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Mauro Covacich

Mauro Covacich (1965 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Mauro CovacichModifica

  • Accanto alla Trieste austroungarica è sempre esistita un’altra Trieste. Accanto alla città dei caffè letterari, della composta amicizia di Svevo e Joyce, c’è sempre stata un’altra città morbida, disinvolta, picaresca, dai connotati quasi carioca. C’è il lungomare di Barcola, per esempio, dove la gente prende il sole sei mesi all’anno e fa il bagno anche in ottobre. C’è un edonismo antico, morale nei triestini. E anche un vitalismo moderno un po’ easy-going, alla californiana.[1]
  • [Su Franz Kafka] Avendo un lavoro impiegatizio che gli consente molto tempo libero, va al cinema ogni pomeriggio. In sala però le sensazioni non sono proprio buone. Anche nelle scene più innocue Kafka subisce il fenomeno precipuamente fisico della loro percezione, ne riceve un'impressione violenta, vive in piena coscienza il piacere panico di un rapimento. La cosa lo attira e nello stesso tempo lo disturba.[2]
  • Con Alberto gioco anche a scacchi una volta alla settimana, da me, perdendo quasi sempre, ma è un supplizio a cui mi sottopongo di buon grado (sto parlando di uno che, finito il suo turno di dodici ore al pronto soccorso, si è precipitato di nuovo all’ospedale e si è rimesso il camice non appena ha saputo di un mio malore). Passiamo interi pomeriggi uno di fronte all’altro senza dirci una parola.[3]
  • Vorrei dire: La maratona è un'arte marziale. Chi la corre compie una scelta estetica, non una sportiva. Lo sport non c'entra niente. Vorrei dire: Resistere alla più alta velocità possibile per una strada così lunga è la cosa più bella che una mente umana possa produrre. La mente non è il cervello, la mente è il sistema del corpo che pensa. La mente è la rete in cui il mio avampiede, il mio cuore, il mio glicogeno, i miei desideri, la mia memoria, tutto me stesso dialoga con tutto me stesso e con ciò che dall'esterno modifica o può modificare me stesso.[4]

Incipit di La città interioreModifica

Il bambino cammina sui vetri in frantumi. Finestre, bottiglie, un tappeto croccante, pieno di luce, sul quale le sue grosse scarpe avanzano a passo di marcia. Ha sette anni, regge una sedia rovesciata in testa e sorride al mondo. È quella scintilla negli occhi a essersi conquistata la prima pagina. Lo sguardo di uno scugnizzo triestino in preda all'euforia nonostante il peso della sedia e il compito da portare a termine. I fratelli hanno mandato lui. Un moccioso intenerisce, rallegra, ha più probabilità di successo. Il fotografo l'ha colto quasi alla fine del percorso — la modanatura sullo sfondo appartiene senza dubbio a un edificio del centro — ma le sue zampe tutte ginocchia sono in movimento da almeno un paio d'ore.

NoteModifica

  1. Citato in Marisa Fumagalli, Trieste, la frontiera, Corriere della Sera, 27 aprile 2018, p. 35.
  2. Da Quando Kafka andava al cinema e non riusciva a trattenere le lacrime, Corriere della Sera, 15 ottobre 2002.
  3. Da Covacich: la mia estate senza social frequento solo amici in carne e ossa, Corriere.it, 4 agosto 2017.
  4. Da A perdifiato, Mondadori.

BibliografiaModifica

  • Mauro Covacich, La città interiore, La nave di Teseo, 2017.

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