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Tuesday Lobsang Rampa, all'anagrafe Cyril Henry Hoskin (1910 – 1981), scrittore britannico.

Il terzo occhioModifica

IncipitModifica

«Ohè. Ohè. Hai quattro anni e non sai stare a cavallo! Non diventerai mai uomo. Che cosa ne dirà il tuo nobile padre?» Dopo queste parole, il vecchio Tzu appioppò al pony – e lo sfortunato cavaliere ne subì le conseguenze – un colpo vigoroso sulla groppa, poi sputò nella polvere. I tetti dorati e le cupole del santuario di Potala sfavillavano nel vivido sole. Più vicino a noi, le acque azzurre del lago di fronte al Tempio del Serpente si increspavano al passaggio delle anatre selvatiche. Lontano, sul sentiero sassoso, si levavano le urla e le esclamazioni degli uomini che incitavano i lenti yak sul punto di allontanarsi da Lhasa. Dalle immediate vicinanze ci giungeva il vibrante bmmmn, bmmmn, bmmmn delle trombe, con le loro note basse e profonde, mentre i monaci musicanti si esercitavano nei campi, lontano dalla folla.

CitazioniModifica

  • Il Tibet era un paese teocratico. Non desideravamo affatto il "progresso" delle altre parti del mondo; volevamo soltanto poter meditare in pace e trascendere le limitazioni della carne. I nostri savi si erano resi conto da tempo del fatto che l'Occidente bramava le ricchezze del Tibet e sapevano che la venuta degli stranieri significava la fine della serenità. L'attuale invasione comunista del Tibet ha dimostrato quanto avessero ragione. (p. 15)
  • Nessuno deve poter guardare dall'alto il Dalai Lama, per cui esiste un vincolo che limita a due piani l'altezza delle abitazioni. (p. 15)
  • I tibetani ritengono che non sia affatto prudente dormire con la luce del giorno, in quanto i demoni del giorno possono impadronirsi dei dormienti. [...] Nessuno si sottrae alla regola, ed anche i moribondi devono rimanere desti il più a lungo possibile, affinché possano riconoscere la giusta via da seguire attraverso i territori di confine fino all'altro mondo. (p. 18)
  • La Legge è severa con i ricchi per insegnar loro la comprensione e la pietà (p. 20)
  • La Legge è mite con i poveri per mostrar loro la compassione. (p. 20)
  • Nel Tibet tutto viene deciso dall'astrologia, dall'acquisto di un yak alle carriere dei singoli individui. (p. 25)
  • Nel Tibet, gli animali non vengono coccolati, né resi schiavi; sono creature che devono servire a un utile scopo, creature aventi i loro diritti, proprio come gli esseri umani. (p. 33)
  • Nel Tibet vengono dati a ciascuno due nomi, e il primo è quello del giorno della settimana in cui si è nati. Io ero venuto al mondo un martedì e pertanto Martedì era il mio primo nome. (p. 34)
  • Le guerre nel Tibet possono essere paragonate a una partita a scacchi. Se il re viene eliminato, la partita è vinta. (p. 37)
  • Noi tibetani siamo fermamente convinti che l'intero destino degli individui sia scritto sul palmo della mano. (p. 41)
  • Drepung è il più grande monastero del mondo, con i suoi diecimila monaci, i suoi alti templi, le piccole case di pietra e gli edifici a terrazza che si levano l'uno dietro l'altro.
  • La legge vuole che alle persone di nobile nascita sia riservata la severità e che alle persone di bassi natali sia riservata la compassione. (p. 54)
  • Il 108 è un numero sacro nel Tibet e le dame che avevano chiome così abbondanti da poterle suddividere in tal numero di trecce erano considerate fortunatissime.

BibliografiaModifica

  • T. Lobsang Rampa, Il terzo occhio, traduzione di Bruno Oddera, I libri del pavone, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1961.

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