Silvio Spaventa Filippi

giornalista, traduttore e romanziere italiano

Silvio Spaventa Filippi (1871 – 1931), giornalista, traduttore e scrittore italiano.

Silvio Spaventa Filippi

Carlo DickensModifica

IncipitModifica

Il nome di Carlo Dickens non ebbe mai gran voga in Italia. Non se ne saprebbe dire esattamente il perché. Altri scrittori stranieri, meno importanti, riuscirono a divulgarsi fra noi rapidamente e a godere, inoltre, di una incontrastata popolarità: Carlo Dickens, vivo, fu noto soltanto a quelli che si tenevano in contatto con la cultura europea; morto, soffrì l'infamia di traduzioni raffazzonate o monche, che certo non valsero ad allargargli la cerchia dei suoi già scarsi ammiratori.

CitazioniModifica

  • Il lettore che apre la prima volta Pickwick adesso prova la stessa gioia di chi lo leggeva a fascicoli nell'anno 1836. Gli allegri personaggi, che lo popolano, ridono con la stessa schietta giocondità d'allora; gli episodi comici, che occhieggiano con grazia birichina da tutte le pagine, vi mettono con lo strepito delle risate gioiose un rumore di cascatelle che vi dà la sensazione e la visione di acque gorgoglianti e schiumose, di poggetti fioriti e di boschetti ombrosi, di desinari sull'erba, di grida e di richiami di brigate chiassose, a spasso in giornate di sole e di felicità. Pickwick si può leggere non una, ma due, tre, dieci volte, ed è sempre nuovo. È come un inesauribile riso di giovinezza eterna.
  • Sam non perde mai la sua serenità, in nessuna circostanza mai, per nessuna ragione mai. Non è soltanto un personaggio umoristico, ma umorista egli stesso. Illetterato (aveva scritto soltanto in due occasioni il suo nome, ma non sapeva, come dichiarò al giudice del processo Bardell, se andasse scritto con un V scempio o un W doppio), si esprime nei momenti solenni con una filza di sentenze grottesche che la pronta fantasia nell'attimo gli suggerisce: «Per turno regolare, come diceva Jack Ketch, quando legava i prigionieri... Bel tempo per chi è bene imbacuccato, come diceva l'orso polare nei suoi esercizi di pattinaggio». Cresciuto sul ciottolato di Londra, tra i monelli, ne ha tutta la vivacità, gli ardimenti, gli espedienti. E non solo è una figura letteraria di gran rilievo, per l'acutezza delle sue osservazioni, per la sua imperturbabilità, per la fresca spontaneità de' suoi frizzi e dei suoi gesti, ma anche per le sue esemplari doti di fedeltà, di abnegazione e di magnanimità. Carlo Dickens, nella creazione dei suoi tipi, che furono molti e prodigiosamente vivi, non superò mai quello di Sam.
  • [...] il David Copperfield prova come la storia sia un materiale amorfo e il genio tutto, che la ravviva secondo il suo calore e la colora secondo la sua luce. In quel romanzo che, in un certo grado, rappresenta la massima espressione della letteratura vittoriana, meno l'ultima parte, melodrammatica, e perciò ostica al palato di lettori non volgari, si ritrae con finezza precisa l'impercettibile della sensazione, si pondera l'imponderabile del pensiero in uno sdoppiamento istantaneo, si misura l'immensurabile della coscienza umana nell'inestricabile viluppo dell'errore. E non perché il soggetto sia Carlo Dickens, con addosso, per comodità della finzione, le spoglie di David Copperfield, ma perché l'autore è quel medesimo scrittore che trascura la verità contingente e fissa i mille volti dell'eterna, ritraendone la linea essenziale, indistruttibile e immutabile. Egli era falso contro la testimonianza oculare, secondo i dati del piccolo documento quotidiano, ma irrefutabile nel quadro d'insieme dipinto con un sentimento che investiga con sicurezza ogni profondità e trae a sommo, come in una goccia d'essenza ultima, la qualità custodita dall'anima e non ancora espressa.
  • Quando si pubblica Bleak House [Casa desolata] è come l'impeto d'una furia demolitrice che s'abbatte sulle istituzioni giudiziarie inglesi. Par che il Dickens non sorrida più col sorriso paziente e tollerante che gli veniva dal suo istinto di carità cristiana, ma con quello corrosivo del canonico Swift, che non ne aveva, con quello smisurato e violento del curato di Meudon, che era pagano con gioia. Le parrucche della Corte di Cancelleria, che avevano resa ridicola la giustizia inglese e che videro di punto in bianco scoperte le loro soperchierie innanzi al mondo che rideva con dileggio, ebbero un bel da fare per salvarsi da quell'assalto, e si salvarono a patto di rinnegarsi e di ritornar sul campo della logica, abbandonato per insensibili e continue deviazioni e aberrazioni.
  • E poi il romanziere, già all'apice della sua carriera, scrisse Little Dorrit. Alla miglior parte dei dickensiani questo romanzo è indigeribile. Non si capisce come l'autore del Pickwick abbia potuto scendere così facilmente al grado dello scrittore d'appendice. Forse ve lo avevano tratto l'esempio, la compagnia e la collaborazione per qualche libro, di Wilkie Collins. Ma Little Dorrit è salvato e portato in alto, come un lavoro che soltanto il genio poteva concepire, dall'idea del Ministero delle Circonlocuzioni, vasta satira della burocrazia d'ogni paese, frapposta, come un Imalaia d'inerzia, fra l'iniziativa e il bene, la malizia severa dei più animosi e la conquista, l'impeto bellicoso dei novatori e la vittoria. Il Ministero delle Circonlocuzioni è la vasta palude che specchia in immagini rugginose e tristi ciò che le sta di sopra e d'intorno; e ogni speranza che la sfiori al margine vi annega per l'eternità, e appena un brivido a fior dell'acqua, tra la vegetazione marcita, segna il punto della caduta. Gli ultimi umoristi francesi, che hanno studiato con acume malizioso e felice freschezza di rilievo, le miserie e le piccinerie dell'anima burocratica, non si son mai levati a una concezione così larga e completa, che, senza trascurare l'atto del singolo segnato dal crisma del decreto ufficiale, sa mettere in moto tutto il mastodontico, mostruoso organismo ministeriale, e seguirlo nelle più remote vibrazioni, nel lento ritmo della sua immane irresponsabilità. È una creazione gigantesca, come una di quelle opere che raccolsero lo sforzo di più generazioni, e si rappresero in mirabili armonie di marmo.

Incipit di JeromeModifica

Sono pochi, ma ci sono; son rarissimi, ma tutti qualcuno l'abbiamo pure, di tanto in tanto, incontrato... qualcuno di quegli spiriti faceti, che hanno il potere di spianare tutte le fronti, di portare un sorriso in ogni angolo, una spera di sole a ogni malinconia. Per una loro disposizione naturale a non cogliere che i fiori e a non inciampare nei rovi, a lasciar da parte il grigio, l'incolore e l'informe; per la loro attitudine istintiva a correre dove c'è lume di gaiezza e a ignorare i cantucci oscuri dove s'accumula l'uggiosa polvere del mondo.

BibliografiaModifica

  • Silvio Spaventa Filippi, Carlo Dickens, Bietti, Milano, 1941.
  • Silvio Spaventa Filippi, Jerome, Formiggini, Roma, 1924.

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