Roberto Genovesi

scrittore e giornalista italiano

Roberto Genovesi (1976), scrittore italiano.

Incipit di alcune opereModifica

Inferi on netModifica

La mano sinistra di SatanaModifica

Londra, 1888
In the streets of London
Not long ago in a time
The same gaslight to light your path
Would leave shadows to hide the crime...
Town Pants

La carrozza si ferma improvvisamente. Il sussulto mi strappa al dormiveglia. Apro lo sportello per guardare fuori. È ancora mattina ma l'aria calda di un'estate ostinata che non vuole saperne di lasciare Londra mi fa quasi mancare il respiro.
«Che succede adesso?», domando infastidito.
«La strada è bloccata». Riesco a stento a riconoscere la voce del vetturino nel tanto vociare che si è levato improvvisamente attorno alla carrozza. Scendo, soffocando un'imprecazione. Attraversare Whitechapel per guadagnare tempo mi farà arrivare in ritardo all'appuntamento.
I cavalli scalpitano innervositi di fronte a un assembramento di gente che sembra volersi infilare a forza in uno dei vicoli. Sospiro e mi guardo attorno. Conosco a memoria queste strade. Il vizio sconsiderato delle notti di uno squattrinato.
Un poliziotto che sembra uscito dal nulla si fa avanti. Si ferma vicino alla carrozza. «Da questa parte non potete passare», dice rivolgendosi al vetturino, «almeno fino a quando non se ne sarà andato il medico legale».
«Che diavolo è successo?», chiedo sporgendomi.
«Ah, siete voi, non vi avevo riconosciuto».
«Non potete farli spostare? Solo per permetterci di proseguire. Sono terribilmente in ritardo». La mia non è una bugia, ma solo una facile previsione.
«Mi dispiace. Abbiamo ricevuto l'ordine di isolare la zona».

Il templare neroModifica

Ego promitto Domino

Il cavaliere è esausto. Si lascia scivolare lungo la parete dei cunicolo. È umida. Fredda. LE irregolarità della pietra gli raschiano la schiena come artigli affilati. Ma il dolore improvviso non è sufficiente a mitigare le fitte della profonda ferita che gli ha squarciato l'armatura. La mano che cerca di fermare il sangue riconosce i solchi scavati nella cotta di maglia. L'impronta di un ricordo che lo fa rabbrividire.
Un tremito incontrollabile si inerpica dalle dita lungo i tendini e risale come una lucertola impaurita fino al collo. Prima che la scossa si plachi il braccio ricade lungo il fianco. A intervalli sempre più distanti rivoli di fiato si fanno largo nell'oscurità che ha da tempo inghiottito l'ultima fiamma avvizzita della torcia. E una cantilena prende a danzargli nella testa. Nonostante tenti disperatamente di spazzarne via le parole.
Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam...
Socchiude gli occhi per domare una risata nervosa. Pochi colpi di tosse che gli sobbalzano in gola e che il pentolare trasforma in tuoni per le sue orecchie. Prova a sollevarlo con la mano che stringe ancora la spada ma le forze non vogliono assisterlo. L'elsa cerca di fare leva sul soggolo. La lama scintilla agitandosi nel buio. Si inarca, poi cala, raspa il terreno con la punta spezzata e infine si placa ai suoi piedi. Il tintinnio dell'acciaio si confonde con un suono che giunge da lontano. Dall'altra parte del camminamento sotterraneo. Quello che si è lasciato alle spalle solcandolo di una scia rossa. Livida di luce. Intrisa del suo odore.
Propter misericordiam tuam et veritatem quam...
Non riesce ancora a vederli ma li sente. Presto sarà tutto finito. Così chiede al suo corpo un ultimo sforzo. Alla testa un ultimo movimento. Sufficiente per inquadrare attraverso le fessure dell'elmo la gola del sentiero scavato nella roccia. Stringe i denti e solleva le mani. Soffoca a stento un urlo quando l'elmo si stacca dal collo con uno scricchiolio d'ossa. Il bacinetto ruzzola a terra facendo altro rumore ma la ventata d'aria fresca sul volto è la carezza di un angelo e gli fa dimenticare il timore che lo abbiano udito.
Ne dicant gentem ubi est deus eorum...
Ciò che si aspetta non è ciò che vede. Due piccole braci gialle raccolte in una voluta di pelo bianco. Piccoli spilli luminescenti all'inizio. Poi perle d'acqua grandi come pietre preziose. Il gatto incede sicuro per fermarsi proprio davanti al muro di pietra. Osserva a lungo i tratti color ebano dell'uomo. Ne riconosce la familiarità nonostante le tenebre del sottosuolo. Può vedere perfino il candore della tunica che li avvolge. Ribassa le vibrisse e arriccia la coda. Col passo vellutato si strofina sulle pieghe del mantello mimetizzandosi nel colore della stoffa.
Il cavaliere smette per in istante di respirare per soppesare la sorpresa. Avrebbe dovuto capirlo che non erano loro. Loro non si muovono come noi. Loro non sono come noi.
Deus autem noster in caelo universa qui voluit fecit...
Il sangue comincia a uscire. La vista comincia ad annebbiarsi. Il gatto scruta ancora una volta incuriosito la sagoma dell'uomo ferito. Poi si volta per lanciare un miagolio. Anche lui si è accorto che stanno arrivando.
Ma non accade nulla. C'è tempo dunque. Per quella fastidiosa cantilena, di continuare a danzare. Per i ricordi, di affiorare come strumenti di tortura. Per la paura della morte, di tenere consesso con la sua ombra.
L'elmo rotola lontano, la testa si piega in avanti molto lentamente mentre le palpebre si fanno pesanti. Lo sguardo già annebbiato cade sulla croce cucita sul torace. Dello stesso colore del sangue che sta abbandonato il suo corpo con la vita. Non c'é niente di peggio del morire pregando un dio in cui non si crede più. Un dio per il quale tutto ha avuto inizio. In un altro tempo, con un'altra vita...

L'angelo di MathausenModifica

Con quante lettere sono stati sigillati il cielo e la terra?
«Ma che cazzo ne so, bastardo figlio di puttana. Se non mi sleghi subito ti faccio squartare e ti do in pasto ai miei cani. Riesci a immaginare dodici dobermann attaccati al tuo fetido culo giudeo?»
Esatto. Dodici.
«Ti ho detto di slegarmi! Cosa credi di fare? Dove pensi di scappare dopo? Se mi torci anche un solo capello, ti ritroverai un intero battaglione di Waffen ss alle costole. Perché ti assicuro che ti prenderanno, dovessero inseguirti fino all'inferno. E quando succederà, sarò qui a sentire le tue urla!»
Dodici lettere. Come le dodici ore del giorno e le dodici ore della notte. Come i dodici mesi dell'anno e le dodici costellazioni. Come le dodici tribù e le dodici terre che portano i loro nomi.
«Senti, puoi ancora salvarti. Devi solo scogliere questi nodi e farmi scendere da questa... da questa cazzo di croce. Ti prometto che metterò una buona parola. Dirò che hai perso la testa. Che... che... dirò quello che vuoi ma fammi scendere!»
Dodici. Come i minuti che ti restano.
Ah, e quella non è una croce.
«Aspetta! Aspetta, ti ho detto! Posa quel coltello. Che vuoi fare? Guarda che se mi metto a gridare, alla fine qualcuno ci sentirà. Non hai scampo, giudeo di merda!»
Scommetto che non sai nemmeno quanti sono i numeri che Dio ha usato per creare il mondo.
«Ascolta. Ci siamo solo io e te qui sotto. Se hai davvero le palle, affrontiamoci da uomini. Slegami e il nostro sarà un confronto leale. Non fuggirò e non chiamerò aiuto, te lo prometto.»
Dieci: tre madri e sette figlie con cui ha scolpito sette terre, sette firmamenti, sette continenti, sette oceani, sette fiumi, sette deserti.. e tutto il tempo. Il tempo che scorre, il tempo che i vostri fucili, le vostre camere a gas, i vostri forni crematori non possono arrestare. Il tempo che vi aspetta.
«È il tuo tempo che sta per scadere, giudeo! Anche se mi uccidi, ti troveranno. Prima ti spelleranno vivo e poi, dopo aver passato sulla corda il sapone fatto col grasso dei tuoi fratelli circoncisi per renderti più lunga l'agonia, ti impiccheranno.»
Non ce la fai proprio a trattenerti? Neanche ora. Con la morte negli occhi. Posso sentire orgoglio e paura lottare dentro di te. Hai mai letto uno dei versi della Torah?
«Che vuoi che me ne freghi dei tuoi versi del cazzo. Slegami!»
Male. Beato colui che studia la Torah, perché permette al mondo di esistere.
«Se ti rispondessi di sì, mi faresti scendere da questa trappola? Immagino di no. E allora fottiti!»
Chi può dirlo? Il segreto del Signore è solo per quelli che lo temono.
«Fermo! Aspetta! No, la mia gola! Mio Dio! Che hai ...atto? Non ...iesco a pa...la..e. Non ...iesco a...»
Dio? Hai giocato a fare Dio fino a oggi. Adesso sono gli altri a gettare il dado, colonnello.

La saga della legione occultaModifica

La legione occulta dell'impero romanoModifica

Nola, provincia italica, 19 agosto 14 d.C.

Era disteso sul letto e già respirava a fatica. Sul suo corpo era adagiato un lenzuolo di lino di semplice fattura, che ne disegnava le forme avvizzite. Si guardò attorno e sorrise mostrando alla moglie i pochi denti, piccoli e irregolari, che la vecchiaia gli aveva lasciato. «Non è singolare tutto questo?», sospirò con un certo sforzo.
«Cosa, mio signore?», Livia Drusilla si avvicinò per passargli una spugna umida sul volto che aveva ormai assunto un colorito biancastro.
«In questa stessa stanza è morto anche mio padre Ottavio».
«Anche?», ripeté la donna. «Ma tu non stai morendo», mentì.
Uno schiavo arrivò con una bacinella di rame colma di acqua calda e la posò senza fare rumore su uno sgabello di legno che si trovava vicino al letto. Livia lo ringraziò con lo sguardo e tornò a scrutare il volto del marito. Nonostante i settantasette anni quasi compiuti, aveva gli occhi ancora vivi e brillanti anche se pochi sapevano che quello sinistro non poteva più vedere da tempo.
L'altezza non era mai stata uno degli elementi del suo carisma così come la cura del corpo che aveva sempre trascurato. Anche da giovane si era affidato frettolosamente a diversi parrucchieri e spesso lasciava che la barba gli crescesse in modo disordinato. Ma il suo viso aveva sempre emanato la stessa calma e serenità che mostrava in quel momento, e tutti lo avevano riconosciuto come Augusto non per come aveva curato la sua persona ma per come aveva amato il suo popolo.

La vendetta di Augusto. Il comandante della legione occultaModifica

Là deporrò i tuoi oracoli e i segreti dei destini
annunziati al mio popolo, e ti sceglierò
dei sacerdoti e te li consacrerò, o Benefica.

...L'aria entra nei polmoni come se volesse lacerarli. È fredda, solida. E quando ne esce, pare strapparle la carne dal petto. La donna è inginocchiata davanti al corpo dell'uomo che ha smesso da poco di dibattersi. Mentre il respiro si fa sempre più serrato e doloroso, le lacrime scendono dagli occhi in sottili rivoli che si confondono con le gocce di pioggia che le bagnano il volto.
Lo scricchiolio delle foglie calpestate dai calzari dei legionari le giunge all'orecchio come un'eco distorta e non si accorge che quel rumore, all'improvviso, è sovrastato dal tramestio degli zoccoli di una mezza dozzina di cavalli. Le voci dei carnefici si confondono con quelle dei nuovi arrivati. Una mano cerca di afferrarle il polso ma le basta un gesto deciso per liberarsi dalla presa. Senza neanche accorgersene, si ritrova a correre nella foresta. Cerca di farsi largo in un groviglio di rami ed ombre. Si volta solo per un attimo a guardare per l'ultima volta il corpo del suo uomo. È un'immagine lontana, dai contorni sfumati che un muro di scudi ed armature nasconde lentamente alla vista... prima che il buio riprenda il controllo dei suoi ricordi.

Il segreto della legione occultaModifica

Al Khums, Tripolitania, 1932 d.C.

«Tutto questo è semplicemente incredibile», commentò l'archeologo Alcide Saviani soppesando il tassello di mosaico che gli avevano appena consegnato. Si trovava quasi al centro dell'area di scavo recintata, nel settore sudest delle rovine della città di Leptis la magnifica, conosciuta anche come la Roma d'Africa. Alcuni operai aspettavano immobili un suo comando stringendo tra le mani vanghe e scalpelli. Il programma della giornata prevedeva la ripulitura per quadranti del lastricato costruito per accedere alla Basilica giudiziaria. Il complesso monumentale chiuso, immaginato dall'imperatore Settimio Severo nel 210 d.C., aveva rivelato fin da subito alla squadra di archeologi italiani, incaricata degli scavi, una planimetria anomala rispetto ai canoni ufficiali dell'epoca. Per questo Saviani aveva deciso di estendere le ricerche: per capire se il perimetro esterno alla basilica potesse rivelare qualcosa sulle soluzioni progettuali tanto insolite adottate dagli architetti dell'impero romano. A metà pomeriggio, quando ancora il sole del Mediterraneo lambiva le coste sabbiose della Tripolitania, si era imbattuto in un cedimento non strutturale che aveva rivelato una piccola conca.
«Ce ne sono molti altri», disse uno degli operai in un italiano stentato, agitando una lampada a petrolio.
Saviani inforcò gli occhiali che gli pendevano dal collo e si mise in ginocchio accanto alla fossa. «Datemi quella lampada», chiese allungando la mano libera. Poi si piegò ulteriormente orientando la fonte di luce verso il basso. L'odore di terra umida gli arrivò subito alle narici. La conca sembrava profonda non più di un paio di metri. Un'altra mezza dozzina di tasselli, non più grandi di tre centimetri quadrati e non più spessi di uno, giacevano sparsi in un angolo lasciato libero dal crollo del lastricato. L'archeologo si sporse ancora e la fiammella della lampada tremolò prima di stabilizzarsi. «Cos'è quello?», chiese indicando una superficie scura dalla forma appuntita, che emergeva dalla terra e si protendeva verticalmente verso l'alto.

Il ritorno della legione occulta. Il re dei giudeiModifica

Il comandante è nudo. Le vesti bianche gli sfiorano la carne esangue cercando di sfuggire via come tentacoli di un polipo impazzito, mentre mani tremanti provano a trattenerle invano.
Il ragazzo fortunato è nudo e io sono di fronte a lui. Impotente. Il suo corpo cade. Lentamente, inesorabilmente. Lo sguardo lontano, vuoto.
Mi sento soffocare. Tutti attorno a me si agitano. Mi accorgo che piangono e gridano dalle smorfie che leggo sui loro volti e dai movimenti delle labbra. Eppure sembrano non emettere alcun suono come se il mondo fosse precipitato all'improvviso negli abissi e noi tutti fossimo poveri pesci in cerca di aria.
Victor Iulius Felix è nudo e io non riesco a muovermi, paralizzato dalla nausea, quando invece dovrei avanzare. Dovrei provare a sostenerlo. Dovrei tentare di fermare la vita che sta fuggendo dal suo corpo esausto. Ma le vertigini che mi fanno barcollare paiono una ragnatela liquida impenetrabile.
Passano istanti interminabili. Il fumo esalato dai bracieri che salutano il corteo imperiale annebbia la vista. L'acciottolato grigio delle vie dell'Urbe si getta otre la linea dell'orizzonte e pare aggredire il cielo ceruleo. Un magma senza contorni, senza punti di riferimento, senza prospettiva. Che fagocita gli odori, i suoni.
Vedo l'uomo dibattersi, lottare disperatamente. Sa che l'avversario è imbattibile, sa che le sue armi sono indistruttibili. Eppure le sue mani sono riuscite a trattenere la stoffa che voleva fuggire, a ricomporre sulla carne il simbolo e i colori del Senato. Un morbido manto dalle sfumature purpuree che si fa gelido come il corpo che nasconde. Lo sguardo si muove febbrile ma non più impaurito. Capisco che ci sta cercando, ci sta contando. Vuole chiamarci all'appello per l'ultima volta. Sa che è l'unico modo. L'unico strumento che avremo. Per restare vivi quando lui non ci sarà più.

I due imperatoriModifica

GOLFO DI AMBRACIA, MARE IONIO, 31 a.C.

Marco Antonio si strinse nel lungo mantello di lana. Non aveva ancora deciso di abbandonarlo nonostante l'approssimarsi della primavera. E aveva fatto bene, poiché quella notte aveva ripreso improvvisamente a fare freddo dopo diversi giorni di afa. Aiutato dalla sola torcia di un attendente, come ogni sera aveva percorso in silenzio i gradini di legno che portavano alla torre di guardia più avanzata dell'accampamento per aspettare il tramonto. E da quella posizione, aiutato dal buio, aveva cominciato a guardare verso l'orizzonte, dove i fuochi dell'accampamento di Ottaviano parevano stelle cadenti che agonizzavano al suolo in attesa di spegnersi. Ma quelle stelle non si spegnevano mai. Da una settimana a quella parte, da quando il generale aveva deciso di portare tutte le truppe che aveva a disposizione proprio di fronte al nemico che invece stazionava da tempo sull'altopiano di Mikalitzi.
Antonio sospirò e fece cenno all'attendente di andarsene. Gli piaceva il silenzio. Gli piaceva la solitudine. Gli piaceva l'oscurità grazie alla quale poteva ammirare il fiammeggiante perimetro di bracieri che delimitava il tempio di Apollo proprio di fronte all'accampamento. E da lì, poteva alzare lo sguardo per farlo proseguire a sud-ovest dove sonnecchiava l'isola di Leucas, il cosiddetto promontorio bianco da cui, secondo le leggende, sarebbe precipitata Saffo.
Antonio aveva anticipato a lungo le mosse di Ottaviano. Attraverso un'accorta tattica attendistica che gli aveva consentito di occupare gli spazi vuoti della mappa lasciati dalle navi e dalle legioni del suo avversario. Ma da qualche tempo a quella parte, qualcosa era cambiato. Era come se, in qualche modo, il suo avversario avesse imparato a fare il suo gioco, prevedendone le strategia. Come quella volta che aveva quasi convinto le navi di Agrippa a infilarsi nel golfo. Aveva fatto fissare i remi sulle navi come se fossero in attesa di una spinta e le aveva fatte schierare ai due lati dell'unico, stretto percorso. Nel frattempo aveva camuffato sulle rive le artiglierie da lancio. Eppure il più abile e fedele generale di Ottaviano, all'ultimo momento e inspiegabilmente, si era ritirato.
Antonio sapeva benissimo che non poteva affrontare Ottaviano in uno scontro diretto. Ma sperava che gli equilibri politici avrebbero potuto regalargli, nel medio tempo, nuove e inedite alleanze. E poi si fidava di Cleopatra, la donna della sua vita, quella irresistibile femmina a cui avrebbe regalato senza battere ciglio lo sguardo sull'Urbe in nome di un impero nuovo in cui il sangue di Enea e quello di Osiride potevano mescolarsi per costruire qualcosa di indicibile. Cleopatra gli aveva promesso il soccorso imminente dei regni del sud ma per quanto avrebbe dovuto ancora aspettare i risultati della via diplomatica mentre altri governatori clienti, per un motivo o per l'altro, decidevano di passare dalla parte del nemico? Perfino i pirati del Mediterraneo Orientale, che gli dovevano anni di immunità, preferivano le lusinghe del nuovo console.
Sognava e pensava Marco Antonio, mentre le torce delle navi di Ottaviano alla fonda nella baia di Punta Comaro continuavano a sfidarlo da lontano. Ma il generale sapeva di non poter cedere alle provocazioni. Durante l'inverno il suo esercito era stato decimato dalle malattie, dalla malnutrizione e dalle diserzioni. Troppi fattori giocavano ancora a suo sfavore. Tuttavia Antonio non era mai stato un soldato incline all'attesa. Per questo aveva deciso di chiedere aiuto ancora una volta a Gaio Giulio Cesare Il proconsole era morto ormai da anni ma non era stato forse lui a recitarne l'orazione funebre? Il vecchio amico gli doveva pure qualcosa. E quel qualcosa, scortato sotto vento da imbarcazioni camuffate, aggirando i posti di blocco piazzati da Ottaviano dallo stretto di Otranto a Methone, sarebbe già dovuto essere lì.
Era anche per questo motivo che Marco Antonio saliva ogni sera in cima alla più alta delle torri di guardia dell'accampamento. Nella speranza di vedere finalmente arrivare dal mare quell'arma potentissima che vent'anni prima aveva solo intravisto nei sogni folli di un condottiero all'apice della gloria. Un'arma che non temeva l'acciaio, non temeva il fuoco e non temeva la morte. Un'arma di cui poteva già sentire l'inarrestabile forza letale tra le mani.

Tu porti Cesare e la fortuna di Cesare...

La legione maledettaModifica

Il generale dei dannatiModifica

Fa freddo.
Tanto freddo.
Mi volto appena ma non smetto di correre. E loro sono sempre lì. Alle mie spalle
Non rinunciano. Non desistono. Mi inseguono. Anche se non riesco a rendermi conto di quale sia la distanza che ci separa.
Cento passi. Duecento. Forse qualcosa di più. Forse di meno. Ma la differenza tra me e loro è nei dettagli. Io sto fuggendo a piedi mentre loro sono a cavallo di una dozzina di puledri allenati a correre sui sentieri di montagna. Luoghi che conosco, di cui ho il vivido ricordo ma nei quali, proprio ora, mi rendo conto di non essere mai stato.
Dalle narici di quelle bestie esce un miasma sulfureo a ritmo irregolare. Il ritmo del galoppo forsennato.
Fa freddo. E io lo sento ormai intorpidire i muscoli, scavare le ossa, fermare il sangue. Come un sicario silenzioso di cui ti accorgi quando è troppo tardi.
Fa talmente freddo che pare bruci. I piedi scalzi scivolano pericolosamente su una sottile lastra traslucida che solo fino a qualche ora fa era neve bianca.
La neve pura come il latte appena munto. Luminosa come i petali di un fiore appena sbocciato. Ipnotica come lo sguardo di una bella donna. La neve perfida e adulatrice al contempo. Che cerca di convincermi a fermarmi. A riposare. A respirare.
Per un attimo riesco a vedere gli occhi dei miei inseguitori. Sono rossi, come le loro labbra. Come i rivoli che scendono dalle palpebre che piangono sangue.
Allora torno a guardare davanti. La tentazione di fermarmi è adesso solo il dolore di una rinuncia che implora alla bocca dello stomaco. Ma non c'è salvezza. Solo una grande, immensa distesa che aumenta a ogni mio passo e di cui non si vede la fine.
La mia voce nella testa.
Ma perché sono nudo? Perché la neve sta diventando così rossa? Perché sto scappando? E perché fa così freddo?
La mia voce mi continua a fare tutte queste domande. Sine requie. Nonostante io sappia con assoluta certezza di essere già morto.

La fortezza dei dannatiModifica

Il vento accompagna la morte.
E la morte corre più veloce di me.
I suoi aguzzini sono sempre alle mie spalle. Un battito di ciglia, un respiro, un ultimo singulto. E mi avranno raggiunto.
Perché la morte accompagna il vento
E il vento mi corre incontro frenando la mia fuga.
Ogni tanto mi giro per vedere quanto terreno abbia guadagnato la trista mietitrice ma stavolta decido di non farlo. Per la prima volta consapevole dell'incubo. Per la prima volta portatore del ricordo di fughe già tentate. Per la prima volta certo che non ce la farò.
E allora, inaspettatamente, mi fermo. E aspetto che il tutto si compia.
Gli aguzzini spronano i loro cavalli urlando incitazioni oscure. Li sento talmente vicini da chiudere gli occhi. Istintivamente. Perché so che la morte non intavolerà trattative. Mi afferrerà improvvisa. E sarà improvvisa.
Il vento mi aggredisce scaraventandomi a terra. Il fango freddo mi ghermisce immobilizzandomi. Piego il collo all'indietro e scopro un mondo sottosopra. In cui gli zoccoli dei cavalli mi scavalcano d'impeto. Evitandomi miracolosamente. Prima di passare oltre.
Mi ritrovo seduto. Fradicio. Impaurito. A guardare la furia animale che prosegue la sua corsa.
Verso qualcuno che solo ora è comparso nel mio incubo. Qualcuno che corre. Come me. Inseguito dalla morte.
Una donna. Magra. Calva. Gli stracci che ne coprono il corpo ferito sono brandelli agitati dalla tormenta.
Ganna corre. Il passo stentato di un cerbiatto ferito.
È lei e non più io la preda degli aguzzini della morte.
Uno di loro si volta a guardarmi mentre il suo cavallo mi supera con un balzo. Mi ride in faccia con quella bocca rossa di sangue. Gli occhi del colore del ghiaccio mi penetrano nella carne come una gelida lama affilata ma non si fermano a finirmi.
Ganna corre. Ganna fugge. Da loro. Da me...
Svegliati, Marco Cornelio. Svegliati. Perché Ganna...

L'invasione dei dannatiModifica

Scivolò. Cadde. Si rialzò. Per l'ennesima volta.
La pioggia scrosciante torturava da ore la notte dell'Urbe. Così copiosa e incessante da sfidare il buio.
Aveva spento le lucerne di strada, ricacciato i topi nelle fogne, minacciato le prostitute che si erano rinchiuse nei lupanari.
Nessuno poteva udire le sue urla disperate.
Gridava aiuto. Implorava, mentre l'acqua fredda calata dal cielo lo aggrediva come un predatore affamato
Tutto quel sangue. Che gli copriva il volto e gli accecava gli occhi. Che gli impastava le mani. Che gli incrostava la tunica. Che lo abbandonava completamente mentre correva lasciandogli alle spalle una lunga scia rossa che l'acciottolato si affrettava a bere insaziabile.
Non ricordava nulla di ciò che era accaduto. Non ricordava perché stesse scappando e da chi. Qualcuno, alle sue spalle, lontano, gli stava intimando di fermarsi. Ma sapeva che non doveva farlo.
Ricordava solo di essere entrato in quella taverna e di essersi seduto al primo tavolo che aveva trovato libero. Ricordava di aver chiesto una caraffa di vino e una coppa d'uva. Ricordava di aver mangiato e bevuto voracemente. Senza alzare mai lo sguardo. Ma quando, alla fine, lo aveva fatto, ricordava che tutti lo stavano osservando. Come intimoriti. Perché lui aveva ancora fame.
Aveva smesso di respirare per qualche istante. Si era guardato le mani e le aveva scoperte insolitamente tremanti, pallide. Le mani di un vecchio.
Le parole dell'oste che si era avvicinato al suo tavolo gli erano giunte alle orecchie confuse, impastate. Ma i suoi gesti gli erano parsi inequivocabili. Gli stava intimando di andarsene.
Aveva cercato di ribattere qualcosa ma improvvisamente la sua voce si era fatta sibilo flebile e rauca. E mentre cercava di articolare la risposta un fiotto umido di saliva rigurgitato dalla gola aveva finito quasi per strozzarlo.
Aveva tossito e sputato. Una macchia rossa sul legno.
L'oste lo aveva preso per un braccio e lo aveva strappato alla panca dove si era seduto. Aveva tentato di resistere ma la forza dell'altro gli era parsa subito troppo superiore alla sua.
Alcuni avventori si erano alzati e gli stavano venendo incontro. Per spalleggiare il padrone della bettola. Nelle loro mani scintillava il ferro di lame acuminate.
Cosa volevano da lui? Perché non lo lasciavano bere in pace? Perché si sentiva così debole? Perché era ancora così affamato?
L'oste lo aveva spinto contro la porta della taverna. Aveva sbattuto la schiena prima di rovesciare un tavolo nel tentativo di aggrapparvisi per non cadere. L'oste ne aveva approfittato per affrerrarlo per i capelli. Per questo e solo per questo aveva reagito.
E da quel momento che non ricordava più nulla. O almeno nulla di concreto, di rammentabile, di verosimile.
Aveva udito un urlo. Aveva visto sguardi strabuzzati, bocche spalancate. Le lame che fino a un attimo prima lo avevano minacciato volavano davanti ai suoi occhi, le mani ancora strette sull'elsa e le braccia attaccate alle mani. Sulle teste di manichini umani.
Alla fine aveva obbedito ed era uscito. Ma quando si era chiuso alle spalle la porta della taverna, all'interno non c'era rimasto nessuno. Nulla. Di ancora vivo.
Scivolò ancora. Cadde di nuovo. Strisciò prima di rialzarsi.
Se solo fosse riuscito a ritrovare la strada per la caserma. Se solo fosse riuscito a chiudersi il mondo alle spalle.
Ancora quelle voci. Si appiattì contro un muro difeso dal buio. Si lasciò scivolare a terra. Portò le mani alla testa per proteggersi da una luce che non c'era più. E cominciò a piangere. Mentre i passi di corsa si avvicinavano.
Non voleva uccidere ancora. Non voleva più farlo anche se sapeva che sarebbe successo.
Perché aveva fame. Una fame rabbiosa. Come non ne aveva mai avuta in tutta la sua vita.
E tanta paura. Anche di quella maledetta pioggia. Che bruciava come fuoco.

BibliografiaModifica

  • Roberto Genovesi, Inferi on net, Mondadori, 2010
  • Roberto Genovesi, La legione occulta dell'impero romano, Newton Compton Editori, 2010
  • Roberto Genovesi, La vendetta di Augusto, Newton Compton Editori, 2011
  • Roberto Genovesi, Il segreto della legione occulta, Newton Compton Editori, 2012
  • Roberto Genovesi, Il ritorno della legione occulta. Il re dei giudei, Newton Compton Editori, 2017
  • Roberto Genovesi, I due imperatori. La saga della legione occulta, Newton Compton Editori, 2019. ISBN 978-88-22735942
  • Roberto Genovesi, La mano sinistra di Satana, Newton Compton Editori, 2012
  • Roberto Genovesi, Il templare nero, Newton Compton Editori, 2013
  • Roberto Genovesi, L'angelo di Mathausen, Newton Compton Editori, 2010
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. Il generale dei dannati, Newton Compton Editori, 2016. ISBN 978-88-22711786
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. La fortezza dei dannati, Newton Compton Editori, 2017. ISBN 978-88-22723260
  • Roberto Genovesi, La legione maledetta. L'invasione dei dannati, Newton Compton Editori, 2018. ISBN 978-88-54190702

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