Phyllis Chesler

Phyllis Chesler (1940 – vivente), psicoterapeuta, accademica e scrittrice statunitense.

Citazioni di Phyllis CheslerModifica

  • Bat Ye'or ha ragione quando descrive Eurabia. Perché mentre molti immigrati musulmani amano l'occidente, ce ne sono altrettanti ostili alla modernità, alla democrazia, agli "infedeli". Non vogliono assimilarsi o integrarsi. Hanno il compito di convertire i dhimmi e governare lo stato secondo la sharia. Vivono in Europa, ma è come se non avessero mai lasciato il Pakistan, la Turchia, l'Afghanistan, l'Algeria. Hanno creato un universo parallelo, pericoloso per l'Europa. In questo senso l'islam è il più grande esecutore al mondo di un apartheid di genere e religioso. Donne in burqa, niqab, hijab, sono ovunque nelle strade europee. I delitti d'onore infestano l'Europa e, come ho sempre cercato di dimostrare, sono omicidi ben diversi dalla violenza domestica dell'occidente. L'Europa ha accolto il flusso di immigrati ostili per dimostrare che non era "razzista", che non erano stati gli europei a uccidere sei milioni di ebrei. Oggi si ritrovano così a giustificare l'olocausto di Israele predicato dai musulmani.[1]

Paziente e patriarca: la donna nel rapporto psicoterapicoModifica

IncipitModifica

"Come tutte le scienze e i valori la psicologia delle donne finora è stata studiata soltanto dal punto di vista maschile. È inevitabile che la situazione di vantaggio in cui l'uomo si trova conferisca a questi giudizi una validità oggettiva che verrà attribuita al suo rapporto soggettivo e affettivo con la donna... quindi il problema è stabilire in quale misura anche la psicologia analitica, quando l'oggetto della ricerca sia la donna, si trovi sotto l'influsso di questo modo di pensare." (Karen Horney)

CitazioniModifica

  • La psicologia femminile continua a essere considerata dal punto di vista maschile. Frattanto la teoria e la pratica psichiatrica e psicologica continuano sia a riflettere che a influenzare la percezione politicamente rudimentale e il brutale trattamento che la nostra cultura riserva alle donne. L'infelicità femminile è stata presa in esame e «curata» come problema patologico individuale, senza tener conto di quante altre pazienti (o non pazienti) sono ugualmente infelici, e ciò da parte di uomini che hanno volutamente ignorato il fatto oggettivo dell'oppressione femminile. L'incapacità della donna di adattarsi al ruolo femminile o di accontentarsi è stata considerata una deviazione dalla «naturale» psicologia femminile invece di un atteggiamento critico nei confronti di questo ruolo.
  • Le donne sono probabilmente l'archetipo degli schiavi; con ogni probabilità costituirono il primo gruppo di esseri umani caduto in schiavitù di un altro gruppo. In un certo senso il «lavoro» della donna consiste nel manifestare i segni e i «sintomi» della schiavitù, talvolta svolgendo contemporaneamente mansioni di schiava in cucina, accanto ai figli e in fabbrica.
  • Gli psichiatri e gli psicologi hanno sempre descritto come malattie mentali gli indizi e i sintomi delle varie forme di oppressione, reale o a livello di sensazione. Le donne manifestano spesso questi sintomi, non soltanto perché sono effettivamente oppresse, ma anche perché il ruolo sessuale (cioè il modello stereotipato) al quale sono condizionate è costituito appunto da manifestazioni simili.
  • Può darsi che il numero delle donne che ricorrono alla psicoterapia sia superiore a quello degli uomini perché questa e il matrimonio sono i due soli istituti previsti dalla società per le donne del ceto medio. Che questi presentino forti somiglianze è un fatto molto significativo. Per la maggior parte delle donne l'incontro con lo psicoterapista è soltanto una nuova circostanza in cui sperimentano un rapporto impari, un'occasione di più in cui vengono premiate per aver manifestato il proprio disagio e «aiutate» da un sapiente oppressore.
  • Sia la psicoterapia che il matrimonio separano le donne; entrambi offrono una soluzione individuale anziché collettiva al problema dell'infelicità femminile; entrambi si basano sulla debolezza femminile e sulla dipendenza della donna da una figura maschile più forte che rappresenta l'autorità; in pratica, entrambi possono essere considerati come il ripetersi del rapporto fra la bambina e il padre nella società patriarcale; entrambi dominano e opprimono le donne allo stesso modo eppure, nello steso tempo, sono i due rifugi più sicuri in una società che alle donne non offre altro.
  • È evidente che la donna, per poter essere considerata sana, deve «adattarsi» alle norme di comportamento del suo sesso e accettarle, anche se questo comportamento viene considerato genericamente meno desiderabile da un punto di vista sociale.
  • Ovviamente il modello della sanità mentale nella nostra cultura è maschile. Il maggior numero dei medici considera le donne infantili, diverse. Perciò è particolarmente interessante che alcuni di essi, specialmente gli psichiatri, le preferiscano come pazienti. Forse la loro preferenza è molto sensata; il medico può ricevere un vero «servizio» psicologico dalla sua paziente sotto forma di possibilità di esercitare l'autorità e di sentirsi superiore a una femmina sulla quale può proiettare molti dei suoi desideri insoddisfatti di dipendenza, emotività e soggettività e nei cui confronti, data la sua posizione superiore di esperto e di medico, è protetto come non può esserlo nei confronti della propria madre, della moglie, della fidanzata. E in più viene pagato!
  • Per la grande maggioranza delle donne l'incontro con lo psicoterapista è soltanto un'occasione in più in cui esse si sottomettono a una figura dominante che rappresenta l'autorità. Mi domando come un simile rapporto possa favorire lo sviluppo del senso di indipendenza, o di una sana dipendenza, nelle donne.

NoteModifica

  1. Citato in Giulio Meotti, L'eurabia è dentro di noi, Il Foglio.it, 26 luglio 2009.

BibliografiaModifica

  • Phyllis Chesler, Paziente e patriarca: la donna nel rapporto psicoterapico, in Vivian Gornick e Barbara K. Moran (a cura di), La donna in una società sessista, traduzione di Laura Comoglio, Einaudi, 1975. ISBN 88-06-04752-3

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