Lev Isaakovič Šestov

filosofo russo

Lev Isaakovič Šestov (1866 – 1938), filosofo russo.

Lev Isaakovič Šestov nel 1927

Citazioni di Lev Isaakovič ŠestovModifica

  • [Riferito a Benjamin Fondane] Ciò che voi volete non è rinunciare alla conoscenza, ma oltrepassarla.[1]
  • Dopo Plotino la filosofia non ha più il diritto di percorrere le strade che aveva percorso prima di lui. Volenti o nolenti, per quanto ci possa attirare l'albero della conoscenza del bene e del male, cresciuto così fronzuto e rigoglioso in questi sedici secoli che ci separano da Plotino, non siamo più in grado di fondare la nostra etica, né la nostra ontologia, né la nostra teoria della conoscenza così come le fondavano i greci. L'esistenza autentica ha inizio al di là del bene e del male. La verità filosofica è al di la della mente e dell'intelletto...[2]
  • La verità è ciò che passa davanti alla storia e che la storia non nota.[3]
  • Nel 399 a.C., gli ateniesi hanno avvelenato Socrate. E Platone, suo discepolo, άναγκαζόμενος ύπ’ αύτης της άληθείας («costretto dalla stessa verità») non poteva evitare di pensare al fatto che Socrate fosse stato avvelenato. Egli ci parla di questa morte nel Critone, nel Fedone e nei suoi altri dialoghi. Ma in tutto quel che ha scritto si avverte sempre il seguente problema: esiste in verità al mondo un potere che sia in grado di costringerci ad accettare, definitivamente e per sempre, che nel 399 a.C. Socrate è stato avvelenato? Per Aristotele una simile domanda, evidentemente assurda ai suoi occhi, neppure esisteva; egli era convinto che la verità «Socrate è stato avvelenato», al pari della verità «un cane è stato avvelenato», fosse superiore a ogni obiezione divina o umana.
    La cicuta non fa distinzione tra Socrate e un cane. E noi, αναγκαζόμενοι άκολουθέιν τόίς φαινόμενόις, αναγκαζόμενοι ύπ’ αύτης άληθείας («costretti a seguire i fenomeni, costretti dalla stessa verità»), siamo obbligati, nei nostri giudizi mediati o immediati, a non fare alcuna differenza tra Socrate e un cane, e neppure tra Socrate e un cane rabbioso.[4]
  • Non fu l'uomo, bensì Dio a cogliere il frutto dell'albero proibito e ad assaggiarlo.[1]
  • Per quante domande noi porremmo a Plotino, non riceveremo alcuna risposta. Non ode neppure le nostre domande che per lui hanno cessato di esistere. E uno dei privilegi più importanti è proprio il diritto di non dare risposte, di non ribattere, di non doversi giustificare o, in altre parole, la non-soggezione alle istanze comuni.[2]

NoteModifica

  1. a b Citato in Ann van Sevenant, Il filosofo dei poeti. L'estetica di Benjamin Fondane, Mimesis, 1994.
  2. a b Da L'eredità fatale. Etica e ontologia in Plotino, traduzione di Valentina Parisi, Ananke, 2005.
  3. Da Atene e Gerusalemme, p. 1197.
  4. Da Atene e Gerusalemme, pp. 243-245.

BibliografiaModifica

  • Lev Isaakovič Šestov, Atene e Gerusalemme, revisione del testo russo di Pavel Maximov, traduzione di Alessandro Paris, Bompiani, Milano, 2005, pp. 243-245. ISBN 8845239632

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