Massimiliano Colombo

scrittore italiano

Massimiliano Colombo (1966 – vivente), scrittore italiano.

Incipit di alcune opereModifica

CenturioModifica

Mensis Martius, 81 a.C.

Il centurione osservò il sole scomparire a occidente attraverso i fumi pallidi dei fuochi del campo prima di entrare nella tenda. Slacciò il cingulum, che tintinnò leggermente, lo appese insieme al gladio al palo di sostegno della struttura e si lasciò cadere sullo sgabello.
Appoggiò i gomiti sulle ginocchia, si prese la testa fra le mani e sprofondò nell'abisso dei suoi ricordi. Immagini, volti, luoghi si rincorsero disegnando un gorgo di emozioni. Il battito del cuore era lento, ma echeggiava come un tamburo nella sua mente. Il respiro si fece profondo. Una sorta di dolore surreale premette sul petto. Era la tristezza, che arrivava a fargli compagnia ogni volta che si ritrovava solo, soffocando come un fiume che saliva alla gola ogni suo pensiero.
Strinse gli occhi e cercò di convincere se stesso che la cosa migliore da fare, l'unica che gli restava, era quella di imparare ad accettare la situazione. Forse non era vero che nella vita tutto doveva avere un senso.
«Centurio»
Gli occhi si riaprirono di scatto battendo più volte verso la luce abbagliante che impediva la vista dell'imponente sagoma del soldato fermo all'ingresso della tenda.
«Ho portato la cassa che mi hai chiesto.»
L'ufficiale annuì. «Mettila pure lì», ribatté indicando un angolo vicino alla branda da campo.
Con un ultimo sforzo il legionario mise a terra con attenzione la cassa e rivolse un'occhiata al suo superiore in attesa di altre disposizioni.
«Grazie Valerio, va' pure ora». Il miles salutò e uscì dalla tenda scuotendo, al suo passaggio, la fievole fiamma della lampada a olio che illuminava l'alloggio.
Gli occhi del centurione si concentrarono verso quell'oggetto. Un istante dopo si avvicinò al baule che sembrava tremare alla luce e con la sua ombra lo coprì. Appoggiò il ginocchio a terra, sfiorò con i polpastrelli il coperchio e cercò di capire se vi fosse un modo comodo per aprirlo. Una placca bronzea ornamentale contornava la serratura che era coperta da una strana patta assicurata a un cardine. Non c'era alcun dubbio, andava forzata.

Stirpe di eroiModifica

«Sono vecchio».
Il giovane servo alzò lo sguardo verso Quinto Fabio Massimo Rulliano, illuminato per metà dalla luce del mattino. Era abituato a sentirlo masticare discorsi tra sé e non si curava di comprendere il senso delle parole del magistrato. Continuò a legare le corregge dei calcei neri mentre il suo padrone, Rullus, come lo avevano soprannominato i senatori, continuava a borbottare.
«Il Senato vorrà rieleggermi, dovrò nuovamente proporre la mia carica e io non potrò rifiutare».
Finito con la calzatura sinistra, lo schiavo prese ad armeggiare con l'altra, evitando di incrociare lo sguardo grave di Quinto Fabio, segnato da una vita di battaglie.
Rulliano era un eroe; aveva ricoperto per quattro volte la carica di console e per quattro volte aveva assolto con onore gli ambiziosi incarichi che la città gli aveva richiesto, fino a divenire una sorta di monumento vivente.
«Il mio corpo non ce la può fare», disse con un tono più deciso. «Questa schiena legnosa ha già dato alla Repubblica tutto quello che poteva, e ogni giorno, al mio risveglio, non perde occasione di rammentarmelo con delle stilettate».

L'aquila della decima legioneModifica

35 a.C.

Ho il dono, spesso doloroso, di una memoria che il tempo non riesce ad offuscare. Tutte le persone incontrate nella mia lunga esistenza sono sempre presenti e vive in me, nonostante il colore argenteo dei capelli mi separi da fatti accaduti ormai in un lontano passato. Non posso che essere grato al destino che mi ha concesso di incontrare grandi uomini e di prendere parte ad eventi eccezionali che saranno tramandati nei secoli a venire, ma il prezzo pagato è stato alto, perché se da un lato il fato mi ha dato tanto da ricordare e il tempo per farlo, dall'altro ha cinicamente portato via uno dopo l'altro tutti quelli che ha messo sul mio cammino, lasciandomi una tristezza profonda, anche se piena di grandezza.
Ho creduto, come il tempo, di essermi rassegnato a questa malinconica situazione, racchiudendo nel mio cuore volti e sensazioni per custodirli gelosamente come tesori preziosi. Una corazza dura e compatta li ha protetti, ma è rimasta indelebilmente segnata dai sacrifici sopportati e dalle lotte sostenute, che ora, a distanza di tempo, mi appaiono ancora più nobili. Non potrebbe essere altrimenti, perché io appartengo alla generazione che ha reso Roma padrona del mondo conosciuto e poi l'ha trascinata in una sanguinosa guerra civile al seguito di un uomo straordinario, nel bene o nel male, che la Storia ricorderà con il nome di Gaio Giulio Cesare.
La saggezza acquisita in anni di battaglie e pericoli scampati mi consiglierebbe adesso di godere finalmente di un meritato periodo di pace, anche perché non so se la mia vita sarà ancora lunga, ma la mia coscienza mi pungola costantemente alle spalle obbligandomi ad andare avanti. C'è una battaglia cominciata vent'anni fa, il cui eco assordante rimbomba ancora nei miei timpani, che aspetta me per concludersi definitivamente. Così, da buon soldato qual ero, e quale mi sono sempre sentito, mi accingo a intraprendere questo viaggio per raggiungere il luogo che è stato testimone dell'intreccio dei destini delle persone a me più care.

L'ombra dell'imperatoreModifica

Agosto del 355 d.C.

Il vento caldo dell'estate spinse la poiana sopra l'assolata pianura, verso i campi coltivati ai margini della grande città. Sotto lo sguardo del predatore si snodavano lucenti corsi d'acqua, scudo liquido che abbracciava le salde mura erette a difesa dell'abitato.
La cinta muraria della città era interrotta da torrioni, mute sentinelle lungo le vie che correvano in ogni direzione. Di lì era facile raggiungere Aquileia e poi proseguire per Costantinopoli, oppure andare a occidente e tagliare a settentrione, verso Vienne e le Gallie, fino a Lutezia. Di lì si poteva avere il controllo delle vie per il Reno e l'alto corso del Danubio. Di lì l'imperatore e la sua corte guidavano la lotta per il dominio dell'Impero.
Chi voleva regnare su Roma, doveva farlo dall'antica capitale degli Insubri, una città chiamata Mediolanum.
Nell'ultimo secolo Mediolanum era prosperata, si era espansa dentro e fuori dalle antiche mura. Ricca e potente, batteva moneta nella propria zecca ed era disseminata di ville signorili, giardini, porticati, statue, terme, teatri. Da solo, l'imponente complesso del palazzo imperiale occupava un intero quartiere nella parte occidentale della città. L'insieme di sontuosi edifici residenziali e di rappresentanza, eretto nel corso degli anni, ospitava la struttura amministrativa dell'Impero. Tra giardini esotici incastonati come gioielli in maestosi colonnati, molti dei palazzi di corte si affacciavano, secondo il modello orientale, direttamente sull'immenso palcoscenico personale del Divino Augusto, il circo equestre, costruito a ridosso delle mura.
Uno stormo di piccioni si levò in volo da una delle torri della linea di partenza delle corse dei carri. Il movimento non sfuggì alla vista acuta della poiana, ma il predatore rimase immobile ad ali spiegati, a contemplare l'arena che si estendeva al suolo. Attratta da un bagliore nel turbinio di colori che circondava il percorso di gara, la poiana virò e scese in picchiata. In quel momento si levò il boato della folla e il rapace, spaventato, riaprì le ali e volò verso la campagna.

BibliografiaModifica

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