La donna delinquente

saggio di Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero del 1893

La donna delinquente: la prostituta e la donna normale, saggio di Cesare Lombroso e Guglielmo Ferrero pubblicato per la prima volta nel 1893.

Copertina della prima edizione dell'opera

Nello stato in cui sono ora od in cui noi vogliamo che siano le scienze morali, intrecciate, o meglio, fuse colle naturali, non è possibile intraprendere lo studio della donna delinquente senza analizzare prima la donna normale, anzi la femmina, nella scala animale.

Citazioni

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  • Fra le menzogne convenzionali più ridicole che abbia l'Italia, o per meglio dire la sua burocrazia, che non è certo la prima in Europa, è quella proibizione assoluta di misurare, fotografare, studiare, fotografare i peggiori delinquenti una volta condannati.
    Fino che vi è presunzione d'innocenza, finché essi non sono che indiziati, o accusati, voi potete infamarli in tutti i modi e farne la massima pubblicità, pubblicarne gl'interrogatori. Ma quando sono riconosciuti ben bene per birbanti, quando sono rinchiusi per sempre nel carcere, oh... allora diventano sacri. Guai a chi li tocca, guai a chi li studia.
    I tisici, le gravide possono essere manipolate, fino ad averne danno; da migliaia di studenti, per uso della scienza: ma i birbanti!... Dio ce ne liberi. C'è di mezzo la dignità umana, il rispetto alla sventura e tutto il resto del vecchio ciarpame subsentimentale inventato dai giuristi delle vecchie scuole, e questo sopratutto in Italia, dove è pur nata e fiorisce la nuova scuola che ne mostro l'enormità.[1] (p. 337)
  • La miseria è una causa minore di suicidio per la donna. Inferiore è infatti la percentuale di suicidi per miseria rispetto alla quota dei suicidi in ciascun sesso: inferiorità che viene raddoppiata e triplicata quindi se si pensa che i suicidi sono due o tre volte minori nelle donne. [...] Tanto più caratteristico è questo fatto in quanto le probabilità dei due sessi di cadere nella miseria sono certo pressoché eguali, giacché una rovina finanziaria tocca quasi sempre almeno un uomo e una donna, il marito e la moglie, il padre e le figlie, ecc. ecc.
    Ma la donna tiene fronte alla miseria assai meglio che l'uomo per molte ragioni. Essa [...] si adatta meglio alle condizioni più diverse della vita sociale, e poiché, come osservò Max Nordau[2], le differenze le differenze tra la duchessa e la lavandaia non sono che superficiali, molto meno intime che non le analoghe differenze dell'altro sesso, ne viene che la duchessa può adattarsi assai più facilmente nei rovesci a divenire lavandaia. Tutti hanno potuto osservare donne di alta condizione che, rovinate, si sono tranquillamente acconciate ad umili uffici di cameriera, di dama di compagnia, ecc. ecc.; ma l'uomo decaduto dagli splendori di un'alta posizione non si piega così facilmente sotto la ferrea volontà del destino: più spesso si spezza.
    Di più, la donna, avendo minori bisogni e minore sensibilità, si adatta meglio che l'uomo, non solo ai dolori morali, ma anche alle privazioni fisiche della miseria (scarso alimento, mancanza di comodi, ecc.).
    Si aggiunga che sovente la donna ha nella rovina finanziaria di una famiglia una responsabilità solo indiretta; e quindi il rimorso è assai minore in questo caso che per l'uomo. Inoltre, la maternità spiega anche qui la su influenza benefica, perché la madre diventata povera, più che il dolore della rovina, sente il dovere di provvedere ai suoi bambini, non abbandonandoli in mezzo alla strada, mentre l'uomo nel parossismo del dolore dimentica più spesso quelli che saranno vittime innocenti dei suoi errori e delle sue colpe.
    Infine, la minor fierezza permette più spesso alla donna di ricorrere nelle estreme ristrettezze alla mendicità, a cui l'uomo talora preferisce la morte; e spesso ancora la donna, di senso morale debole, trova nella prostituzione un'ultima e facile risorsa.
    È necessario, quindi, perché la miseria decida al suicidio una donna, una serie di fattori più numerosa che non per l'uomo. (pp. 512-513)
  1. L'autore contrappone la scuola positiva («la nuova scuola»), fondata sul positivismo, alla precedente scuola classica («le vecchie scuole»), fondata sull'illuminismo. Per un approfondimento su queste correnti, cfr. Floriana Colao, Le scuole penalistiche, Il Contributo italiano alla storia del Pensiero, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012.
  2. Cfr. Max Nordau: «Per lo più la donna è tipica, l'uomo è originale; la fisionomia della prima appartiene alla media, quella del secondo è originale... Le donne sono fra loro assai meno differenti tra gli uomini: chi ne conosce una, le conosce tutte, salvo poche eccezioni. I loro pensieri, i loro sentimenti, perfino le loro forme esteriori si rassomigliano [...]. Ecco perché la donna si adatta così facilmente ad ogni posizione sociale [...]. Fra la principessa e la lavandaia corre poca differenza; l'essenza comune all'una e all'altra è la natura muliebre, cioè l'involontaria ripetizione del tipo generico».

Bibliografia

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