 ISBN 978-88-541-7611-9
  • Simon Scarrow, I conquistatori. Muori per Roma, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2015 ISBN 978-88-541-7612-6
  • Simon Scarrow, Revolution. La battaglia dei due regni, traduzione di Rosa Prencipe e Roberto Lanzi, Newton Compton, 2017, ISBN 978-88-227-0623-2
  • Simon Scarrow, Revolution. Il generale, traduzione di Francesca Noto e Emanuele Boccianti, Newton Compton, 2017, ISBN 978-88-227-0624-9
  • Simon Scarrow, Revolution. A ferro e fuoco, traduzione di Lucilla Rodinò e Francesca Noto, Newton Compton, 2017, ISBN 978-88-227-0975-2
  • Simon Scarrow, Revolution. L'ultimo campo di battaglia, traduzione di Mariachiara Eredia e Roberto Lanzi, Newton Compton, 2017, ISBN 978-88-227-0976-9
  • Simon Scarrow, La spada e la scimitarra, traduzione di Rosa Prencipe, Newton Compton, 2015, ISBN 978-88-541-8091-8
  • Simon Scarrow e Lee Francis, L'ultimo testimone, traduzione di Giulio Silvano, Newton Compton, 2018, ISBN 978-88-227-1914-0
  • Simon Scarrow, Eroi in battaglia, traduzione di Francesca Noto, Newton Compton, 2019, ISBN 978-88-227-2876-0
  • Simon Scarrow, La flotta degli invincibili, traduzione di Micol Cerato, Newton Compton, 2020, ISBN 978-88-227-3918-6
  • Simon Scarrow, Blackout, traduzione di Marzio Petrolo, Newton Compton, 2021, ISBN 978-88-227-5130-0

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