Massimiliano Virgilio

scrittore e giornalista italiano (1979-)

Massimiliano Virgilio (1979 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Massimiliano Virgilio

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  • Quando Maradona è arrivato, Napoli era la città del post-terremoto, del colera di poco più di dieci anni prima, della criminalità che faceva il salto di qualità. Ma era anche una città vivissima: c'è Lucio D'Amelio e da poco è passato Andy Warhol, sono gli anni della musica di Sergio Bruni e di Pino Daniele e di tutto il neapolitan power; di una scena letteraria florida. Non una Napoli milionaria, ma ricchissima sì, vivace. È però la sola presenza di Maradona ad accendere un faro: il mondo guarda Napoli. Per la prima volta, con intensità, come non succede da tempo. Come non succedeva, forse, da quando era una capitale borbonica. Improvvisamente Napoli ha preso consapevolezza del suo essere metropoli. Ed è tornata a essere la Capitale perduta che sempre si ripete di essere.[1]
  • [Cosa lascia Maradona a Napoli?] Una grande eredità tra le mani della città. Culturale e immaginaria. Un tesoro che non va sperperato perché l'ultima e unica possibilità per la città di restare sullo scenario mondiale. Lo abbiamo visto in questi giorni: gli occhi di tutto il mondo su Napoli. Allo stato attuale la città non può vantare niente di lontanamente paragonabile. Né simboli, icone, luoghi della memoria condivisi. Non bisogna farsi sfuggire, da questo punto di vista, l'opportunità di esistere.[1]

Intervista di Francesco Raiola e Angela Verrastro, agoravox.it, 1 ottobre 2009

  • [...] credo che uno dei problemi sia la sovrapposizione tra rappresentazione e stereotipo. Non è un problema esclusivamente napoletano. Però se guardo ai napoletani come a un campione molto rappresentativo della popolazione italiana mi rendo conto che tale sovrapposizione è giunta a un livello talmente elevato di coscienza collettiva da rendere ininfluente qualsiasi tentativo di separazione. La grande capacità di manipolare il proprio stereotipo è una caratteristica inquietante di certi napoletani. Naturalmente, i media nazionali amano questa doppiezza, la ritengono "cinema", e quindi la riprendono, la ripropongono, se ne fanno dibattiti. La restante parte d'Italia che non è Napoli guarda a tutto ciò come "all'esotico", alienando da sé ogni responsabilità, mentre alcuni napoletani guardano alla riproposizione dello stereotipo come a una rappresentazione veritiera della propria identità. L'inganno è lì. Se la mia identità si fonda su una serie di stereotipi veicolati dal gusto per l'esotico che è proprio della televisione, allora non ho più alcun bisogno di provvedere alla mia auto-rappresentazione sociale. La vita in diretta, o chi per essa, ci penserà al mio posto.
  • La "Napoletanità" non è niente. È il tentativo di attribuire una categoria ontologica a un gruppo di persone che vivono più o meno entro gli stessi confini geografici. È un concetto fumoso e molto dannoso. È il tentativo di definire la nostra diversità come unicità. Ma la verità è che la napoletanità non esiste, se non come giustificazione all'incapacità di costituirsi come una comunità che si preoccupa del benessere di tutti. È un vessillo all'invivibilità, uno scudo che nasconde le difficoltà. In città c'è tutto un marketing della napoletanità, sulla nostra presunta aderenza a una comunità "anomala" nel male e, soprattutto, nel bene. Nella migliore delle ipotesi, la napoletanità è solo uno slogan in dialetto su una maglietta da vendere a qualche turista o a qualche emigrante nostalgico.
  • Penso che Napoli non sia una città, ma un paese. Si atteggia a metropoli, a capitale decaduta, ma in realtà è una sorta di monolite dove forme diverse e sempre più degenerate di incultura e criminalità soffocano le energie positive che esistono sul territorio. A questo c'è da aggiungere un vittimismo molto diffuso in tutti gli strati della popolazione. I piccoli mondi contigui che non si compenetrano, i diversi ambienti che non dialogano tra loro, sono il segno più eloquente di questo provincialismo. Scalfire il monolite, ecco uno dei compiti più difficili da intraprendere.

Porno ogni giorno

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  • Desidero e odio la massa, la odio e la amo. Sono incapace di dirle di no, di sfuggire al suo richiamo, di non illudermi ogni volta che non mi fagociterà.
    Spesso accade che a una malattia se ne aggiunga un'altra cui spetta il compito di aumentare la portata della prima. La mia seconda malattia si chiama Napoli. È il mio frullatore di ossessioni, l'humus nel quale gemmano cellule malate, il laboratorio dove si sperimentano prototipi da mettere in circolazione. Consumi, spettacoli, miti della canzone e vita notturna. Napoli è la pastella che avvolge ogni fenomeno di massa che fa palpitare il mio scriteriato cuore. (p. 3)
  • [Piazza del Plebiscito] Col suo Palazzo Reale dalla facciata a casermone, con le sue feste di piazza, le sue convention, il suo configurarsi come un non-luogo paradossale, perché ricco di storia, eppure simbolo vuoto di una guerra persa, di una città che dietro la vetrina si è smarrita e non ha saputo reagire ai suoi vizi. (p. 8)
  • Finalmente all'aperto, per qualche istante ho come la sensazione che l'imbavagliamento sia finito. Forse sono stordito dalla nicotina o dall'aria fresca. Ma dura poco. Il dolore del fumatore è una punizione ripetitiva: la sigaretta finisce. Anche se speravo che durasse facendo ogni tanto una timida boccata, sul terrazzo del Campania non si riesce a evitarlo, perché un vento costante e senza rimedio la sta consumando con una rapidità impressionante. Allora, prima di utilizzare il civilissimo ed enorme posacenere che tutti utilizzano, mi guardo attorno come sempre faccio quando la tentazione di buttare la cicca di sotto è troppo forte. E allora, solo allora, mi rendo conto di trovarmi sul terrazzo di una cattedrale nel deserto.
    La piana di Marcianise mi sta spoglia e innocua davanti ai miei occhi. Il suo è un silenzio contaminato. (p. 11)

Bibliografia

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Altri progetti

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  1. a b Dall'intervista di Antonio Lamorte, Maradona e i fischi di Napoli: "Non fu soltanto amore", ilriformista.it, 2 dicembre 2020.