I dodici punti cardinali

raccolta di racconti di Ursula K. Le Guin

Voce principale: Ursula K. Le Guin.

I dodici punti cardinali (The Wind's Twelve Quarters), antologia "retrospettiva" di Ursula K. Le Guin.

Incipit di alcune opere

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La collana di Semley

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Come si può distinguere la leggenda dalla realtà su quei mondi lontani tanti anni? Pianeti senza nome, chiamati semplicemente "il Mondo" dai loro abitanti; pianeti senza storia, dove il passato è mito e dove un esploratore, ritornandovi, scopre che le sue imprese di pochi anni prima sono divenute le gesta di un dio. L'irrazionalità oscura l'abisso del tempo, attraversato dalle nostre navi veloci quasi quanto la luce, e nell'oscurità l'incertezza e l'esagerazione prosperano come erbacce[1].

Aprile a Parigi

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Il professor Barry Pennywither stava in un abbaino freddo e buio e fissava il tavolo che aveva davanti, su cui c'erano un libro e un tozzo di pane. Il pane era stato la sua cena, il libro era stato l'opera della sua vita. E l'uno e l'altro erano aridi. Il dottor Perrywither sospirò, poi rabbrividì. Sebbene gli appartamenti ai piani inferiori della vecchia casa fossero molto eleganti, il riscaldamento veniva spento l'1 aprile, qualunque cosa avvenisse; e adesso si era al 2 aprile e nevischiava. Se il dottor Pennywither avesse alzato un po' la testa avrebbe potuto vedere le due torri squadrate di Notre Dame, indistinte e maestose nella semioscurità, così vicine che quasi si toccavano: perché l'isola di Saint-Louis, dove lui abitava, è come una piccola chiatta rimorchiata verso l'isola della Città, dove sorge Notre Dame. Ma non alzò la testa. Aveva troppo freddo.

I maestri

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Nell'oscurità un uomo stava solo e nudo, reggendo una torcia fumante. Il chiarore rossiccio illuminava l'aria e il suolo solo per pochi passi; più oltre c'era l'oscurità, l'incommensurabile. Ogni tanto c'erano un soffio di vento, un baluginio appena visibile di occhi, un mormorio immenso: «Tienila più alta!» L'uomo ubbidiva, sebbene la torcia tremasse nelle sue mani tremanti. L'alzava sopra la testa, mentre l'oscurità turbinava e mormorava intorno a lui, accerchiandolo. Il vento spirò più freddo, la rossa fiamma si agitò. Le braccia, rigide, cominciarono a fremere, poi a sussultare un po'; il volto era unto di sudore; l'uomo udiva appena l'immenso e sommesso mormorio: «Tienila su, su, tienila su...» La corrente del tempo s'era arrestata; solo il bisbiglio crebbe e crebbe fino a diventare un ululato; e ancora, orribilmente, nulla lo toccava, nulla appariva entro il cerchio di luce. «Ora cammina!» ululò la grande voce. «Avanza!»

La scatola del buio

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Sulla sabbia morbida, in riva al mare, un bambinetto camminava senza lasciare impronte. I gabbiani gridavano nel luminoso cielo senza sole, le trote balzavano dalle acque dell'oceano senza sale. Lontano, all'orizzonte, il serpente di mare si sollevò un momento in sette enormi archi e poi si reimmerse muggendo. Il bambino fischiò ma il serpente di mare, occupatissimo a dare la caccia alle balene, non riaffiorò più. Il bambino camminava senza fare ombra, senza lasciare orme sulla sabbia tra gli scogli e il mare. Davanti a lui si ergeva un promontorio erboso, su cui stava una capanna a quattro zampe. Quando lui salì il sentiero fra gli scogli, la capanna saltellò e si soffregò le zampe anteriori come un avvocato o una mosca; ma le lancette dell'orologio all'interno, che segnavano le dieci meno dieci, non si muovevano mai.

La parola dello scioglimento

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Dov'era? Il pavimento era duro e viscido, l'aria nera e fetida, e non c'era altro. Eccettuato il mal di testa. Riverso sul pavimento viscido, Festin gemette e poi disse: «Bastone!» Vedendo che il suo bastone di mago, fatto di legno d'ontano, non gli si materializzava nel pugno, comprese di essere in pericolo. Si sollevò a sedere, e non avendo il bastone per farsi adeguatamente luce fece sprizzare una scintilla tra indice e pollice, mormorando una certa Parola. Un azzurro fuoco fatuo scaturì dalla scintilla e ondeggiò fievole nell'aria, crepitando. «Su» disse Festin, e la sfera di fuoco salì ondeggiando fino a illuminare una botola, molto in alto, così in alto che Festin, proiettandosi temporaneamente nella sfera di fuoco, vide il proprio volto dodici braccia più sotto, come un punto pallido nell'oscurità. La luce non traeva riflessi dalle umide pareti: erano state intessute con la sostanza della notte, per magia. Festin rientrò in sé e disse: «Spegniti.» La sfera si spense. Festin restò seduto al buio, facendo scricchiolare le nocche delle dita.

La legge dei nomi

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Il Signor Sotterra uscì da sotterra, dalla sua collina, sorridendo è respirando a fatica. Ogni respiro gli usciva dalle narici come un doppio sbuffo di vapore, niveo nel sole del mattino. Il signor Sotterra alzò gli occhi verso il luminoso cielo dicembrino e sorrise più che mai, mostrando i nivei denti. Poi scese al villaggio.

Il re d'Inverno

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Quando appaiono gorghi nel flusso del tempo e la storia sembra vorticare intorno a uno scoglio, come nella strana vicenda della Successione di Karhide, allora vengono utili le immagini: le fotografie, che si possono accostare per comparare il genitore al figlio, il giovane re al vecchio, e che si possono rimescolare e riordinare fino a quando gli anni riprendono a scorrere regolarmente. Perché, nonostante gli scherzi giocati dalla comunicazione interstellare istantanea e dal volo stellare a velocità inferiori (appena appena) a quella della luce, il tempo (come faceva osservare il plenipotenziario Axt) non si inverte; e la morte non si lascia raggirare.

Il buon "viaggio"

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Mentre inghiottiva la roba sapeva che non doveva inghiottirla, lo sapeva con certezza, lo sapeva come un automobilista conosce il camion che gli piomba addosso a cento all'ora: improvvisamente, intimamente, definitivamente. La sua gola si chiuse, il suo plesso solare si aggrovigliò come un anemone di mare, ma troppo tardi. Andò giù, il pezzetto di zucchero amaro, la goccia d'acido, la pillola acre, il grumo di potere, incidendo una piccola e corrosa traccia di terrore giù giù per l'esofago, come una lumaca velenosa inghiottita intera. Era il terrore, a essere sbagliato. Lui aveva paura e non l'aveva saputo, e adesso era troppo tardi. Non puoi permetterti di aver paura. La paura insozza tutto, e spedisce quei pochi (quei pochi sfortunati, una percentuale ridottissima) in manicomio, a raggomitolarsi negli angoli senza dire niente...

Nove vite

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Era vivo dentro, ma esteriormente morto, e il suo volto era una rete nera e brunogrigiastra di pieghe, protuberanze, crepe. Era calvo e cieco. I tremori che scuotevano la faccia di Libra erano soltanto fremiti di corruzione. Sotto, nei neri corridoi, nelle gallerie sotto la pelle, c'erano crepitii nell'oscurità, fermenti, incubi chimici che si protraevano da secoli. «Oh, maledetto pianeta flatulento» mormorò Pugh, mentre la cupola vibrava e una bolla scoppiava un chilometro a sudovest, spruzzando pus argenteo sul tramonto. Il sole stava tramontando da due giorni. «Sarei felice di vedere una faccia umana.»

Stava in riva al mare e guardava le lunghe linee di spuma, lontano, dove si levavano indistinte «o s'intuivano» le isole. Là, disse al mare, là sta il mio regno. Il mare gli disse quello che il mare dice a tutti. Quando la sera si mosse dietro di lui, attraverso l'acqua, le linee di spuma impallidirono e il vento cadde, e lontano a occidente brillò forse una stella, forse una luce, o il suo desiderio di una luce.

Un viaggio alla testa

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«Questa è la Terra?» gridò lui, perché le cose erano cambiate bruscamente.
«Sì, è la Terra» rispose quello che gli stava accanto. «La solita selva oscura. Nello Zambia gli uomini si fanno rotolare giù dalle colline chiusi dentro una botte, per allenarsi al volo spaziale. Israele e l'Egitto si sono defoliati a vicenda i deserti. Il Reader's Digest ha acquistato la maggioranza dell'azienda Stati Uniti General Mills. La popolazione della Terra aumenta di trenta miliardi ogni giovedì. Jacqueline Kennedy Onassis sposerà Mao Tse-tung sabato, per desiderio di sicurezza; e la Russia ha contaminato Marte con la muffa del pane.»

Più vasto degli imperi e più lento

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Fu durante i primissimi decenni della Lega che la Terra inviò astronavi in viaggi enormemente lunghi, lontano, oltre le stelle. Cercavano mondi che non fossero stati seminati o colonizzati dai Fondatori di Hain, mondi veramente alieni. Tutti i mondi conosciuti risalivano all'origine haini, e i terrestri, che erano stati non solo fondati ma anche salvati dagli haini, se ne risentivano. Volevano allontanarsi dalla famiglia. Volevano trovare qualcuno di nuovo. Gli haini, come genitori inesauribilmente comprensivi, appoggiarono le loro spedizioni e fornirono navi e volontari, come fecero anche molti altri mondi della Lega.

Le stelle laggiù

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La casa di legno e gli altri edifici presero fuoco in fretta, divamparono, bruciarono; ma la cupola, costruita di canniccio e d'intonaco sopra un tamburo di mattoni, non volle bruciare. Finirono con l'ammucchiare i rottami dei telescopi, gli strumenti, i libri e le carte e i disegni al centro del pavimento, sotto la cupola, e versarono olio sul mucchio, e vi appiccarono il fuoco. Le fiamme si propagarono alle travi lignee della grande intelaiatura del telescopio e ai meccanismi a orologeria. Gli abitanti del villaggio che guardavano, ai piedi della collina, videro la cupola, bianchiccia contro il cielo verde della sera, sussultare e girare, prima in una direzione e poi nell'altra, mentre un fumo giallo e nero pieno di scintille scaturiva dall'apertura rettangolare: uno spettacolo strano e poco piacevole.

Il campo di visione

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I rapporti da Psyche XIV arrivarono regolarmente, tutti di ordinaria amministrazione, fino a poco prima che si aprisse la finestra per il ritorno. Poi all'improvviso il comandante Roger comunicò via radio che avevano lasciato la superficie, avevano raggiunto la nave e stavano incominciando le procedure per la partenza... con 82 ore e 18 minuti d'anticipo. Naturalmente da Houston chiesero spiegazioni, ma le risposte della Psyche erano vaghe. Il divario di 220 secondi fra trasmissione e ricezione non migliorava le cose. Psyche continuava a interrompere il contatto. Una volta Rogers disse "Dobbiamo tornare subito a casa, se vogliamo farcela", evidentemente in risposta alle domande di Houston, ma poi si sentì Hughes che chiedeva una misurazione e poi diceva qualcosa a proposito di un dosaggio. Il sole era rumoroso e la ricezione pessima. La trasmissione a voce cessò senza "passo e chiudo".

La direzione della strada

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Una volta non erano così esigenti. Non ci costringevano mai a qualcosa di più di un galoppo, ed era raro: quasi sempre era soltanto un passo tranquillo. E quando uno di loro camminava a piedi, era un vero piacere avvicinarlo. C'era il tempo di recitare la scena con stile. Lui muoveva le braccia e le gambe, come fanno loro, e di solito guardava la strada, ma spesso anche i campi, oppure direttamente me: e io mi avvicinavo costantemente ma molto lentamente, diventando sempre più grande, sincronizzando alla perfezione il ritmo dell'avvicinamento e il ritmo della crescita, così che nel momento stesso in cui avevo finito d'ingrandirmi, da un puntolino minuscolo alle mie dimensioni piene (venti metri, a quei tempi), ero accanto a lui, e incombevo su di lui, torreggiavo, giganteggiavo, gli facevo ombra. Eppure non mostrava paura. Neppure i bambini avevano paura di me, sebbene spesso mi tenessero gli occhi addosso mentre passavo e cominciavo a rimpicciolire.

Quelli che si allontanano da Omelas

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Con un clamore di campane che fece volare altissime le rondini, la Festa dell'Estate venne alla città di Omelas, con le sue torri fulgide in riva al mare. Il sartiame delle barche nel porto scintillava di bandiere. Per le vie, tra le case dai tetti rossi e dalle facciate dipinte, tra i vecchi giardini invasi dal muschio e sotto i viali alberati, oltre i grandi parchi e gli edifici pubblici, avanzavano le processioni. Alcune erano decorose: vecchi in lunghe vesti rigide color malva e grigie, gravi maestri artigiani, donne tranquille e ilari che portavano in braccio i loro figlioletti e camminavano chiacchierando.

La vigilia della rivoluzione

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La voce dell'altoparlante risuonava sonora come un vuoto furgone di birreria in una strada selciata, e i presenti stavano schiacciati l'uno sull'altro come le pietre di un acciottolato mentre la voce li sovrastava con il suo frastuono. Taviri si trovava chissà dove dall'altra parte della sala. Lei doveva raggiungerlo. Si aprì faticosamente un varco serpeggiando tra le persone ammassate e vestite di scuro. Non udiva i suoni delle loro voci, non vedeva le loro facce: c'erano soltanto il tuonare dell'altoparlante e quei corpi addossati l'uno sull'altro.

  1. Vedi anche "Il mondo di Rocannon".

Bibliografia

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  • Ursula K. Le Guin, I dodici punti cardinali, traduzione di Roberta Rambelli, Ed. Nord, 2004. ISBN 8842912980