Samia Nkrumah

politica ghanese

Samia Nkrumah (1960 – vivente), politica ghanese.

Samia Nkrumah

Citazioni di Samia Nkrumah

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Da Intervista a Samia Nkrumah, figlia dello storico leader ghanese Kwame

Peace reporter, 11 aprile 2008

  • Nkrumah commise forse degli errori politici (il Deportation Act, che permetteva di espellere dal Paese i cittadini stranieri che sostenessero e finanziassero le opposizioni, e il Preventive Detention Act, che permetteva di incarcerare per un periodo non superiore a cinque anni, sulla base di semplici sospetti, chi fosse accusato di azioni contro la sicurezza nazionale), ma non bisogna dimenticare gli attentati organizzati contro di lui con l'aiuto della Cia, come dimostrano documenti declassificati solo da pochi anni. Nkrumah fu un accentratore, è vero, ma non abusò mai del suo potere, né intascò un solo centesimo del patrimonio nazionale, fatto più unico che raro, nel panorama continentale. Nkrumah vedeva nella federazione dell'Africa l'unico modo per il continente di emanciparsi realmente e di ritagliarsi uno spazio nell'epoca dei blocchi contrapposti: era favorevole a una politica di "neutralismo attivo" rispetto alla guerra fredda, anche se era un sostenitore del socialismo africano. Ovvio che gli americani non lo considerassero un amico.
  • La nascita del Ghana diede il via a un processo incredibile: tutti i Paesi che si affrancarono dal colonialismo lo fecero sulla spinta della liberazione ghanese e il governo di Nkrumah fornì loro appoggio logistico e politico.
  • Il Ghana è sempre stato ricco. L'Africa, in generale, lo è. Abbiamo enormi giacimenti di minerali preziosi per l'industria, di oro, di petrolio. Il problema è che la popolazione non ha mai goduto di tale ricchezza. Il petrolio, oggi, può rappresentare l'abbondanza per il mio Paese, ma anche un pericolo enorme. Ovunque abbiano trovato nuovi giacimenti, in Africa, ci sono stati danni enormi, e la popolazione non ne ha mai tratto alcun beneficio. Tutto dipenderà da come i nostri politici sapranno gestire la faccenda.

Intervista di Emilio Manfredi, Repubblica.it, 21 novembre 2008

  • Fu la Cia a volere il colpo di Stato militare con cui mio padre venne deposto, nel febbraio del 1966. Quello stesso giorno lasciammo il Paese e raggiungemmo Il Cairo, la città di mia madre Fathia. Poi ci spostammo ancora. Da allora mio padre non l'ho più rivisto: visse in Guinea, in esilio, fino alla morte, avvenuta nel 1972. Noi invece tornammo in Ghana, nel 1975.
  • È il momento giusto per dare un contributo al mio Paese e un seguito alla visione politica di Nkrumah. Le sue idee sono ancora valide, e io voglio fare la mia parte.
  • Voglio conoscere e capire il mio Paese, innanzitutto. E iniziare dalle mie origini mi aiuterà.
  • [...] ora dobbiamo avere una priorità: l'alfabetizzazione. Non possiamo parlare ai cittadini di riforme, di Unione Africana addirittura, se non garantiamo un'educazione di qualità ai giovani.
  • [...] il panafricanismo è un ideale più grande, abbraccia tutti gli africani. Anzi, i neri di tutto il mondo. Il progetto di mio padre era profondamente culturale. Ora tocca a me portarlo avanti.

Repubblica.it, 12 luglio 2009

  • [Su Barack Obama] Per i neri di tutto il mondo la sua elezione è un'apertura per il futuro. Un meticcio alla guida della più potente nazione del mondo fa cambiare colore, metaforicamente, alla questione razziale.
  • [...] ci sono voluti molti anni di vita e di lavoro, gli ultimi dieci trascorsi in Italia, per realizzare che il progetto panafricano sognato da mio padre Kwame è ancora oggi la migliore risposta alle sfide che ha di fronte l'Africa.
  • Sulla corruzione abbiamo fatto passi avanti, ma è ancora un problema molto grande, ci vorrà molto tempo. C'è la povertà, io sono stata eletta in un distretto molto lontano, dove la gente vive ancora senza acqua potabile, dove c'è la fame vera, l'analfabetismo, dove non c'è elettricità. Poi c'è il tema delle donne, di una loro reale emancipazione. La battaglia delle donne è la stessa dell'intera Africa.
  • [Su Barack Obama] La sua visione di umanità, di dignità, di dialogo. Il suo insegnamento è utile per le nostre battaglie, quelle per una giustizia sociale, per l'uguaglianza, per una genuina democrazia che includa l'istruzione per tutti, la parità tra uomini e donne, i diritti umani.
  • [...] noi dobbiamo essere orgogliosi di chi siamo, del nostro cibo, delle nostre tradizioni. E dovremo essere capaci creare la nostra propria economia, senza più attendere soltanto gli aiuti dell' occidente. Proprio come voleva mio padre.

Dalla prefazione di Africa must unite

Kwame Nkrumah, Africa Must Unite, traduzione di Roberta Arrigoni, Editori internazionali riunti, 2011, pp. 11-14. ISBN 978-88-359-9066-6

  • La schiavitù e il colonialismo hanno distrutto le economie e le società africane, e l'attuale squilibrio dei rapporti commerciali nell'arena internazionale ha fatto sì che la nostra situazione restasse immutata.
  • Un'Africa unita retta da un Governo unitario, che miri innanzitutto a restaurare la dignità dei popoli africani e a promuoverne l'iniziativa a favore dello sviluppo della società, è la condizione necessaria alla buona gestione delle risorse del continente.
  • Finché resteremo disuniti e isolati saremo incapaci di mettere a frutto le nostre risorse e di stabilire relazioni durature con gli africani della diaspora.

Popolis, 28 novembre 2012

  • Il messaggio di nostro padre Kwame è eterno.
  • In quell'epoca l'Africa aveva molti leader impegnati per l'unione. Poi è arrivata la Guerra fredda. La contrapposizione dei blocchi. E noi ne siamo stati vittime. Negli ultimi dieci anni abbiamo cominciato a lavorare sul concetto di regioni. Cinque per l'Africa. Più quella della "diaspora": tutti quegli africani che abitano il mondo, ma che ben sanno dove sono le loro origini. Quale sia la loro madre terra. Questa oggi è la nostra strada.
  • L'Africa ha sempre avuto donne grandi e forti. Ma dobbiamo dare loro l'opportunità di contribuire al nostro futuro. A tutti i livelli. È il momento delle donne perché abbiamo bisogno della loro freschezza, integrità, passione e sacrificio.
  • Chi come me ha vissuto in Paesi diversi, in continenti diversi, sa bene che il mondo è uno solo. Che abbiamo un unico destino. Un Ghana forte fa bene al mondo. Un'Italia forte fa bene al mondo. L'obiettivo è comune: costruire un modo di vivere sereno. E per farlo dobbiamo avere molta tolleranza e molta tenacia. Trovando la forze dentro ognuno di noi.

Panorama.it, 14 aprile 2014

  • Lo sviluppo delle potenzialità degli esseri umani era fondamentale per mio padre. Non a caso, un rapporto dell'Unesco del 1965 rilevava che il Ghana era il paese in cui si spendeva di più per l'istruzione in rapporto agli abitanti. Un investimento nella coesione sociale.
  • Se la gente prende coscienza, puoi fare qualsiasi cosa. Ma la pace comincia soprattutto con la ricerca di un canale di comunicazione. Noi donne abbiamo la tolleranza e la pazienza necessarie. Quando mio padre era presidente, hanno cercato di ucciderlo 7 volte. Appena tornata in Ghana ho voluto incontrare i figli dei suoi attentatori. Ho pensato che se volevo fare politica non potevo portarmi dentro rabbia o rancore. Ci siamo guardati e ci siamo detti: siamo tutti esseri umani, non è colpa nostra, erano tempi diversi, più duri. Ma per il progresso del paese bisogna mettere da parte le storie personali e voltare pagina.
  • Tanti di questi conflitti vengono combattuti in nome della religione o dell'appartenenza etnica, in realtà partono dalla grave ingiustizia nella distribuzione delle risorse. Bisogna partire da qui, dall'equità sociale, dalla soddisfazione di bisogni primari: accesso all'acqua, all'energia, all'istruzione e ai servizi sanitari. Neppure in Ghana, dove l'alternanza al potere avviene in modo pacifico, siamo ancora riusciti a colmare questo divario. Ma una democrazia può dirsi matura se le persone, quando vanno alle urne, votano principalmente chi promette più soldi per pagare il medico o per mandare il figlio a scuola?
  • Il Ghana da 100 anni esporta oro, cacao, legname, minerali. Dal 2010 anche petrolio. Ma importiamo praticamente tutto ciò che consumiamo. Con costi enormi per la nostra economia e la vita quotidiana. Mio padre capì che la soluzione era cominciare a produrre quello che ci serve. Bisogna seguire l'esempio di Corea del Sud, Malesia, che sono stati capaci di investire nell'industria.
  • Bisogna lavorare per l'unità del continente. Cosa può fare un paese come il Ghana di appena 25 milioni di abitanti, da solo? Non ha senso neppure cominciare la competizione con le grandi potenze economiche: Usa, Europa, Cina, India. L'unità è fondamentale, basta vedere cosa avete raggiunto in Europa, nonostante le difficoltà attuali.
  • Nella nostra cultura c'è un simbolo molto importante: il Sankofa, tipico dell'etnia Akan. Viene raffigurato come un uccello con il becco rivolto all'indietro, a raccogliere i pezzi buoni rimasti, per poi poter andare avanti. Ecco: dobbiamo comprendere cosa non abbiamo concluso nel passato, e partire da lì per costruire il futuro.

Intervista di Emanuela Zuccalà, Io Donna.it, 27 maggio 2014

  • Dobbiamo assicurarci che chi ha vissuto e lavorato per liberare l'Africa dalla povertà e dall'analfabetismo, a prezzo della propria vita, non sia morto invano.
  • Il grado di progresso di una società e la sua capacità di cambiamento, secondo me, si misurano dal coinvolgimento delle donne: sono loro a influenzare maggiormente i giovani e la società nel suo complesso.
  • Le donne hanno percorso un lungo cammino negli ultimi 50 anni, ma ancora non hanno raggiunto la meta. Da leader di un partito che ha introdotto la parità di retribuzione sul lavoro, io avverto un grande peso della storia e un senso di responsabilità per accelerare i progressi per le donne. Sono loro i pilastri dell'economia del Ghana, nel commercio e nell'agricoltura, dove rappresentano più del 70 per cento dei lavoratori. Anche nel campo della sanità e dell'insegnamento sono numerose. Dunque le donne sono un gruppo indispensabile allo sviluppo della nostra nazione. Credo che il ruolo più importante oggi, per noi donne, sia sforzarci di essere guide per la trasformazione in tutti i settori.

MarieClaire.it, 17 dicembre 2014

  • Bisogna imparare a non prendere le cose a livello personale, a restarne al di sopra, il tuo autocontrollo è fondamentale. Bisogna focalizzarsi sui problemi non sulle pressioni, sulle persone, sulle intenzioni, sugli attacchi personali. È la ragione per cui molte donne non si buttano, sanno che saranno insultate.
  • Dietro ai grandi cambiamenti ci sono sempre grandi donne, che se sostengono una causa la portano sempre più avanti.
  • Come ha detto il pedagogista ghanese Aggrey: «Se educhi un uomo educhi un individuo, se educhi una donna educhi una nazione». Perché siamo molto ben connesse a livello sociale. Per ognuna di noi che viene istruita saranno in molti a beneficiarne.
  • Lavoriamo per un paese che crede in se stesso, che produce la maggior parte dei beni di cui ha bisogno. «Yes we can» vuol dire che possiamo occuparci da soli dei nostri affari, che le donne possono coprire ruoli decisionali, che la nostra democrazia può essere una vera democrazia. Non è accettabile che ci siano comunità senza acqua o senza elettricità, quando viviamo in un paese seduto sull'oro, il petrolio e i diamanti. La nostra è una seconda lotta per l'indipendenza dal nuovo colonialismo.
  • Non posso negare di avere il cognome giusto, ma le persone devono vedere con i propri occhi che credi in quello che dici.
  • L'istruzione delle nuove generazioni è la mossa numero uno verso l'uguaglianza e contro lo sfruttamento economico.
  • Ho scoperto in tenera età le conseguenze estreme della politica. Avevo quasi sei anni quando mio papà entrò in casa con il volto coperto di sangue. Volevano assassinarlo nel nostro giardino. Lui ha subito sette attentati, o più. Poi il suo governo è stato rovesciato e lui costretto all'esilio. Era un uomo semplice, passava molto tempo con noi, era un uomo libero.
  • [Su Kwame Nkrumah] Mi ha insegnato a vedere oltre me stessa, a non discriminare nessuno. Per questo ho voluto incontrare alcuni dei suoi attentatori. Puoi farlo soltanto se sei convinto di avere una missione. E mi ha insegnato l'importanza di fare pace con il proprio mondo interiore. Da giovane ho odiato la politica, poi ho trasformato la rabbia in pensiero.
  • I nostri tessuti sono bellissimi e comodi, dobbiamo essere orgogliosi delle nostre capacità e della nostra tradizione. La stessa scelta politica l'ho fatta quando ho deciso di non stirarmi i capelli. Insomma, che bello, sono nera, vesto ghanese, tengo i miei capelli così come sono.
  • Mio padre diceva che «l'africano è un uomo spirituale», è il nostro portato culturale. In questo senso, sono davvero una tipica donna africana.
  • Ho sempre pensato che siamo più dei vestiti che indossiamo. Siamo fatti di amore. E quello che abbiamo creato e abbiamo dato agli altri resterà per sempre.

Intervista di Luca M. Possati, Osservatoreromano.va, 30 dicembre 2021

  • L’Africa è il continente meno vaccinato. L’accesso ai vaccini è il problema più grande. I Paesi africani si sono impegnati per ottenere i vaccini contro il covid. Ma finora è stato vaccinato solo il 7 % di una popolazione di 1,3 miliardi di persone. I vaccini non arrivano perché Paesi più ricchi ne fanno incetta.
  • Lo scetticismo e l’esitazione dinanzi ai vaccini [in Africa] è un problema. L’eredità di pratiche mediche non etiche nel continente, la paura di essere delle cavie o di ricevere medicine di qualità inferiore sono preoccupazioni diffuse. Però quando il vaccino è disponibile si vedono persone in fila per riceverlo.
  • Possiamo dire che l’Africa ha evitato i numeri che abbiamo visto in altre parti del mondo, ma non le conseguenze economiche della pandemia. Abbiamo un maggiore commercio con il resto del mondo perché importiamo molto di ciò che consumiamo quotidianamente.
  • Covax ha aiutato a far giungere alcuni vaccini in Africa, ma ha anche dimostrato che la produzione dei vaccini è concentrata solo in pochi Paesi, ossia gli Stati Uniti, l’Europa, la Cina e l’India. Ciò ha portato a una palese disuguaglianza vaccinale.
  • Per quanto riguarda il mondo ricco, potremmo dire che l’atto di solidarietà umana proposto, volto ad assicurare che i medicinali e i vaccini raggiungano l’intera famiglia umana simultaneamente, in realtà è nel loro stesso interesse; non è solo un atto di carità. Di certo nessuno può volere che il virus persista in molte parti del mondo povero, pronto a re-infettare il mondo ricco e a creare nuove insorgenze laddove vige il piacevole pensiero che i ricchi si sono protetti contro la pandemia. Paragonato alle migliaia di miliardi spesi per gli incentivi economici si tratta di un costo ridottissimo.
  • Come sarà il mondo post covid-19? Un mondo ricco protetto, che esclude le vaste e potenzialmente contagiose popolazioni dei Paesi poveri? O sarà un mondo che condivide le terapie e i vaccini con i poveri? La storia ci ha mostrato come sradicare le malattie per il bene comune globale dei nostri Paesi — ma anche di tutti. Quando il dottor Jonas Salk realizzò un vaccino anti-polio approvato per l’uso della popolazione generale, egli rifiutò di brevettarlo.
  • Il covid-19 è un catalizzatore che spinge noi, in Africa, a diventare autosufficienti in tutti gli aspetti della nostra vita. Abbiamo gli scienziati, alcuni sono in altri Paesi.
  • L’unico modo in cui possiamo prevenire la trasmissione del covid e proteggere l’economia è immunizzare una fetta importante della popolazione. Come già detto, il covid-19 è un catalizzatore. Le industrie farmaceutiche devono distinguere tra profitto e vita. Oggi la situazione è questa: chi non può permettersi di pagare i vaccini, non riesce a ottenerli. A lungo termine è una situazione insostenibile.

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